Purtroppo definire Meloni una assente ingiustificata e porla in un’aurea di irrilevanza diplomatica, rimane un opposizione poco costruttiva della sinistra italiana inconsapevole dei giochi di potere che si stanno delineando al di là delle facciate e delle presenze istrioniche di Macron, che sebbene abbia perso la sua nota intergovernativa si riaggancia alla Germania di Merz per ricostituire un asse franco- tedesco, che possa riavere un sostegno atlantico con Trump, che per ora non ha, un tentativo comunque abortito, già promosso da Macron ai funerali di Papa Francesco per riconquistare quella centralità mediatica offuscata dalla leadership austera e di mediazione di Meloni, evidenziata con il vertice a Palazzo Chigi del 19 maggio, dopo l’insediamento di Leone XIV. Capace di disegnare la rotta europea, “Pontiera” di una politica di dialogo tra i due continenti, tracciando la via italiana con fierezza e mediazione politica. Una leadership assolutamente concreta e pragmatica, che ormai le è stata riconosciuta ufficialmente ed assegnata tanto da Vance, quanto da Ursula von der Leyen, tanto dagli Usa quanto dall’Europa.
Il senso di complesso freudiano, che emerge da tanta parte dell’Europa, dopo l’isolamento trumpiano esplicitato anche al fine di ricomporre la crisi ucraina, porge ancora l’Europa in una confusione di potere istituzionale, e il giro diplomatico sebbene si conferma, statico e al palo, anche con l’evento di Istambul tra Ucraina e Russia, con l’evidente regia di mediazione statunitense, non è una banale partita di monopoli, e ovviamente il Presidente Meloni è assente, perché il suo tatticismo diplomatico deve vestirsi di pragmatismo strategico, senza la smania narcisistica di apparire e evitando derive decisionistiche che porterebbero l’Italia e l’italiani sul fronte bellico, per la semplice azione di un sostegno all’Ucraina indiscusso.
Certamente Macron, sul narcisismo politico fa scuola, e sul trasformismo di visione, resta un imperialista napoleonico con derive di affermazione, disposto a trascinare l’UE in una azione bellica anche di natura atomica pur di affermare il suo ego istrionico non già appagato, da tanta mediocrità e inconsapevolezza politica e tattica, dispone una presenza confutabile ed opinabile, certamente questa non è la nostra Europa, non è l’Europa riformista e conservatrice che vogliamo e che si vuole costruire, la difesa ha un suo prezzo, che puo’ oscillare tra il 2% e il 5% ma non deve implicare necessariamente il procrastinarsi di una guerra fratricida, volta ad imporre la negazione della democrazia europea.
Dunque, la politica estera in una sua dimensione diplomatica esterna, dove vi sono i segni globali, delineati da Mosca, dove apparire resta una presenza irrilevante, e il dinamismo mediatico concertato con Zalensky, non produce alcun risultato pragmatico ma solo lo sforzo di non ammettere, che i giochetti stanno per finire e che i risultati dipendono da Putin, e Trump in una concertazione di potere geopolitico che avrà il suo esito globale.
“La casualità non esiste” affermava il Nobel nel 1944 John Nash, matematico di fama mondiale, e oggi le dinamiche diplomatiche sicuramente renderanno merito a chi si muove e si pone con cautela nello scacchiere diplomatico europeo globale. La cautela è un valore aggiunto che la Meloni pone al suo pragmatismo strategico per evitare sostanzialmente di interporsi a dinamiche già precostituite senza apparire inutilmente e senza scadere in scelte inconfutabili e irreversibili, ma centralizzare e far confluire la sua leadership in un ambito rilevante.
L’Italia, è l’avamposto della politica di visione europea, in una cooperazione di fatto, dove la Meloni gioca la sua partita e la credibilità della sua leadership già consolidata, fare scacco non è per tutti, ma è una strategia delicatissima, dopo tre anni Putin per la prima volta viene convocato ad un tavolo di trattativa diplomatico, e porsi in prima linea solo per dire vi ero anch’io è anacronistico al risultato che si vuole ottenere, e la strategia della Meloni è sempre stata coerente, in una deterrenza costante per giungere ad una pace duratura, che sia anche una pace dei dazi per un benessere commerciale.
Anche sul sacrato di San Pietro, la Meloni non si espone ad un’immagine superficiale, volta ad una apparenza politica di facciata, come Macron e Merz, anzi da regista, indiscutibile, si sottrae dalla scena madre, e lascia il dialogo agli attori primari, per porre in atto un processo volto alla conclusione della crisi ucraina. La Meloni, nella sua concretezza, cerca di non essere una velina politica ma una leader che programma e interagisce, senza apparire nel prodotto finale.
“La mano destra non sa cosa fa la sinistra” Matteo 6.3, e lo stesso neo Pontefice, che senza mezzi termini definì l’agire di Putin, “l’imperialismo russo”, si sta ponendo nei confronti dei relativi fronti bellici sia in Occidente che in Medio Oriente in una posizione di egual misura, evitando l’esposizione mediatica infruttuosa che sì entusiasma le masse infiammandole ma le induce a opinioni becere e sensazionalistiche solo a sfondo giornalistico. La trattativa diplomatica resta la sponda più efficace, silente ed inclusiva, che possa scavare una pace che deve andare oltre l’efficacia di un assolo per una tregua provvisoria.
Zelensky ormai sostenuto fin qui, vive una simultaneità di emozioni nell’ambito delle dinamiche politiche internazionali, rendendolo un influencer politico pronto ad un marketing di esposizione mediatica che non pone l’accento sulla risoluzione della crisi. Seguito da Macron, Merz, entrambi in bilico per la governabilità delle loro ristrette maggioranze di governo, e da Keir Starmer che comunque insieme cercano un riposizionamento nell’ambito europeo dopo una Brexit inefficace, forse solo per un’azione bellica, forte del mercato delle armi e del loro possibile dinamismo profittevole. Un mercato che espone e subordina ad un’economia di guerra senza ritorno reale, senza un benessere reale.
La Meloni ha un ruolo netto ed incrollabile, Ella gioca una parte determinante che da Deus ex Machina, sa di non poter rischiare a prescindere, sa che deve fungere in una dirigenza incrollabile della sua leadership europea e dunque internazionale. La vicinanza a Trump e la stima reciproca con la von der Leyen, sono significative per una politica di alto lignaggio, i risultati delle elezioni in Romania, Polonia e Portogallo, l’evento diplomatico di Istanbul sono inoltre propedeutici, per muovere le file delle famiglie politiche del parlamento europeo. Orbene, anche se la Grecia sia relegata in ambito europeo ad un ruolo minoritario dopo il default, resta per esempio un altro valore aggiunto allo scacchiere cooperativistico in corso. Si deve riformattare l’Europa, estenderla ai paesi del Mediterraneo, come è avvenuto con il Summit di Tirana, dove i 47 paesi europei si rivedono uniti verso una meta di benessere, per fare grande l’Occidente, spogliarlo di un sistema finanziario, volto ad un’economia fittizia, dopo lo sconquasso trumpiano che è stato distruttivo di una certa finanza, non resta che ridimensionare coloro che vogliono fomentare la guerra e destabilizzare l’Europa stessa.
Il tatticismo non è un eufemismo politico, non è un evento mediatico, non è apparire per cogliere consensi, ma è un valore aggiunto alla politica nazionale, sovranazionale e nonché internazionale, fare scacco si basa su una logica di azioni, sulla logica del benessere, di una vera autentica autodeterminazione dei popoli, delle nazioni europee, che vogliono, una nuova Europa, libera non suddita delle lobby finanziarie. La leadership, di Meloni, non è dunque in bilico, tra il conservatorismo trumpiano e il sovranismo europeo, ma si posiziona in una linea pragmatica di centralità politica al fine di riportare l’Italia ai suoi fasti economici e politici a cui ha sempre appartenuto.
E se la globalizzazione e il sistema finanziario neocapitalistico sono finiti nel cestino, dove gli ha relegati Trump sviluppando dazi e bordate impreviste, l’Europa rischia, dovendo inginocchiarsi alla neo economia cinese, pertanto non basta una politica solo deterrente, per le crisi belliche, mentre le multinazionali si arricchiscono senza limiti, il riarmo può essere una spinta economica ma non è sistema inclusivo multilaterale, e se la globalizzazione ci aveva garantito il successo dell’offerta nei mercati liberi, oggi ci accorgiamo che una recessione da domanda fa precipitare l’economia reale impoverendo milioni di persone, tanto in Europa quanto altrove, e si affaccia una nuova vetrina, un nuovo scenario multilaterale con la visione economica di un mondo post globale, e post finanziario dove i patti bilaterali, tra nazioni tornano ad avere un significato importante e maggiore di una crisi ben precostituita e ben congeniata al fine di destabilizzare la geopolitica mondiale e in particolare europea. E Meloni ne è consapevole.
Inseguire il paradigma finanziario globale verso un neocapitalismo altrettanto finanziario, sacrificando l’economia reale sta ponendo il mondo nelle mani della Cina che continua a pensare semplicemente al commercio reale, facilitando le sue mire espansionistiche.
E tra l’espansionismo commerciale cinese e l’imperialismo russo, la sinistra progressista non più ideologica, nemmeno demagogica ma minima nelle sue interlocuzioni, peggiora la sua autorevolezza declinando verso un sistema per nulla identitario propizia un Europa sconnessa e burocratica. Scegliere l’Europa significa mettere le istanze della comunità nazionale al centro dei valori europei, indurre la comunità sociale nazionale a riqualificare in termini identitari e conservatori le politiche di integrazione europea, indurre gli imprenditori a scegliere l’Europa, oltre che a delocalizzare altrove, perché si possa aderire alla visione di un modello altamente democratico, non frustato dalle lobby dominanti e dall’offerta di mercato globalista, perché scegliere l’Europa prima guardando alle diversità che ogni Stato membro rende unico, significa aderire ad un successo sia economico e sociale svincolato da primogeniture dittatoriali non afferenti allo stato di diritto europeo.
La diplomazia pragmatica della Meloni ha scelto l’Europa, conciliando gli accordi bilaterali, con il fare economico e il successo competitivo per il sociale e le imprese nazionali, puntando ad un processo di semplificazione altamente diplomatico che consente l’apertura commerciale senza filtri burocratici, per un portale di internazionalizzazione delle imprese italiane. Si punta ad un’integrazione del commercio europeo, per scegliere l’Europa verso l’Europa, un mercato notevole di 500 milioni di utenti consumatori, che devono fungere da attori e imprenditori di sé stessi. Per partenariati sempre più evoluti, verso un abbattimento delle economia di scala energetiche, verso un Europa che sviluppi i suoi talenti, senza mai più fughe di cervelli, verso un Europa, che sia essa stessa Nazione accogliente e Patria da un cuore moderno afferente ad una comunità integrata, libera, che privilegi le sue esigenze divenendo uno Stato di decisioni migliorative sia a livello accademico, scientifico, professionale, un continente non più diversificato ma unificato che riponga l’Occidente al centro del mondo. Solo una leadership pragmatica, strategica ed evoluta dal punto di vista politico quale è la Meloni può rimodellare la politica in Europa, senza svicolare dalle sue responsabilità nazionali, da un Italia che grida rinnovamento e benessere economico, e scientifico, e vuole centralità.
