• 11 Giugno 2026
Tradizioni & Leggende

Non c’è una regola fissa e un determinato periodo dell’ anno per assaporare un bel piatto di pasta, patate e provola. Lo so può mangiare nella stagione primaverile, invernale e ,soprattutto, autunnale: è in queste stagioni che crea intorno a sé una narrazione di storie, le quali  si sviluppano e intersecano durante una cena in famiglia o con gli amici. Infatti, spesso lo si cucina perché crea un senso di richiamo familiare e calore durante quelle domeniche fredde e uggiose. Esso è un intreccio di gusto e magia, poiché è un piatto ricco di ingredienti saporiti, ma riverbera un po’ l’unione, la famiglia, il calore, l’ affetto.

Una pietanza, dunque, che non conosce tempo, perché racchiude in sé soprattutto un senso moralistico, tale da indurci a cucinarlo quando abbiamo tanta esigenza di vedere la famiglia riunita attorno alla tavola: nei momenti nostalgici ci tira su di morale!

Sicuramente, è difficile dire di no di fronte ai sapori del palato, soprattutto, nel caso di una ricetta tipica della cucina napoletana, che vanta molte tradizioni culinarie. Ci immergiamo, quindi, nella cultura culinaria partenopea: la pasta e patate con provola affumicata, dunque, ha radici napoletane, è un piatto che ancora oggi la tradizione partenopea vanta. È un piatto “povero”, semplice, fatto di pochi ingredienti, che nasce tra il XVII e XVIII secolo tra le stradine della città. Basti pensare che le patate sono molto economiche; la ricetta partenopea si costituisce di pochi ingredienti come patate, pasta mista, provola, carota, formaggio , olio, rosmarino, sedano, cipolla, pomodoro concentrato.

Le patate vengono mescolate alla pasta mista, creando un piatto gustoso, dal sapore unico, molto cremoso, denso e filante. Alle spalle di questo cibo servito in tavola, però, si intreccia una storia abbastanza affascinante.

In primis, è di gran lunga interessante ricordare che le patate arrivarono dalle Americhe e subito iniziarono ad essere utilizzate nella cucina napoletana. Ma, risale al 1773  la ricetta scritta su questo piatto ne “Il cuoco galante” , il cui autore è il cuoco  Vincenzo Corrado. Quando il popolo cominciò a mescolare la pasta e patate con la provola, a quel punto, si iniziò a gustarla con un formaggio filante. Solitamente, ancora oggi si utilizza una tipologia di pasta definita come “munnezzaglia”: sarebbe un miscuglio di formati di pasta differenti. Le patate si sciolgono e con la provola creano un impasto cremoso da mescolare bene. La consistenza non è liquida, ma abbastanza solida. Nella cucina napoletana si usa fare un esperimento, vale a dire che inclinando il piatto, la pietanza non deve colare. Solo così, si può definire come un piatto autentico. C’è, poi, una leggenda che riguarda la provola. Infatti, è stato tramandato un racconto di generazione in generazione, secondo il quale un pastore ricansando a casa, per caso, appoggiò la provola sulla pentola. Così, si sciolse e da quel momento in poi, si iniziò a cucinare con la provola. Chiaramente, si tratta di una tradizione folcloristica, popolare che il popolo napoletano ha fatto sua nel corso del tempo. Inoltre, esistono delle varianti più leggere e asciutte, come quella pugliese dove si cucina senza provola affumicata. Poi, in altre zone, le mamme e nonne cuoche aggiungono anche il guanciale, il pepe nero, rosmarino e altri ingredienti, personalizzando la pietanza.

Infine, un viaggio nella tradizione culinaria partenopea ci consente di ricordare le leggende che ruotano intorno a un piatto, ma anche le origini e la sua storia, al fine di avere una visione completa della cultura campana e dell’ ambito gastronomico.

Autore

Originaria di San Salvatore Telesino, laureata in Lettere e Filosofia presso l'Università Federico II di Napoli, si è dimostrata sempre attenta allo studio filologico dei testi letterari e all'aspetto storico-linguistico della lingua italiana. A 21 anni ha esordito con il romanzo introspettivo "Scaffali di ricordi". Attualmente, dedica ampia attenzione agli articoli di impronta storico - culturale e, contestualmente, si occupa di cronaca collaborando con "Il Mattino". Durante i suoi studi ha avuto modo di approfondire la figura poligrafa di Matilde Serao, focalizzandosi sul rapporto tra le tematiche letterarie e i meccanismi narratologici insiti nella sua opera narrativa, in particolare, ne "Il paese di Cuccagna".