In un’epoca in cui la narrazione mainstream dipinge costantemente il popolo israeliano come “assassino” e “genocida”, spesso ci si dimentica di quegli israeliani che ogni giorno si impegnano per salvare delle vite in pericolo: medici, paramedici e conducenti di ambulanze, alcuni dei quali lavorano come volontari per l’associazione MDA (Magen David Adom, “Stella di Davide Rossa”), ispirata alla Croce Rossa. Se i propal usano spesso slogan come “restiamo umani”, i volontari israeliani del Magen David Adom dimostrano la loro umanità con le azioni invece che con le parole. Il giornale online atlantiquotidiano pubblica alcune notizie riprese dal sito del quotidiano “Jerusalem Post”, che presenta una rassegna di storie di alcuni di questi volontari che, soprattutto il 7 ottobre 2023, hanno fatto tutto il possibile per aiutare chi ne aveva bisogno, a rischio della propria vita. Comincia con Alisa Krant, paramedico eroina, a 24 anni, può già vantare un curriculum di tutto rispetto. Il 7 ottobre 2023, si è svegliata alle 6:30 di mattina al suono della sirena nella sua città, Ashkelon. Nel giro di un’ora, lei e la sua squadra sono andati con un’unità mobile di terapia intensiva per aiutare i feriti dopo il primo lancio di missili da parte di Hamas. Hanno guidato attraverso le zone di combattimento, rischiando le loro vite mentre evacuavano i feriti dalle comunità più colpite vicino al confine con Gaza. (Natham Greppi, I volontari del Magen David Adom che salvano vite in Israele, 2.6.26, atlantiquotidiano) Poi il servizio prosegue con altre esperienze. Tra i pazienti curati dalla Krant quel giorno vi era Rami Cohen, un agente di polizia al quale avevano sparato vicino alla stazione di polizia di Sderot dopo che aveva salvato due giovani ragazze i cui genitori, Dolev e Odaya Swisa, erano stati uccisi davanti a loro dai terroristi. Il racconto continua e diventa drammatico per questi volontari, oltre a salvare la vita ai numerosi feriti, dovevano stare attenti ai terroristi che si erano infiltrati dappertutto; pertanto, era impossibile portare i feriti negli ospedali, dovevano operare sul posto, magari trasformare una sinagoga in un ospedale da campo improvvisato. Molto lavoro venne fatto quel giorno per salvare anche dei bambini. Non a caso, Magen David Adom ha istituito anche una “banca del latte”, in cui grazie al latte materno proveniente da delle donatrici sono stati nutriti quei neonati le cui madri sono state rapite o uccise il 7 ottobre. Il drammatico racconto delle operatrici di MDA continua con altri episodi.
Sempre sul medesimo giornale online Natham Greppi pubblica altre storie, questa volta riguardano i soldati israeliani caduti per il loro Paese. (Quattro storie di soldati caduti per difendere Israele, 25.5.26, atlanticoquotidiano) Spesso dimenticati e disumanizzati, riportiamo alcune storie per restituire loro quell’umanità che gli è stata strappata via dalla narrazione dominante. Le loro storie sono poco conosciute al di fuori del loro Paese. Così come spesso viene ignorato il dolore delle loro famiglie, che li vedono tornare indietro chiusi nelle bare. “In un’epoca in cui i media – scrive Greppi – cercano di sedimentare nell’immaginario collettivo l’immagine dei militari israeliani come dei mostri, strumentalizzando le azioni riprovevoli di una componente minoritaria di essi, è giusto riportare alcune storie per restituire loro quell’umanità che gli è stata strappata via dalla narrazione dominante”. La prima storia è quella di Shaul Greenglick, aspirante cantante. Non aveva ancora compiuto 26 anni, quando, il 26 dicembre 2023, è morto in combattimento a Gaza. Poco meno di un mese prima, si era esibito come cantante nel programma televisivo HaKokhav HaBa (“La prossima stella”), dove storicamente viene selezionato il rappresentante d’Israele all’Eurovision Song Contest. Il giornalista italiano emigrato in Israele David Zebuloni, che conosceva personalmente Greenglick, lo ha ricordato: Shauli, Il 7 ottobre non era stato convocato dall’esercito come riservista. Si è offerto lui volontario. È andato in base e ha chiesto ai superiori di mandarlo al confine per difendere la sua patria. Inizialmente loro non lo volevano, dicevano di essere al completo. Poi, si sono piegati alla sua volontà. Nessuno poteva dirgli di no.
Un’altra storia è quella di Lavi Lipshitz e la sua passione per la fotografia. Aveva solo 20 anni. Sergente nell’unità di ricognizione della Brigata Givati, è stato ucciso nel nord di Gaza da un missile RPG sparato dai terroristi di Hamas, il 31 ottobre 2023. Il 7 ottobre, aveva combattuto per soccorrere gli abitanti del Kibbutz Nahal Oz, uno dei più colpiti quel giorno. Shachar Fridman, per tutta la vita, ha cercato di aiutare gli altri. Da ragazzo era attivo nel movimento giovanile ebraico Bnei Akiva, dove dava una mano ai bambini che avevano necessità particolari e li aiutava ad integrarsi nelle attività di gruppo. E dopo che, nel 2021, si è arruolato nel corpo dei paracadutisti dell’IDF dove in seguito è diventato comandante, si è guadagnato la fama di un uomo che ha sempre cercato di aiutare in ogni modo i suoi sottoposti. Dopo il 7 Ottobre, Fridman ha deciso di tornare nella sua unità per difendere il suo Paese. Il 18 novembre 2023, nel tentativo di proteggere i suoi commilitoni, è rimasto ucciso in un combattimento corpo a corpo con dei terroristi di Hamas. Aveva 21 anni. Ahmad Abu Latif, il beduino che voleva la coesistenza. Spesso si dimentica che nell’esercito israeliano non prestano servizio solo soldati ebrei, ma anche arabi, beduini, drusi e membri di altre minoranze. Lo dimostra il caso di Ahmad Abu Latif, riservista beduino che il 22 gennaio 2024 ha perso la vita all’età di 26 anni in un attacco esplosivo che ha provocato il crollo di un edificio nel centro di Gaza, provocando la morte di un totale di 21 militari. Prima di essere richiamato come riservista, Abu Latif ha scritto un post sui social in cui parlava della sua precedente esperienza nell’IDF: Mi chiamo Ahmad Abu Latif, padre di Mansoura che ha undici mesi. Ho vissuto a Rahat (città nel sud d’Israele, ndr) per tutta la vita, e negli ultimi due anni ho lavorato nel dipartimento sicurezza dell’Università Ben Gurion. E soprattutto, sono orgoglioso di essere un beduino israeliano! Abu Lahat ha aggiunto: Sono anche orgoglioso di aver servito nelle Forze di Difesa Israeliane come combattente nella Brigata Beduina. Non dimenticherò mai quegli anni. Durante il mio servizio, ho scoperto i miei punti di forza e la mia capacità di affrontare delle sfide, e ho conosciuto persone straordinarie che sono diventate amici per la vita. (…) Dall’inizio della guerra (il 7 ottobre), abbiamo sentito molto parlare del coinvolgimento dei cittadini arabi. Purtroppo, tra i morti ci sono soldati beduini e drusi, musulmani e cristiani, diventati degli eroi difendendo il Paese.
Ha concluso il suo post con queste parole: “La comunità beduina piange le vittime civili che sono state ingiustamente uccise – siano esse ebree, cristiane o musulmane. Voglio cogliere questa occasione per far aprire gli occhi a tutti coloro che stanno leggendo questo! Condividiamo tutti lo stesso destino e dobbiamo essere uniti. Purtroppo, ci sono persone che non credono nei legami tra le comunità israeliane, che cercano di intimidire, provocare e distruggere la fiducia. Non credetegli, e non permettete che ciò accada”. Sono alcune storie che cercano di fare giustizia nei confronti del popolo israeliano, che per tropo tempo è stato criminalizzato, nonostante il 7 ottobre. Giulio Meotti, giornalista de Il Foglio, che ha anche scritto un libro “Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri d’Israele”, (Lindau nel 2009),prova a spiegarci perché ogni tattica adottata da Israele è considerata illegittima e perché l’Occidente non riesce a tollerare l’ebreo che si difende. Quali sono le cause di questa incapacità di accettare uno Stato ebraico combattivo. “È una questione puramente psicologica: non sopportiamo un occidentale in armi, forte, che non si arrende, che ha una identità, che se la gioca a testa o croce, che non accetta il ricatto emotivo e umanitario occidentale. E visto che i popoli occidentali (tranne ancora un po’ gli americani, ma anche loro secondo me se ne stanno andando) sono remissivi, deboli e fluidi, Israele scatena i peggiori istinti. Oggi ci sono 14 milioni di ebrei in tutto il mondo. E a quanto pare la gente è infastidita da quei 14 milioni. Non so perché, ma a quanto pare il mondo ha un conto in sospeso con gli ebrei. E per dirla ancora più chiaramente: il lavoro abbandonato a metà del 1945 di barbari in mezzo a noi di gran lunga peggiori dei barbari islamici”.
