È da poco nelle librerie, per i tipi di Castelvecchi, l’ultima fatica di Angela Flori. Ci riferiamo al romanzo, Tante volte ancora (per ordini: info@castelvecchieditore.com, 06/8412007). L’autrice ha alle spalle una serie considerevole di pubblicazioni dalle quali si evincono una non comune capacità di scandaglio psicologico dei personaggi e un chiaro interesse per il quotidiano, in particolare per l’intreccio, che in esso si realizza, degli eventi della grande storia con fatti che segnano le esistenze dei singoli. Tale propensione emerge, in tutta evidenza, dalle pagine di, Tante volte ancora. Si tratta, infatti, di un romanzo di memorie famigliari non solo perché al centro delle vicende narrate sta la famiglia siciliana dei Mascagni, ma anche perché alcuni personaggi sono stati pensati, per ammissione esplicita di Flori, grazie al ricordo di passioni e scelte di vita di suoi consanguinei. Per chi scrive, Tante volte ancora, è soprattutto un romanzo al femminilee sul femminile.
Le sue pagine ci hanno confermato nella convinzione che il “gentil sesso”, per natura, è dotato di una particolare qualità esistenziale: l’innata capacità di sopportare il senso profondo, ammagliante e tragico in uno, del nostro ex-sistere, del nostro essere espressione di un principio infondato, che i Greci chiamarono dynamis, libertà-possibilità-potenza. Esso dice dell’instabilità, della precarietà, della fragilità di tutto ciò che è. Dice, inoltre, che le cose del mondo e della nostra vita, sarebbero potute andare diversamente da come sono andate, che nulla è determinato a priori. Queste pagine, dunque, sono centrate attorno alla dimensione del possibile. La protagonista, nonna Bice, ama non solo i suoi simili ma gli animali, le piante, la natura, nella quale tutto è in relazione simpatetica. L’ambientazione siciliana e mediterranea non ci pare casuale. È in tale contesto geografico che, in antico, sorse il senso della pietas, del com-patire, dell’accogliere le sofferenze proprie e altrui, con stoica serenità. Le donne amano, sono madri, esposte, per questo, al perpetuo incipit vita nova. Il nipote di Bice, l’amatissimo Luca, è l’io narrante che, attraverso ricordi personali e la lettura dei diari della nonna, ricostruisce la trama della vita della donna e quella della famiglia. La prosa è incalzante, centrata sul parlato dei protagonisti, sulla vocalità immediata del “dialetto” siciliano che, in alcuni lemmi, ha tratto onomatopeico, atto a trascrive il mouvant, il fluxus, nel quale gli eventi si danno. Il linguaggio, la parola, hanno tratto terapeutico, leniscono l’angoscia che il divenire, la malattia e la certezza della morte, inducono negli uomini. In, Tante volte ancora, è possibile ravvisare l’eco di altre testimonianze letterarie al femminile e sul femminile. Tra le altre, quelle di Lessico famigliare di Natalia Ginzburg e di, Vestivamo alla marinara di Susanna Agnelli.
Il ricordo è, nelle pagine di Flori, rispetto agli esempi citati, carico di pathos, perché Bice è donna di grandi passioni, il più delle volte, contrastate dalla madre Gisa. La passione che, fin da giovane, l’attrasse e la fece sognare, fu il teatro. Incurante delle chiacchiere del paese, dapprima, interpretò, dietro al Cristo, durante la processione del Venerdì Santo, il dramma di Maria e, successivamente, spinta dall’amore per il cinema, fuggì di casa in cerca di fortuna a Roma, dove visse di stenti al fine di procacciarsi qualche scrittura a Cinecittà. Nella Capitale incontrò i primi palpiti d’amore. Conobbe Nando, pizzicagnolo di Via Giolitti, con il quale trascorse una giornata solare, indimenticabile, a Ostia. Bice, quel giorno: «pensò a quanto tutto fosse così intimo: l’arsura condivisa, l’umido delle labbra che si poggiavano assetate a combaciare sull’altro umido, il sole rigoglioso» (p. 100). Di quel giorno conservò vivida memoria. Nando le aveva, infatti, infilato una conchiglia nella borsa, preziosa reliquia di un amore mai definitivamente sbocciato. Del resto, il padre Giuseppe, stimato medico di ideali comunisti, le aveva detto, il giorno nel quale le aveva donato un “dammuso”, un casale in campagna: «Il tempo […] lascialo alla vita. E ai piccoli miracoli di cui è capace» (p. 67). Il “dammuso”, immerso in un campo di papaveri, era uno di questi miracoli: «Regalo e lascito di vita, che scoppiava nella linfa di piante ed erba. Regalo e lascito di profumi, fruscii, orizzonti, regalo che era se stesso e tant’altro» (p. 65). Fallito il tentativo di inserirsi nel mondo del cinema, Bice tornò a casa a seguito dell’incidente stradale nel quale furono coinvolti i suoi genitori. Il padre perse la vita, alla madre fu amputato un braccio. Bice non si rassegnò alla potenza perturbante del dolore, ai silenzi della madre, più loquaci delle parole, in quanto una potenza più forte l’animava, l’amore.
La vita di Bice proseguì all’insegna di Eros: il casale, ben presto, fu trasformato in ricovero di animali feriti o sofferenti, tra i quali la tartaruga Ugo e la cagnolina “Purpiddu”, “piccolo polipo”, trovata malmessa, arruffata, sulla spiaggia dei Normanni, in una giornata di intima complicità con Luca. Poco dopo, la donna trasformò l’ambulatorio nel quale il padre aveva ricevuto i pazienti, nella prima biblioteca pubblica della cittadina. Bice era consapevole che, solo il sapere, è in grado di liberare davvero gli uomini da qualsivoglia soggezione. La pietas la indusse a ospitare, nascondendola al marito violento, una puerpera. L’uomo, dopo il parto, raggiunse la donna uccidendola a colpi di fucile. Divenuta maestra elementare, Bice amò, d’amore sincero, partecipato, i propri alunni. Tentava di avvicinarli alla conoscenza, per loro così ostica, drammatizzando storie e racconti. Cercò di salvare dal duro lavoro di contadino, cui lo aveva destinato il padre, uno di quei “carusi”, “Merichetto”, che riportò a scuola, ospitò presso di sé e accudì come un figlio, non badando alle maldicenze di paese. Il piccolo, dopo essersi inopinatamente ubriacato in Chiesa, fu spedito dal padre a Milano.
In, Tante volte ancora, vengono rievocati, il matrimonio di Bice con Aldo Ortega, la morte della madre durante l’allunaggio dell’Apollo 11, l’apertura del teatro nella cantina della nuova casa, la nascita di Mara, madre di Luca, e l’aborto spontaneo, lancinante per l’animo della donna, di un figlio maschio. L’incipit del romanzo è dato dalla descrizione di un furto subito da nonna Bice che ricevette, in quell’occasione, un colpo alla testa. L’evento fece precipitare la sua situazione di salute già precaria e connotata da amnesie tipiche della demenza senile. Luca, che era stato amorevolmente accudito dalla nonna, si prodigò nell’aiutarla a ricostruire brandelli della sua vita. Era lui, ora, a raccontare storie del passato all’anziana congiunta. L’origine vige sempre nel tempo, seppur in modalità non evidente.Il senso del romanzo è, pertanto, esemplificato da questa frase di Pavese, che Flori pone in esergo: «L’uomo è mortale. “Di immortale non ha che questo: il ricordo che porta e il ricordo che lascia”». Il filosofo Andrea Emo, ha sostenuto che oblio e memoria sono due tendenze che la vita ha sempre inscritte nelle sue perpetue metamorfosi.
