Ascoltate i nomi dei paesi della Valle caudina: Arpaia, Airola, Forchia, Paolisi, Rotondi, Bonea, Bucciano, Cervinara e lì in fondo, iniziando ad arrampicarsi sul Taburno, Montesarchio. Cosa avete sentito? Domenico Rea una volta disse che i nomi dei comuni del Sannio sembrano nomi di guerrieri di prima nomina da poco convertiti al cristianesimo. Infatti, altri se ne potrebbero aggiungere: Melizzano o Apice, Fragneto o Durazzano. Ma restiamo nella Valle dell’antica Caudium: a est sconfina in San Martino e a ovest in Sant’Agata. Ad avvalorare così la felice intuizione di Mimì Rea: il cristianesimo ha convertito le aspre genti di queste valli e di queste colline dove d’inverno soffia un vento che sembra uscito dal Medioevo e, invece, spira, ancora una volta, dal Taburno che con la sua solitaria presenza crea in un sol colpo tre Valli: la Caudina, la Telesina e la Valle del Calore dove ancora combattono, non sapendo di esser morte, le anime di Carlo e Manfredi.
C’è una vecchia questione: Sant’Agata dei Goti è parte o no della Valle caudina? Michele Melenzio, che della terra dell’antichissima Saticula – ancora un nome da guerriero – era figlio devoto, sosteneva che Sant’Agata dei Goti è in realtà una convalle che fa da raccordo tra la Valle telesina – Telesia – e la Valle caudina – Caudium. Sembra una soluzione di comodo, ma c’è del vero. Basterebbe conoscere la storia della città che, non paga di un solo nome, mette insieme la santa e i barbari, e la geografia che si presta a tante ipotesi su dove collocare uno dei luoghi più famosi del mondo, così celebre da essere invisibile: le Forche Caudine. Già, dove furono? Dove sono? Forchia ha il marchio nel nome ma sapere con certezza dove i soldati aspri e pastori di Gaio Ponzio sconfissero nel 321 a.C. i Romani costringendoli all’umiliazione del passaggio sotto i gioghi, con tanto di rumorosa irrisione verbale, non è facile. Sappiamo, invece, ciò che dice Tito Livio del comandante dei Sanniti: “…nato da un padre che eccelleva per saggezza, e insigne guerriero e condottiero egli stesso”. I Sanniti, descritti sempre come un popolo rozzo, fatto di capre, maiali e pastorizia, si comportarono da signori, scegliendo il giogo, l’umiliazione, l’irrisione e non lo sterminio. I Romani non dimenticarono e nella battaglia di Porta Collina, dove Ponzio Telesino cercò di entrare a Roma, si vendicarono regolando per sempre i conti e sterminando il popolo sannita. Da quei giorni infausti, 1° e 2 novembre dell’82 a.C., nasce la figura italica dell’orfano sannita che sa di sventura e diffidenza, esilio ed erranza.
Forchia e Montesarchio contengono tutta la Valle che tocca tre province: Benevento, Avellino e Caserta. La leggenda vuole – perché all’inizio del tempo c’è sempre una leggenda, un mito di fondazione, come è naturale che sia – che Ercole abbia ucciso in una delle grotte del Monte Taburno il leone e il nome Montesarchio sarebbe una derivazione Arculi o Herculis che è evoluto fino a Montesarchio. Nella piazza principale del paese – Piazza Umberto I – c’è la fontana di Ercole, più solo che mai, più freddo che mai, più innocuo che mai. La stessa solitudine che nella torre carceraria – ma, in realtà, fu gettato in una cella del castello – patì Carlo Poerio tenendo fede alla libertà costituzionale contro Ferdinando II che così, per la astutissima astuzia della ragione, non si rese conto che dal fondo della carcerazione Poerio, capo del partito liberale napoletano, acconsentiva all’alleanza con il Conte di Cavour e alla nascita del partito liberale italiano. Come a dire – e lo si dice – che per la Valle caudina ne è passata di storia e l’antica via Appia è tutt’oggi un luogo di passaggio per inoltrarsi nel passato e nel futuro, negli Appennini e nel golfo di Napoli.
