• 16 Gennaio 2026
Profili

Quello di Dario Stanca è nome noto ai cultori di letteratura aforistica. Sue precedenti pubblicazioni hanno avuto significativi riconoscimenti, tra gli altri, la menzione d’onore, nel 2024, alla IX edizione del Premio Internazionale per l’Aforisma, “Torino in sintesi”. Salentino d’origine, vive da tempo in Piemonte. La sua formazione è eminentemente filosofica: si è laureato, infatti, con una tesi dedicata alla filosofia della persuasione di Carlo Michelstaedter che, da allora, è divenuto uno dei numi tutelari della sua visione della vita. A Stanca va, inoltre, riconosciuto l’indubbio merito di aver fatto conoscere a un pubblico considerevole di lettori, l’opera di colui che, senz’ombra di dubbio, può essere considerato il suo punto di riferimento ideale, il filosofo Anacleto Verrecchia. Usciamo da poco dalla lettura della sua ultima fatica, Ho poche idee. E me le tengo strette, una silloge di aforismi, da poco nelle librerie per i tipi di Ēffigi Edizioni (per ordini: 0564/967139, cpadver@mac.com).

Si tratta, a parere di chi scrive, di un lavoro davvero importante, arricchito dalla prefazione di Antonio Castronovo. Nelle sue pagine, Stanca, non solo mostra una non comune perizia nell’utilizzo dello stile aforistico, rara nella tradizione delle patrie lettere, ma viva, comunque, in rare e luminose eccezioni, rappresentate da Flaiano, Longanesi, Ceronetti e Gervaso. È un aforisma di quest’ultimo a introdurre il lettore nell’universo ideale di Stanca. Scrive Gervaso: «Il cinico dice le cose come stanno; l’idealista, come vorrebbe che fossero» (p. 7). Muovendo da tale asserto, l’autore, con persuasività di accenti, mette in scena la decostruzione, innanzitutto del senso comune,  da sempre  nemico giurato del libero pensiero che induce i più ad accodarsi al “bisogna pur  vivere”, atteggiamento esistenziale fustigato dal pensiero sferzante di Michelstaedter. L’approccio alla vita di Stanca è antidogmatico, sostenuto da uno scetticismo liberante. Lo studioso definisce il dogma: «Il sonnifero dell’esistenza» (p. 21). Il dogma, sia esso di natura religiosa, politica o filosofica, è sorto in sequela all’invenzione del concetto, del mondo delle idee, strumenti che hanno tacitato la singolarità tragicadi ogni esistenza.

La domanda filosofica, il thauma, sorse di fronte a tele singolarità, ab origine, esposta al limite, al dolore, alla morte. La scoperta, platonico-aristotelica, degli universali ha finito per azzittire brutalmente il non, il negativo,che alligna e si mostra in ogni ex-sistere. Il lavoro di scavo del nostro autore lo fa riemergere in sintetica evidenza. Del resto, la scelta espressiva di Stanca, l’aforisma, non è casuale. La vita è lacerto, frammento, solo l’aforisma può illuminarla, può coglierne i tratti essenziali, a condizione che si avvalga del potere destrutturante dell’ironia socratica. Qualche esempio tra i tanti che il lettore incontrerà nelle pagine del volume di cui stiamo discutendo: «L’ignoranza vien studiando» (p. 16). L’aforisma chiarisce, in fondo, come qualsiasi sapere, anche quello critico-accumulativo, si riduca a sapere nesciente. «L’amore eterno lo sa che siamo mortali?» (p. 14), svela, di contro, che anche il più profondo tra i sentimenti umani è stato concettualizzato, staticizzato, eternato per fuggire l’angoscia indotta dal divenire. In tema di opposti, leggiamo: «Scienza e fede non si contrappongono. Entrambi fanno miracoli» (p. 18). Significativa, inoltre, questa tagliente definizione, carica di profonda ironia disvelativa, dell’immortalità: «Il posto fisso cui aspirano i precari della vita» (p. 18). Con una battuta, l’autore sintetizza quanto Giovanni Gentile scrisse in tema, vale a dire che l’immortalità cui guardano le religioni positive non è altro che il tentativo di pensare la perpetuità dell’empirico e, per questo, a dire dell’attualista, si tratterebbe di un pensiero immorale, espressione di sconfinato egoismo.

Stanca compie in queste pagine, in un serrato confronto con la vita nuda, un esercizio di sincerità. Rileva, in pochi tratti di penna, come le azioni umane, il più delle volte, siano egoistiche e, addirittura, malvagie. Siamo tutti “animali” coinvolti nella lotta per la sopravvivenza, per questo: «Non fidarsi degli altri è bene. Fidarsi di se stessi è peggio» (p. 28) e, tra gli uomini: «A spuntare per primo è sempre il dente del pregiudizio» (p. 30). Da tali presupposti consegue questo giudizio sugli eventi umani: «La Storia non dà lezioni. Tantomeno ripetizioni» (p. 32), che svela come la storia sia sempre singolare. In un frammento illuminato sintetizza, quindi, la posizione teorica sostenuta in tema da Carl Schmitt. Il dire di Stanca è raffinato e affilato coltello, atto a dissolvere gli idola della contemporaneità, a muovere da falso mito della “religioni dei diritti”: «Umanitarismo. Il galateo della falsa umanità.»; «La fratellanza umana ha soltanto figli unici.» (p. 39). In tal senso, il nostro autore perviene, in modalità paradossale, a rivalutare il male: «Rispetto al bene, il male è più onesto: non nasconde mai secondi fini» (p. 38). Anche le buone maniere sono scandagliate facendo emergere il fondo oscuro che tentano di celare: «Cortesia: indifferenza in maschera da sera» (p. 48), oppure, a proposito delle maniere affettate di comportamento, afferma: «La gentilezza profuma, ma quando è troppa puzza.» (p. 59).

Nota, corrosivamente, Stanca: «“Dio è morto”. Ma la terra brulica di padreterni.» (p. 49). Questo aforisma fotografa, quale “scrittura di luce”, il nostro presente, nel quale, chiosa l’autore, è  indispensabile evadere dalla ratio in quanto: «La modernità “liquida” fa acqua da tutte le parti.» (p. 79). Conclusivamente, è possibile sostenere, come fa il prefatore, che lo scetticismo cinico di Stanca non induce alla rassegnazione, all’affidamento inerte all’ineluttabile stato presente delle cose, ma, al contrario, spinge a sospendere il giudizio sulle verità, apparentemente epistemiche, prodotte nell’Infosfera dalla Forma-Capitale a proprio esclusivo beneficio: «Per lo scettico, gli unici punti di riferimento sono quelli interrogativi.» (p. 85). L’autore ha contezza che l’aporia nel nostro esistere non è, sic e simpliciter, data dalla morte (Derrida). Essa palpita, ben lo seppe Andrea Emo, nella vita stessa, appesa al non dell’origine. Questa scoperta, per chi sappia mantenere gli occhi aperti e vigili sul nulla-di-ente del principio, concede serenità stoica.

Autore

Giovanni Sessa (Milano, 1957) vive a Frascati (RM). Suoi scritti sono comparsi su riviste, quotidiani, in volumi collettanei e Atti di Convegni di studio. Ha curato e prefato decine di volumi. Tra le ultime pubblicazioni, La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo, Milano 2014; Julius Evola e l’utopia della Tradizione, Sesto S. Giovanni (Mi) 2019; L’eco della Germania segreta. “Si fa di nuovo primavera”, Sesto S. Giovanni (Mi) 2021; Azzurre lontananze. Tradizione on the road, Sesto S. Giovanni (Mi) 2022; Icone del possibile. Giardino, bosco, montagna (Mi) 2023. E’ Segretario della Fondazione Evola.