Abbiamo messo Dio ai margini dell’esistenza. Ma che cosa è accaduto all’uomo?
C’è qualcosa di paradossale nel nostro tempo.
Non siamo mai stati così potenti e, forse, non siamo mai stati così fragili.
Abbiamo conquistato la tecnica, allungato la vita, attraversato lo spazio, trasformato il modo di comunicare, moltiplicato le possibilità. Possiamo conoscere in pochi secondi ciò che accade dall’altra parte del mondo.
Eppure facciamo sempre più fatica a conoscere ciò che accade dentro l’uomo.
Sappiamo moltissimo sul mondo, ma sempre meno sul senso del nostro stare nel mondo.
È qui che nasce una domanda che non possiamo continuare a rimandare: che cosa accade all’uomo quando Dio scompare dal centro della sua esistenza?
Non parlo soltanto dell’uomo che non crede. Parlo di una società che, lentamente, ha imparato a vivere come se Dio non fosse più necessario. È una differenza decisiva.
L’ateismo è una posizione. L’indifferenza è un clima. E forse oggi viviamo soprattutto dentro un clima di indifferenza.
Dio non viene necessariamente negato. Semplicemente non viene più cercato. Non entra nelle decisioni, nei progetti, nelle domande fondamentali. Non è più il riferimento ultimo davanti al quale misurare la propria vita.
L’uomo si è convinto di poter bastare a se stesso. Ma è davvero così?
La modernità ha fatto della libertà uno dei suoi valori più grandi. Ed è giusto. La libertà è un bene immenso. Ma una libertà che non riconosce più alcuna verità sopra di sé rischia di trasformarsi in una libertà senza orientamento.
Posso scegliere tutto, ma chi mi dice che cosa vale la pena scegliere?
Posso desiderare tutto, ma chi mi insegna a distinguere un desiderio da un bene?
Posso fare quasi tutto ciò che la tecnica rende possibile, ma chi stabilisce ciò che è giusto? È qui che Dio torna a essere una questione profondamente umana.
Perché parlare di Dio significa parlare del fondamento del bene, della verità, della dignità della persona.
Se Dio non esiste, l’uomo può ancora essere buono, generoso, solidale. Certamente.
Ma se Dio scompare dall’orizzonte culturale di una società, diventa più difficile rispondere alla domanda fondamentale: perché l’uomo deve essere rispettato sempre, anche quando non serve a nulla?
Il bambino non ancora nato.Il malato.L’anziano.Il disabile.Il povero.L’uomo che ha fallito.L’uomo che non produce.L’uomo che non possiede.L’uomo che non conta.Che cosa li rende preziosi?
La risposta cristiana è radicale: non ciò che hanno, non ciò che fanno, non ciò che gli altri pensano di loro.
Sono preziosi perché sono persone. Perché sono creature. Perché sono amate da Dio.
Quando questa verità viene dimenticata, anche la dignità rischia di diventare una concessione. E ciò che viene concesso può essere, prima o poi, ritirato.
Forse è questo uno dei grandi drammi del nostro tempo: abbiamo costruito una cultura che parla continuamente dell’uomo, ma rischia di dimenticare ciò che rende l’uomo inviolabile.
Abbiamo trasformato la persona in individuo.
E l’individuo, lentamente, in consumatore.Poi in utente.Poi in profilo.Poi in numero.Ma dietro ogni numero c’è un volto.E dietro ogni volto c’è un mistero.Il cristianesimo ha custodito per secoli una convinzione semplice e sconvolgente: l’uomo non appartiene al mercato, non appartiene allo Stato, non appartiene alla massa, non appartiene nemmeno completamente a se stesso. L’uomo appartiene a una dimensione più grande di sé.
Quella dimensione si chiama Dio.E forse proprio per questo oggi ci manca qualcosa.Ci manca il senso del limite.Ci manca il senso della responsabilità.Ci manca il senso del sacrificio.Ci manca persino la capacità di comprendere che amare significa, qualche volta, rinunciare a se stessi.
Abbiamo trasformato la felicità nel diritto di ottenere ciò che desideriamo.Ma la felicità cristiana è un’altra cosa.È imparare a donarsi.È scoprire che la vita acquista senso quando diventa dono.È comprendere che non siamo fatti soltanto per avere, ma per essere.E soprattutto per essere per qualcuno.La crisi dell’uomo contemporaneo, allora, non è soltanto una crisi morale.È una crisi antropologica.
Abbiamo smarrito una risposta alla domanda: chi è l’uomo?
E quando non sappiamo più chi è l’uomo, diventano inevitabilmente confuse anche le risposte su come vivere.
Da sacerdote, questa domanda mi inquieta più di molte altre.
Perché vedo una società nella quale Dio viene spesso considerato superfluo, mentre crescono la solitudine, l’angoscia, la paura del futuro, la fragilità delle relazioni.Non tutto questo dipende dall’assenza di Dio, naturalmente.Sarebbe semplicistico sostenerlo.
Ma sarebbe altrettanto semplicistico non vedere che una società priva di un orizzonte trascendente rischia di lasciare l’individuo solo davanti alle proprie paure.Gli abbiamo detto: sei libero.Ma non gli abbiamo sempre detto per che cosa essere liberi.Gli abbiamo detto: sii te stesso.Ma non gli abbiamo spiegato chi sia veramente quel “te stesso”.
Gli abbiamo detto: realizzati.
Ma non gli abbiamo detto che realizzarsi non significa necessariamente avere successo.E così molti cercano se stessi nello sguardo degli altri.Nel consenso.Nell’apparire.Nel possesso.Nel riconoscimento.E quando quel riconoscimento viene meno, rimane il vuoto.
Forse perché nessun essere umano può diventare il fondamento ultimo di se stesso.
Abbiamo bisogno di qualcuno davanti al quale poter essere semplicemente ciò che siamo.Senza maschere.Senza prestazioni.Senza dover dimostrare nulla.Per il credente, questo sguardo è quello di Dio.Uno sguardo che non misura, non classifica, non consuma.Uno sguardo che ama.
E forse è proprio questo che abbiamo dimenticato: prima ancora di essere produttivi, siamo amati.Questa verità potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui guardiamo la vita.
Cambierebbe il modo di educare i figli.Il modo di vivere la famiglia.Il modo di concepire il lavoro.Il modo di guardare gli anziani.Il modo di accogliere gli ultimi.Il modo di vivere la malattia.Persino il modo di morire.
Perché chi sa di essere amato da Dio non considera la propria vita una proprietà da difendere a ogni costo, ma un dono da accogliere e da restituire.Non si tratta di tornare a un passato idealizzato.Non si tratta di negare la modernità.Non si tratta di avere paura della scienza o della tecnologia.Al contrario.
Abbiamo bisogno di tutta la scienza, di tutta la ragione, di tutta la capacità creativa dell’uomo.
Ma abbiamo bisogno anche di una domanda che la scienza, da sola, non può risolvere:
perché vale la pena vivere?
Una macchina può essere perfetta e non sapere perché esiste.
L’uomo, invece, ha bisogno di un significato.
Ed è forse proprio il significato ciò che stiamo perdendo.La questione di Dio, allora, non è una questione relegata nelle chiese.È una questione che riguarda la cultura.La politica.L’educazione.La famiglia.La convivenza civile.Riguarda il futuro dell’uomo.Perché una società può sopravvivere senza molte cose.
Ma non può sopravvivere a lungo senza una ragione per cui valga la pena rispettarsi, sacrificarsi, perdonarsi, prendersi cura gli uni degli altri.
Ecco perché la domanda su Dio non è morta.Forse è soltanto stata soffocata dal rumore.Dal rumore delle nostre giornate.Dalle immagini.Dalle opinioni.Della corsa.Dal consumo.Dalla paura di fermarci.Perché fermarsi significa ascoltare.
E ascoltare significa, qualche volta, incontrare dentro di noi domande che avevamo scelto di non sentire.Forse Dio non è uscito dalla nostra storia.Forse siamo noi che abbiamo smesso di alzare lo sguardo.
E allora la vera sfida del nostro tempo non è convincere l’uomo che Dio esiste.È aiutarlo a tornare a porsi la domanda su Dio.Perché da quella domanda può nascere anche una domanda sull’uomo.
E forse, proprio oggi, abbiamo bisogno di entrambe.Dove sei, Dio?E, subito dopo:Dove sei tu, uomo?
Forse il cammino per ritrovare Dio passa proprio dalla riscoperta dell’uomo.
E il cammino per ritrovare l’uomo potrebbe, ancora una volta, passare dalla riscoperta di Dio.
