• 13 Aprile 2024
Cultura

Nella dotta introduzione ai due volumi dedicati a “Il mito greco”, pubblicati nel 2009 per i Meridiani della Mondadori, Giulio Guidorizzi, uno dei più raffinati e prolifici studiosi del mondo antico e della cultura greca, ci consegna una immagine suggestiva, tratta da uno dei romanzi più belli e affascinanti della letteratura italiana: il Gattopardo. “Quando il Principe di Salina termina di recitare insieme ai famigliari le orazioni quotidiane e tutto torna nell’ordine consueto, gli dèi pagani affrescati sulla volta del salone patrizio riprendono possesso dei loro spazi e dei loro silenzi. Sono dèi discreti, perfettamente integrati nel sistema di vita del civilizzatissimo mondo principesco, e stanno lì appunto a ricordare l’ordine immutabile del potere di un’aristocrazia sonnolenta, inalterato attraverso i secoli: gli dèi olimpici lo rappresentano negli affreschi, il Principe di Salina nella società”.

In quelle divinità pagane si specchia il Mito, “compagno inevitabile dell’arte e della letteratura occidentale, poiché esso ha plasmato una volta per tutte, alle origini, un mondo fantastico di cui noi oggi, in modo consapevole o inconsapevole, siamo per necessità i discendenti”. Perché il Mito greco, spiega ancora l’illustre grecista, “prima ancora di essere visto come un fenomeno della letteratura, va considerato un fenomeno della società: lo si potrebbe definire una sorta di filosofia tribale capace di esprimere la visione del mondo, e i conflitti, di una comunità tradizionale; non quindi un tipo di pre-pensiero o di pensiero imperfetto, ma la manifestazione di un immaginario collettivo che traduce in forma narrativa un complesso sistema culturale”.

Dal punto di vista antropologico, quando parliamo del Mito, il pensiero si posa su una sorta di contenitore della sapienza tradizionale che viene dal passato originario e che traduce in forme “esemplari” un sistema di valori, la visione e l’identità culturale di un popolo. Indagare a fondo in questa dimensione del Mito aiuta a comprendere meglio il mondo di oggi. E a mettere ordine anche nelle troppo frettolose categorie in cui una certa dottrina ha finito con l’inscatolare antiche supposizioni e ardite divisioni ideologiche al fine di incardinarvi opposte visioni sistemiche e differenti modelli istituzionali.

E’ il caso di Atene e Sparta, autentiche potenze del mondo antico, le due città-Stato, della cui rivalità sono piene le librerie, e che, nel corso dei secoli, sono diventate punti di riferimento per filosofi, politici, sociologi e rivoluzionari. Due modelli ideali e contrapposti. Da un lato, un ordinamento democratico, innovativo, aperto agli scambi e al commercio; dall’altro, un mondo chiuso, militarizzato, appagato dalla rinuncia e dalle restrizioni delle libertà individuali. Ma è tutto vero? Oppure le cose stanno in modo diverso? A fare luce arriva  un bel libro di Eva Cantarella (“Sparta Atene. Autoritarismo e democrazia”, ed. Einaudi). Eva Cantarella è una delle maggiori studiose di Diritto romano e Diritto greco antico. Autrice di oltre venti saggi, tradotti all’estero in numerose lingue, nei suoi studi ci ha condotto per mano lungo i sentieri ignoti del mondo antico, con i suoi riti, i suoi eroi, i suoi miti, le sue articolate organizzazioni sociali e politiche. Nel suo ultimo saggio, ci propone una rilettura delle due città  greche più famose, le cui differenze e rivalità sono state declinate in tutte le versioni possibili. Eppure, si tratta di due Poleis nate dalla stessa cultura, che parlavano la stessa lingua, onoravano gli stessi dèi. Erano state alleate e avevano combattuto fianco a fianco contro i Persiani, il comune nemico. Fin a quando si erano trovate armate l’una contro l’altra nella più lunga e logorante guerra dell’antichità, la guerra del Peloponneso.

Rileggendo la storia delle due città, pur nella chiave dell’antagonismo che continua ad essere messo a frutto da quella parte della cultura occidentale che a quei due sistemi si aggrappa, ancor oggi, per rintracciare le radici dello Stato democratico o, all’opposto, di uno Stato totalitario e tirannico, Eva Cantarella smonta alcuni luoghi comuni, fino a capovolgerne il nesso interpretativo, facendo emergere l’ambiguità degli archetipi. “Tanto il mito di Sparta quanto quello di Atene- osserva l’autrice – affondano le radici in terra greca: Atene è diventata la città del miracolo nel discorso di Pericle per i morti del primo anno della guerra del Peloponneso, e il mito di Sparta nasce, si può ben dire, nel momento stesso in cui i trecento caddero alle Termopili”. Ma questi, avverte Cantarella, “sono problemi che riguardano la storia delle due città, non il loro mito: essendo per definizione fuori dal tempo, questo continua a vivere sia nelle ricorrenti rivisitazioni cine-massmediatiche della cultura popolare, sia nel dibattito storico-politico legato alla riutilizzazione dei modelli delle due città che hanno ispirato in modo alterno, nei secoli, il sogno di mondi ideali, a volte purtroppo concretamente tradotti in atroci realtà”.

Per dimostrare la fallacia di quelle interpretazioni e di quegli archetipi, la studiosa spazia sull’intero arco della storia sociale, politica e religiosa delle due città, partendo dal mito della fondazione. Penetra nella intimità dei nuclei familiari, sonda le affettività, la forza e i limiti dei rapporti genitori-figli, indaga sulla condizione femminile. Ne esce uno spaccato, a tratti, persino sorprendente.

Intanto, le due città, assurte entrambe a città-Stato, presentavano una conformazione molto diversa fra di loro. A differenza di Atene, Sparta non era centralizzata, si configurava in un complesso di villaggi. Una caratteristica che, stando al racconto di Tucidide, presenterà anche nei momenti più fulgidi della sua storia. Ci vollero secoli per convincere gli spartani ad erigere le mura a difesa della città. Essi pensavano, come scrive Plutarco, che “non è senza mura una città cinta di uomini”. Insomma, a difendere Sparta bastava l’eroismo dei suoi abitanti. Ma quel che ancor più la caratterizzava era il circuito formativo dei suoi cittadini. La regola fondamentale dell’organizzazione cittadina attribuita a Licurgo era la paideia, il cui significato andava al di là della semplice educazione, era qualcosa di più e di diverso: era l’educazione che non si impartiva soltanto ai più giovani, ma che si protraeva per tutta la vita. Una formazione continua su cui, in sostanza, poggiava l’intero patrimonio identitario della città, una educazione civica affidata interamente allo Stato, al quale, secondo Plutarco, spettava addirittura il compito di decidere sul diritto dei neonati di continuare a vivere. Quest’ultima notizia, in verità, è narrata nella vita di Licurgo   trasmessa da Plutarco, ma non trova riscontro in altre fonti. Ciò non toglie, comunque, che al compimento dei sette anni avesse inizio l’agogé, ossia l’educazione comunitaria affidata ai cittadini. L’autorità paterna, per quanto riconosciuta in termini di controllo sui figli, era limitata dal fatto che, a sette anni, essi venivano tolti alle cure della famiglia e sottoposti al controllo degli anziani e all’addestramento più duro.

Dove i tratti distintivi tra Atene e Sparta si affievoliscono, fino a sparire del tutto, è nella grande quantità di spazio libero assicurato ai cittadini appartenenti alle classi privilegiate, i cui problemi materiali e finanziari venivano risolti dal lavoro e dallo sfruttamento di una popolazione asservita, fossero schiavi o iloti. E se sulla condizione femminile nelle due città, attraverso una minuziosa ricostruzione del ruolo della donna in quanto madre e sposa, Eva Cantarella dimostra che dal confronto la condizione della donna spartana risulta decisamente migliore di quella delle ateniesi, analogie e diversità si riscontrano per i rapporti omoerotici. Al contrario dell’etica ateniese in materia, “Sparta ci mette di fronte al caso – unico nell’antichità classica (e non solo) – di un’etica sessuale che valutava con lo stesso metro i rapporti omoerotici maschili e quelli femminili”.

Quanto alle istituzioni, nel lavoro della Cantarella si coglie una sostanziale divaricazione, almeno per Atene, tra i principi annunciati e la loro concreta applicazione. Nei trent’anni del dominio di Pericle nella vita politica ateniese (460-490 a.C.) Tucidide descrive una Città con una costituzione del tutto diversa da quella dei vicini. “Noi ateniesi siamo un esempio per gli altri…di fronte alla legge siamo tutti uguali… nell’amministrazione dello Stato preferiamo chi emerge in un determinato settore, non per la sua appartenenza sociale, ma per quello che vale”. E così di seguito per ogni regola sociale e civile che disegnava il carattere di una cittadinanza dove quel che contava sopra ogni cosa era la vita della polis, e  chi non si occupava della politica era considerato un uomo inutile. Insomma, Atene era “la scuola della Grecia”. E Sparta il suo opposto. Questo almeno nei principi. Ma che cosa accadeva in realtà? Che Pericle la pensasse nel modo che racconta Tucidide è fuor di dubbio. Sul piano concreto, però, quei principi democratici, così genuinamente espressi, non trovano riscontro nei fatti, se è vero come è vero che a molti ateniesi veniva impedito di partecipare all’’ecclesia, ossia all’assemblea popolare dove si aveva diritto di parola e dove si prendevano le decisioni più importanti: dalla politica estera al controllo dell’esecutivo e dell’operato della magistratura, comprese le nomine nei settori più rilevanti. Aristotele, il cui prestigio era pure fuori discussione, non aveva, per esempio, diritto al voto. In più, i diritti politici furono ulteriormente ridotti dallo stesso Pericle con un decreto del 441-440 a.C. Quali siano state le ragioni di un così drastico restringimento delle possibilità di acquisire la cittadinanza ateniese, con conseguente limitazione dei diritti politici, è questione tuttora aperta. Ciò che colpisce, osserva Eva Cantarella, è la discrepanza tra “il sogno di Pericle” e la realtà di Atene.

Insomma, la diversità tra Sparta e Atene, tanto favoleggiata e strumentalmente assunta a dogma   nella ideologia mitologica applicata in favore della costruzione degli Stati moderni, non sono fondate. “E’ un’antitesi – afferma la studiosa – costruita sulla valutazione delle differenze in singoli aspetti delle loro istituzioni politiche e sociali, nessuna delle quali è incompatibile con la loro appartenenza al modello che le accomunava, e quindi al mondo di quelle poleis le cui risse, rivalità e guerre sono state una costante dell’intera storia greca”. Un libro stimolante, quest’ultimo volume di Eva Cantarella. Un sontuoso contributo alla verità storica e alla confutazione di alcuni falsi miti sempre duri a morire.

Autore

Giornalista e scrittore, ha ricoperto importanti incarichi pubblici. E’ stato sindaco di Colleferro per tre mandati e presidente della Provincia di Roma. Parlamentare del centrodestra per due legislature, è stato Sottosegretario alle Infrastrutture durante il governo Berlusconi e presidente della Commissione Lavoro alla Camera dei Deputati. Nella lunga esperienza di amministratore ha ricoperto il ruolo di vicepresidente dell’Anci (Associazione nazionale dei Comuni italiani) e dell’Upi (Unione Province italiane). Ha fatto parte del Cda del Formez. E’ membro del Consiglio direttivo dell’Eurispes. Autore di numerosi saggi e collaboratore di varie riviste, durante la carriera giornalistica è stato, tra l’altro, condirettore del Secolo d’Italia e di Linea. Nel 2020 ha fondato e diretto il mensile “Il Monocolo”.