• 26 Maggio 2024
Editoriale

Ci piace pensare che l’inchino di Mattarella alle Regioni («colonna vertebrale del nostro Paese») sia stato dettato solo da esigenze di galateo istituzionale. Dopo tutto, il presidente parlava davanti ai governatori riuniti nel recente Festival convocato a Torino (ma non bastava Sanremo?) proprio per celebrare queste semi-istituzioni. In realtà, niente di più fuorviante della riverenza presidenziale. Anzi, sarebbe un gran bel giorno quello in cui, dal soffocante abbraccio delle Regioni, l’Italia riuscisse a liberarsi. Ma questo il Capo dello Stato non avrebbe potuto dirlo. Tanto più ora che il Senato è alle prese con il provvedimento che consentirà alle tre più ricche – Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna – di ottenere ulteriori competenze e, ovviamente, più risorse per poterle gestire.

Soldi loro, beninteso, dal momento che pagano in tasse più di quel che ricevono in investimenti e servizi. È il tributo pagato alla solidarietà nazionale. La differenza di questo residuo fiscale serve infatti a tenere in scia i territori “ritardatari”. Inquadrata dal lato dell’autonomia differenziata una volta divenuta legge, significa che la provvista finanziaria oggi destinata al recupero dei territori svantaggiati si assottiglierebbe. Con buona pace di chi ancora va cianciando di regionalismo differenziato a costo zero o senza danno per il Sud. Purtroppo per i tanti che ancora credono che la nazione non sia un condominio regolato da tabelle millesimale bensì corpo vivo che si nutre di radici e di destino comune, molto più realistica dei pii auspici delle animelle di cui sopra appare, al riguardo, la prospettiva da «secessione dei ricchi» paventata dall’economista Gianfranco Viesti. E pazienza per quanti avevano sperato che la desolante performance offerta dalle Regioni nel contrasto alla recente pandemia inducesse il Parlamento a correggere la dinamica para-secessionista innescata dalla sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione voluta dalla sinistra nel 2001.

Ma è accaduto il contrario. E ora è paradossalmente la destra, attraverso il ddl Calderoli, ad avallare l’inguacchio. E pure con tanto di sigillo del Quirinale, alla luce della sortita torinese di Mattarella, rimasta – per altro – sorprendentemente priva di apprezzabile riscontro nel discorso pubblico. Non tanto nei resoconti, quanto nei commenti e nelle analisi. Non uno, infatti, tra politologi, costituzionalisti e opinionisti, ha ritenuto di riflettere ad alta voce su quel giudizio così enfatico («colonna vertebrale del nostro Paese») e nello stesso tempo così lontano dalla realtà sotto il profilo storico, politico e istituzionale. Non ci sarebbe stato nulla di irriverente, non fosse altro perché se la colonna vertebrale serve a sostenere il corpo, tutti sanno che di tale “sostegno” l’Italia si è dotata solo nel 1970, e – a detta di tanti – senza neanche guadagnarvi in postura. Anzi, quella pre-Regioni stava in piedi molto meglio di quella post.

Chi ne dubitasse, potrebbe magari dare una rapida scorsa ai dati del divario Nord-Sud, tema tra i più cari allo stesso Mattarella. Ad onta di chi ne imputa la paternità ad un immaginario centralismo, i numeri sono implacabili nel dimostrare come il massimo della convergenza tra l’Alta e la Bassa Italia (come si diceva allora) si sia registrato tra il 1950 e il 1971 e grazie soprattutto alla Cassa per il Mezzogiorno, strumento allora ben lontano dal vituperato carrozzone politico-clientelare di qualche decennio più tardi. I numeri, si diceva: bene in quel ventennio la Cassa riuscì nella (fino ad allora) mission impossible di restringere la forbice tra le due Italie, portando il Pil pro-capite del Sud dal 53 a oltre il 61 per cento di quello del Nord. Una remuntada mai più registrata. Furono gli anni del boom o, se si preferisce, del miracolo economico. E anche qui c’è da chiedersi se sia solo un caso o se invece c’entri qualcosa con i ritmi di crescita “cinesi” dell’Italia di allora il fatto che il Sud marciasse sulla corsia di sorpasso.

Certo, i fattori a base di quel successo furono molteplici e neanche tutti fatti in casa. Ma a sorreggerli concorrevano un obiettivo politico (la riduzione del divario), un modello organizzativo iper-centralizzato (la Cassa per il Mezzogiorno) e una visione strategica interventista (ma non statalista), frutto dell’insegnamento di Alberto Beneduce e Francesco Saverio Nitti, primi ad immaginare uno «Stato in grado di organizzarsi come lindustria privata». In più, agiva la consapevolezza della reciprocità di interessi tra Nord e Sud, purtroppo destinata a scolorire di fronte al sempre più marcato protagonismo regionalista. Visto oggi (ma Almirante, Malagodi e La Malfa lo capirono già allora) l’ingresso delle Regioni nella partita del riscatto meridionale si è rivelato a dir poco dannoso ai fini dell’integrazione socio-economica Nord-Sud. Certo, molteplici furono le cause che contribuirono all’interruzione della nostra golden age: dalla fine della convertibilità del dollaro agli choc petroliferi, sul fronte esterno, alle rivendicazioni salariali sganciate da ogni riferimento alla produttività e alla politicizzazione del sindacato, su quello interno.

Ma è altrettanto vero che nel 1970 la classe dirigente dell’epoca si sparò sui piedi decidendo di cambiare una squadra fino a quel momento vincente. È un dato di fatto che in oltre mezzo secolo di vita il tasso di efficienza-efficacia di queste semi-istituzioni si sia rivelato inversamente proporzionale alla loro famelicità di visibilità e di risorse. Fallimentari, specie quelle meridionali, sotto il profilo della programmazione territoriale e della capacità di spesa delle risorse europee, le Regioni si sono rivelate invece abilissime nella moltiplicazione dei centri di spesa e delle clientele. Più contropotere che istituzioni, certificano la propria esistenza in vita soprattutto per il bulimico rivendicazionismo di competenze finalizzato a disegnare un neo-centralismo regionalista in tutto speculare a quello contestato dai suoi cacicchi allo Stato nazionale. Con queste caotiche premesse era fatale che il Belpaese finisse per disunirsi fino ad assumere le sembianze di un rissoso condominio intossicato da vertenze territoriali, recriminazioni storiche e rivendicazioni di poteri. Infatti sono aumentate distanze e disuguaglianze, tra territori e tra cittadini. A separarci dal marasma istituzionale resta ora solo l’ultimo miglio dell’autonomia differenziata (come si possa integrare differenziando resta un autentico mistero). Una volta approvata, c’è da scommetterci, l’Italia non starà più in piedi. A conferma che mai così  gracile e abusiva «colonna vertebrale» fu tanto ingiustamente decantata.

Autore

Giornalista professionista. Deputato nelle legislature XII, XIII, XIV, XV e XVI, ha ricoperto due volte la carica di presidente della Commissione per l’indirizzo e la vigilanza dei servizi televisivi. È stato portavoce nazionale di An e ministro delle Comunicazioni nel Berlusconi III. È redattore del Secolo d’Italia. Autore del volume La Repubblica di Arlecchino. Così il regionalismo ha infettato l’Italia (Rubbettino editore).