• 14 Gennaio 2026
Cultura

Walter F. Otto è stato uno dei maggiori esegeti novecenteschi del mondo antico e, in particolare, della cultura e della religione greca. Ne 1929 dette alle stampe un testo, Gli dèi della Grecia, che rappresentò un momento di svolta negli studi in tema. Nel 1933, inoltre, uscì un testo che, assieme ad altri volumi, l’ultimo dei quali vide la luce nel 1938, gli consentì di definire, in termini compiuti, le proprie tesi relative alla straordinarietà della religione dell’Ellade. Ci riferiamo a, Dioniso. Mito e culto. Questo studio è nuovamente nelle librerie per i tipi di Adelphi, a cura del germanista Giampiero Moretti (pp. 285, euro 15,20). Per entrare nelle vive cose della trattazione dell’insigne storico delle religioni è bene muovere da questa considerazione del curatore, tratta dalla postfazione che accompagna il volume: «(Otto) riteneva che il fenomeno complessivo della grecità non potesse esser affrontato unilateralmente», quasi si trattasse di un evento concluso, da indagarsi esclusivamente con strumentazione storico-filologica né, tantomeno, risultava possibile comprenderlo convenientemente facendo riferimento al cliché estetico, assolutizzato nell’età romantica.

Otto, al contrario, individua quale campo centrale e dirimente per la comprensione della kultur ellenica ciò che definisce la “percezione del divino”, carnalmente esperita dagli uomini di quell’età. Una presenza delle potestates divine, chiosa Moretti, che si dava nella forma del mito-racconto e del culto-azione, atti a rendere evidente la loro vigenza nel mondo, nella physis. L’uomo greco veniva “afferrato” in un movimento: «che procede(va) incessantemente da un polo all’altro della relazione uomo-dio». Le forme mitico-cultuali, pertanto, erano lungi dall’essere vissute quali mere “illusioni”. Per tale ragione, le ermeneutiche psicologiste o sociologiche furono ritenute inadeguate  dallo studioso tedesco, incapaci di rinviare a ciò che i Greci, nella loro vissutezza avrebbe chiosato Colli, realmente esperivano della teofania. Il divino era, in Grecia, fatto ontologico. Per quanto attiene alla potestas dionisiaca, Otto rileva che essa, da un lato, era avvertita come opposta ad Apollo ma, allo stesso tempo, induceva, favoriva l’incontro con la polarità divina apparentemente     opposta. Per tale ragione, Dioniso, nel suo “darsi”  nella vita, alludeva alla “convergente unione”, tra Grecia pre e post-omerica.

A dire dello studioso tedesco, nel dio convivevano la dimensione tellurica e quella spirituale. Un teorico della forma, della Gestalt,quale, di certo, fu Otto, in forza di tale assunto guardò con interesse rilevante al dio dell’estasi, dio travalicante limiti, identità e latore della s-determinazione degli enti. Lo fece, ponendosi oltre le stesse lezioni di Bachofen e Creuzer, respingendo, ricorda Moretti: «l’idea che il senso dei misteri […] dionisiaci possa essere ricondotto a una prefigurazione del cristianesimo». Il Dioniso di Otto è dio ellenico. Tale tesi è supportata, in queste pagine, da ampia documentazione archeologica, filologica, storico-religiosa. Dioniso, non casualmente, nasce da madre mortale, con ciò rivelando: «la duplicità dell’essere e il trascorrere da un polo all’altro della duplicità morte-vita in ogni circostanza dionisiaca dell’esistenza»,  ambiguità testimoniata nel mito e nel culto. Dioniso, per nascita, conosce e vive la dimensione della lacerazione e del dolore, della morte, a differenza delle divinità olimpiche. Pertanto, il divino greco, il divino dionisiaco, ha in sé il tratto dell’ eccezionalità, rappresenta un unicum nella storia religiosa dell’uomo europeo, altro, in ciò, dalla religiosità cristiana, di origine asiatica, orientale e, per questo, sostenuta da afflato escatologico e salvifico.

Di contro, Dioniso è cuore pulsante, ritmico, della visione tragica greca, come mostra lo sviluppo complesso della tragedia attica. Nell’estasi, nell’entusiasmo, nell’esperire la presenza del principio in sé, i Greci vivevano la contraddizione inscritta nella vita, il rapporto ambiguo uno-molti, zoé e bioi.Il culto donava forma all’informe, trascrivendo il perpetuo gioco della dissolvenza delle esistenze, sempre esposte al confronto con la morte. Sostanzialmente, per Otto il dionisiaco indica un percorso che muove dal divino per coinvolgere l’umano in un iter divinizzante. Sostanzialmente, egli mostra la duplicità divina di Dioniso nel darsi in uno di vita e morte, gioia e dolore, caldo e freddo, simbolizzata, in modalità emblematica, dai suoi attributi vegetali,  la vite e l’edera.

Ma è la il suo darsi attraverso la “maschera” a indicarne l’essenza più profonda, il suo “farsi incontro”, il suo “essere sempre presente” nella physis. In tema, Otto si esprime in questi termini: «Lo si rappresentava con la maschera perché lo si conosceva come il contemplante, è il dio della più immediata presenza […] proprio perché è sua caratteristica apparire improvvisamente e con tanta potenza […] Dioniso è simbolo e manifestazione di ciò che è e allo stesso tempo non è: immediata presenza, in uno con l’assoluta assenza […] ci scuote con una vicinanza che è al tempo stesso un ritrarsi: i misteri ultimi dell’essere e del non-essere fissano l’uomo con occhi smisurati». Affermazione chiarificata dalla complementarità di Apollo e Dioniso, dall’essere il primo “maschera” del secondo: «Il regno olimpico s’innalza al disopra dell’abisso terrestre […] Ma la stirpe dei suoi dèi è scaturita essa stessa da quelle profondità […] essa non sarebbe se non esistesse quel grembo materno, quella fonte sorgiva dell’essere elementare: Apollo con Dioniso, avremmo così la dimensione totale dell’universo […] E con ciò la religione greca, in quanto consacrazione dell’essere com’esso è, avrebbe raggiunto la sua più sublime altezza». Una re-ligio della vita nuda, singolare, esposta al ludico incontro di limite e illimitato, visione del mondo centrata sulla coincidentia oppositorum.

Il Dioniso di Otto è libro con il quale si può guardare al senso ultimo della civiltà ellenica. Esso non ha, per questo, solo rilevanza storico-religiosa, ma significativo e attualissimo valore filosofico. 

Autore

Giovanni Sessa (Milano, 1957) vive a Frascati (RM). Suoi scritti sono comparsi su riviste, quotidiani, in volumi collettanei e Atti di Convegni di studio. Ha curato e prefato decine di volumi. Tra le ultime pubblicazioni, La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo, Milano 2014; Julius Evola e l’utopia della Tradizione, Sesto S. Giovanni (Mi) 2019; L’eco della Germania segreta. “Si fa di nuovo primavera”, Sesto S. Giovanni (Mi) 2021; Azzurre lontananze. Tradizione on the road, Sesto S. Giovanni (Mi) 2022; Icone del possibile. Giardino, bosco, montagna (Mi) 2023. E’ Segretario della Fondazione Evola.