Un saggio di Teodoro Klitsche De La Grange
Teodoro Klitsche De La Grange è giurista e tributarista di vaglia, editore e direttore della rivista di cultura politica e di diritto pubblico «Behemoth», nonché autore di un numero assai rilevante di saggi giuridico-politici. È nelle librerie la sua ultima fatica, La lotta contro il diritto, comparsa nel catalogo di Oaks editrice (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 111, euro 12,00). Il titolo del volume, richiama, invertendolo di segno, uno scritto di grande importanza di Rudolf von Jhering, La lotta per il diritto. La ragione di tale scelta è da individuarsi in una constatazione storica non smentibile: la legislazione italiana, in particolare a muovere dalla “Seconda Repubblica” e dagli anni Novanta del secolo scorso, ha, in molti casi, reso praticamente impossibile l’esercizio dell’azione in giudizio dei privati e, con essa, l’attuazione degli stessi provvedimenti giudiziari.
De La Grange, nell’incipit del testo, nello sviluppare la sua critica allo stato presente delle cose in Italia (ma non solo), muove proprio dalle tesi di Jhering. Questi sostenne il diritto essere un’attività pratica che vive, pertanto, esclusivamente nella sua concreta attuazione. Il diritto possiede, inoltre, tratto conflittuale, centrato com’é sulla distinzione/opposizione tra lecito ed illecito. Vi sono un diritto obbiettivo e un diritto subbiettivo. Il primo si incardina nell’ordinamento giuridico della vita,nei principi generali mirati alla preservazione dell’ordine, il secondo consta, al contrario, del suo inverarsi verso il basso: «il discendere dalla regola astratta sino ad investire la persona di un diritto in modo concreto» (p. 7). Il diritto privato statuisce la possibilità dell’individuo di agire per realizzare i propri diritti lesi, e la sua azione dà vita, fa essere, realizza il diritto obbiettivo. Agire in tal senso ha, lo riconobbe lo stesso Croce, tratto etico, in quanto contribuisce a mantenere saldo l’ordinamento giuridico vigente che, a sua volta, è condicio sine qua non, di un’ordinata vita comunitaria. A ciò contribuiscono, in modalità differente, tanto la legge ordinaria e costituzionale, quanto la sua “fonte”, il diritto consuetudinario, sedimento della storia e dell’ethos di un dato popolo.
Ricorda il nostro autore che, posizione non dissimile in tema, fu sostenuta da Hauriou. Il grande giurista riteneva che ambedue le forme giuridiche, istituzionale e comune, fossero indispensabili a mantenere la pace sociale, essendo questa il risultato di un equilibrio tra “comando” dei governanti e “risposta” accettata da parte dei governati. La legislazione italiana, elefantiaca e contraddittoria, ha creato, nel corso degli ultimi decenni, una situazione di evidente squilibrio che grava, in toto, sulle spalle dei secondi, a tutto vantaggio della Pubblica Amministrazione. Tale: «posizione d’ineguaglianza deriva da una serie di “privilegi” e “disparità” del potere pubblico» (p. 12). In particolare, esistono differenze evidenti e crescenti tra il diritto applicato ai rapporti privati e quello tra PP.AA. e privati. Temi (la giustizia tra diseguali) e Dike (la giustizia tra eguali) sono oggi assai distanti tra loro, chiosa De La Grange.
La minorità giuridica dei cittadini è il risultato, ci ricorda l’autore, di un serie di concause, stratificatesi nel tempo. La situazione attuale, in estrema sintesi, mostra una serie di problematicità: 1) L’azione giudiziaria civile è sempre più difficoltosa e costosa; 2) Tutto mira alla tutela della PP.AA. a scapito dei diritti dei singoli cittadini; 3) Anziché “realizzare” il diritto, in Italia si è pensato (senza successo) a ridurre il costo della giurisdizione, facendo ricorso, perfino, a processi-specchietto (Berlusconi) presentati quali esempio di “lotta” per il bene comune; 4) I problemi della giustizia non sono stati risolti in quanto si è ritenuto che essi fossero prodotti da una falsa causa: la litigiosità degli italiani. Una condizione, quella dell’Italia contemporanea, in cui il cittadino vive in uno stato di subordinazione e passività rispetto alle istituzioni. Per questa ragione, il libro di De La Grange è di grande attualità: invita il lettore a lottare per il diritto, unica strada percorribile per riacquistare il rispetto di sé e l’effettiva sovranità politica che, in democrazia, dovrebbe spettare al popolo.
In questo senso, sarebbe necessario tornare a guardare con interesse al discorso di Callicle, così come trascritto da Platone nel Gorgia. Questi sostenne, contrapponendosi a Socrate, che l’uomo dabbene dovrebbe reagire all’ingiustizia subita, senza porgere l’altra guancia. In questo modo, provvedendo a difendere se stesso, compirebbe, in egual modo: «un dovere verso la comunanza» (p. 79). D’altra parte, gli attuali reggitori della cosa pubblica, dovrebbero tornare ad ascoltare il consiglio che Emone, figlio di Creonte, re di Tebe, dette al padre nell’ Antigone. Emone richiamò il genitore al giusto equilibrio, suggerendogli di tener nel dovuto conto il diritto consuetudinario e tradizionale. In solitudine, infatti, si può regnare solo su una terra deserta, desolata, in quanto il “politico” è, per essenza, fondato sul conflitto tra la molteplicità delle parti. Di tale contesto ebbe contezza Machiavelli, ricorda il nostro autore, il quale, per tale ragione, si prodigò a sollecitare ilPrincipe a un’aurea sovranità: ogni governante dovrebbe tenere sempre in seria considerazione il sentimento e l’umore del popolo del quale è guida e tutore.
L’attuale élite di potere sembra aver obliato simili considerazioni. Il nostro ordinamento giuridico, connotato da una fiscalità predatoria e solo astrattamente orientato alla difesa dei diritti, in realtà è lo strumento che sta gradualmente trasformando i cittadini in sudditi, incapaci di chiedere e ottenere per sé giustizia.Lo Stato dovrebbe proteggere, lo rilevò Hobbes, i governati. Per cui, nella situazione attuale: «non c’è alcuna ragione per ubbidire a chi non protegge» (p. 92) e, il più delle volte, è incapace di riconoscere le proprie colpe. Non resta, al fine di un possibile riavvicinamentodi governati e governanti che lottare, come suggerisce De La Grange, per il diritto. Una battaglia per la libertà e la sovranità popolare. Cosa non da poco, nel pieno dispiegarsi dell’età della governance.
