• 13 Aprile 2024
La mente, il corpo

Non c’è PNRR che tenga per affrontare il degrado esistenziale di ampi settori del mondo giovanile. Il fenomeno è talmente parcellizzato da sbiadirsi nelle cronache locali, ma ciò  che emerge è una vera e propria emergenza dai tratti complessi. Qualche episodio tra i tanti, registrati un po’ in tutta Italia: adolescenti che colpiscono in gruppo  , diffondono i video delle vittime e anche quelli che le coetanee hanno concesso ai fidanzati in un momento di intimità; minori che minacciano e derubano loro coetanei; scontri tra ragazzini stranieri e giovani abitanti d’origine italiana; tentativi di violenza nei confronti di una ragazzina da parte di un “branco” di adolescenti; furti ad opera di bande giovanili.

Nella maggioranza dei casi – secondo quanto denunciano le forze di polizia – si tratta di fenomeni incontrollabili, con difformi capacità aggregative e un’appartenenza sociale “stratificata”, che va dalle fasce economicamente più svantaggiate a minori appartenenti al ceto medio e medio-alto.

Ad  accomunare le diverse realtà è però  l’idea del  “fare branco” quale fattore deresponsabilizzante, nella misura in cui si agisce tutti insieme e non in prima persona, scaricando sul gruppo le rispettive azioni. A questo si aggiunga l’effetto “deviante” delle sostanze stupefacenti o dell’alcool in grado di “falsare” la realtà, di esaltare le pulsioni individuali e collettive, annebbiando i freni inibitori.  E poi c’è la “modernità” della comunicazione, con la messa in rete delle azioni compiute e l’esaltazione dell’impresa, autentico collante identitario per i diversi gruppi.

Di fronte a questi fenomeni, in crescita esponenziale, prevenire è necessario. Anche reprimere. Ma ancora di più è urgente andare alle radici del problema, che nasce da quello che è stato definito un tipo complesso di “analfabetismo culturale”, fatto di diritti e di doveri non rispettati, di mancanza di responsabilità e di autocontrollo, soprattutto di esempi diretti e positivi non avuti. A cominciare dalla famiglia e dall’indebolirsi del suo  ruolo, depotenziato nelle sue ragioni di fondo e nei suoi stessi componenti, sotto i colpi di un relativismo diffuso e dalla conseguente perdita delle sue ragioni fondanti. Da questo punto di vista l’evocato ”analfabetismo culturale” non riguarda solo i minori.

In una società senza madri e senza padri, dove i rispettivi ruoli si perdono e si sbiadiscono, a pagarne le prime conseguenze sono i figli, privi di riferimenti certi, di indirizzi, di “valori protettivi”. Perciò il rischio è il “liberi tutti”, con le conseguenze che vediamo nelle strade e nella  povertà di modelli educativi-familiari a cui le istituzioni possono rispondere solo parzialmente.

Quando, in questo ambito, si parla di politiche di inclusione sociale, attraverso la scuola e l’associazionismo, si percepisce infatti solo una parte del problema. Al fondo c’è un relativismo etico sulle cui conseguenze in pochi sembrano essere coscienti. Soprattutto il cittadino non è allertato.  Non ci sono campagne informative che lo mettano sull’avviso. Al contrario, egli è quotidianamente sottoposto ad una costante opera di indottrinamento inconsapevole, in grado di rendere dolce il processo di depotenziamento collettivo, di resa, di assuefazione. E tutto questo senza che le conseguenze concrete di tale deriva siano ben chiare. Senza che i costi sociali e personali di certe scelte siano chiaramente indicati.

Poi certamente ci sono i “contesti urbani”, laddove esistono aree del Paese, in cui è il degrado a dettare legge, un degrado sociale, economico, perfino architettonico, del quale a pagarne le conseguenze sono soprattutto i giovani ed i giovanissimi, abbandonati a se stessi, spesso senza saldi riferimenti familiari, senza occasioni di socialità culturali e sportive. E dunque in balia di “aggregazioni” malsane quali sono le baby gang e di una “cultura diffusa” che premia i “trasgressivi”, spettacolarizza l’esistenza, azzera il limite, sopraffà i soggetti fragili.

Al fondo c’è una domanda inespressa di ricostruzione sociale con cui, prima o poi, bisognerà confrontarsi. Una ricostruzione che passa attraverso  il recupero del  valore della famiglia, il senso di un’identità sociale condivisa, il miglioramento della vivibilità urbana e quello che Konrad Lorenz, già cinquant’anni fa (in “Gli otto peccati capitali della nostra civiltà”) individuava come “l’accumularsi della tradizione” quale base di ogni sviluppo culturale e della formazione di valori insostituibili e degni di rispetto. Da qui, anche da qui, occorre partire per rispondere al “disagio giovanile”, cercando di recuperare il senso di una cultura che altrimenti – per dirla sempre con Lorenz – “può estinguersi come la fiamma di una candela”. Con quali risultati è già oggi bene evidente.

Autore

Giornalista e scrittore, a partire dalla seconda metà degli Anni Settanta ha collaborato alle principali pubblicazioni dell’area anticonformista. Dal 1990 al 2000 ha fatto parte della redazione del mensile “Pagine Libere”, specializzandosi in tematiche economiche e sociali, con particolare attenzione alla dottrina partecipativa. Scrittore “eclettico” ha al suo attivo diversi saggi dedicati al sindacalismo rivoluzionario e al moderno movimento delle idee. Tra gli ultimi libri: L’Idea partecipativa dalla A alla Z. Principi, norme, protagonisti (2020), La Rivoluzione 4.0 (2022). E’ direttore responsabile del trimestrale “Partecipazione”. Dal 2017 al 2022 è stato componente del CdA della Fondazione Palazzo Ducale di Genova. Dal marzo 2023 fa parte del CdA del MEI (Museo dell’ Emigrazione Italiana).