• 18 Giugno 2024
Cultura

Quale potrà essere la verità tragica del Kafka di Pierfranco Bruni in distribuzione in questi giorni anche in occasione del centenario della morte? Bruni, da maestro qual è, non scrive un usuale e abituale saggio. Ma un mosaico di vita tra scrittura, filosofia e estetica. 

Poerfranco Bruni sottolinea fin dalle prime pagine, in “Lafka. La verità tragica”,( Solfanelli editore), che Kafka è nel suo viaggio: “Mi accompagna da epoche immemorabili, dalla giovinezza”.

Kafka entra nella vita dell’autore quando è ancora un giovane ragazzo e da lui non sarà mai più distante, dopo quel “viaggio” incominciato in “un’isola, nella mia stanza. Mi ha insegnato – scrive Bruni- che non bisogna mai avere paura perché bisogna avere la consapevolezza che la verità è dentro di noi”

Nel libro, che Bruni definisce in più punti volutamente “incompiuto”, si trovano tutti i temi legati alla narrativa di Kafka, alcuni  al conflittuale rapporto con la famiglia, altri  alle problematiche dell’appartenenza e del rapporto tra colpa e punizione. 

Ricorrente nelle pagine del libro è il richiamo al rapporto conflittuale con il padre, del quale Bruni spiega “ho imparato che il padre è il porto dal quale si vuole fuggire e allo stesso tempo l’ancora imperdibile nella marea”, c’è  l’amore per Milena, il richiamo a Praga” una città avvolta tra le nuvole”,  Praga che diventa un sapore, la coscienza e la conoscenza, Praga che per Kafka è una piccola madre.

Molto interessante e degno di nota il capitolo in cui Bruni riporta i contributi di diversi e importanti autori su Kafka, da Arendt a Carlo Bo passando da Buzzati.

Si avverte chiaramente tra le pagine del libro, nella velocità della scrittura, nella mole di contenuti, l’urgenza di scrivere dell’autore.

Kafka, come scrive all’inizio Bruni, fa parte della sua formazione personale prima che professionale, riusciamo quasi a vedere attraverso le sue parole i tanti libri lasciati sparsi sulla sua scrivania nello studio della sua casa in casa in Calabria, le tante sottolineature in rosso sulle pagine rilette mille volte e si percepisce irrimediabilmente la necessità di regalare al lettore tutto quello che negli anni ha rappresentato, tutti i momenti della vita di Bruni in cui Kafka ha lasciato una impronta significativa e significante.

Fino ad arrivare alla conclusione “Andare sempre oltre” … scrive l’autore nella parte finale del suo libro: “Kafka scrive per la non conclusione”, non c’è una porta chiusa ad attenderci ma una porta sempre aperta.

Nelle ultime pagine Bruni ci racconta la partenza dopo il suo viaggio a Praga, una città che vive attraverso gli occhi di Kafka “sono stati giorni intensi ma è ora di andare via” e di quanta malinconia questa partenza generi in lui.

Quello che all’inizio l’autore aveva più volte anticipato come un avvertimento è effettivamente quello che alla fine avviene, il libro ha una sua voluta, studiata e perfetta incompiutezza, scrive “smetto di tormentarlo e di tormentarmi (…) ho bisogno di riposare riflettendo. Cosa farò adesso? (…) Ho cercato tra le pagine, interrogando e interrogandomi ma non ho chiesto risposte, non mi basterebbero, ho scritto per capire me stesso, Kafka serve per dar senso alla mia scrittura al mio immaginario modo di ricordare.”

Il libro resta perciò “aperto”, in attesa, ma di cosa? Di essere definitivamente terminato o di essere lasciato all’ignoto come un eterno Ulisse? Come “una memoria che non conosce dissolvenza?”