• 11 Aprile 2026

Nel 1969 e nel 1971 comparvero nel catalogo dell’editore Sugar, della quale allora era direttore   Massimo Pini, due significativi volumi enciclopedici intitolati Arcana,dedicati a “il meraviglioso, l’erotica, il surreale, il nero, l’insolito”. Il primo volume si occupava di tali contesti inusuali nell’ambito letterario, il secondo nell’ambito delle arti figurative. Si tratta di un vero e proprio dizionario dell’insolito e del fantastico le cui voci furono scritte da noti studiosi di tale generi letterari e pittorici. Non potevano mancare nel novero degli autori, Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco. Entrambi giovanissimi, erano animati dall’intenzione di rinnovare nel profondo l’esegetica dominante nelle patrie lettere, che riduceva fantasy e fantascienza a espressioni creative d’evasione, a forme espressive “marginali”. Per i due volumi, de Turris e Fusco composero a quattro mani un’ottantina di voci, ma ne furono effettivamente pubblicate sessantacinque, alcune delle quali in modalità parziale. La società editrice La Torre ha da poco raccolto in volume questi scritti del  “fantastico duo”. Ci riferiamo a, Voci Arcane. Un dizionario del fantastico, arricchito dalla contestualizzante postfazione di Pietro Guarriello (per ordini: info@editricelatorre.it). In esso, laddove possibile, sono state ripristinati nella loro integrità i contributi dei due autori.

Il libro è di godibilissima lettura, impreziosito da un apparato iconografico composto da ritratti fotografici degli autori di cui, di volta in volta si tratta, e da eleganti illustrazioni. Un’opera preziosa anche sotto il profilo editoriale, quindi, della quale consigliamo vivamente la lettura, alla luce di questa constatazione di Guarriello: «Recuperare queste “voci” nella loro forma originaria, significa rendere omaggio a due pionieri che continuano a fare scuola, ma anche e soprattutto riscoprire le fondamenta su cui si è edificata gran parte della moderna esegesi del fantastico nel nostro paese» (p. 402). De Turris e Fusco scrivendo le “voci”  si sono fatti latori di un’ermeneutica innovativa, “neo-simbolica”, centrata sul mito, aperta alla pluridisciplinarità, alla psicologia del profondo e ai contributi forniti in tema dalla storia delle religioni e dal pensiero di Tradizione. Di ogni autore, i due intellettuali ricostruiscono, con acribia investigativa inconsueta, tanto gli aspetti biografici più rilevanti e la bibliografia, senza trascurare il senso profondo, in alcuni casi riposto, della loro opera. Tale rigore critico è dedicato tanto agli autori più noti, tra essi Tolkien e Lovecraft, quanto ai meno noti al grande pubblico: «Ogni “voce” è un piccolo saggio compiuto» (p. 409), si sostiene nella postfazione.

Il saggio più ampio è riservato a Lovecraft. Si tratta di un’analisi attenta del “materialismo cosmico” del solitario di Providence, espressione filosofica del tragismo che sta alla base della sua narrativa, produttore dell’ “orrore cosmico” nel quale l’uomo vive, il più delle volte inconsapevolmente. Si badi, la “materia” della quale dice Lovecraft, nulla ha a che fare con la materia meramente quantitativa della modernità, in quanto essa è “animata”. L’orrore è il prodotto della: «sospensione […] di quelle leggi fisse della Natura che sono la nostra unica salvaguardia contro gli assalti del caos»  (p. 411). Oltre il mondo staticizzato dai concetti e dalla scienza, vige la realtà dell’impossibile,che irrompe all’improvviso nelle nostre esistenze. De Turris e Fusco, a proposito di Tolkien, la cui opera principale nel 1969 non era stata ancora pubblicata in Italia, ricostruiscono la lunga gestazione de, Il Signore degli anelli.In essa, il docente di Oxford: «ha dato a ogni personaggio, a ogni luogo, una sua credibilità, creando dal nulla una “storia” per ognuno di essi, una vera “fanta-mitologia”» (p. 262). L’intera produzione narrativa tolkieniana è “fantasia eroica”, fantasia “mito-poietica”.

Medesima visione del mondo è rilevabile nelle pagine di Bardbury. Questi era dotato di uno stile particolare che mirava, in modalità fiabesca, all’: «umanizzazione del futuro dell’uomo» (p. 53). Gli occhi dello scrittore guardarono il mondo in modalità infantile, attraverso la meraviglia propria dell’infanzia, in un rapporto immediato, di vera e propria immedesimazione con la vita profonda delle cose. Fahrenheit 451: «dimostra come il suo pessimismo si risolva poi in una posizione fondamentalmente ottimistica nei confronti dell’uomo del futuro ma di decisa condanna verso tutto quanto ne comprometta l’individualità» (p. 57). Anche Borges, ricordano i due autori, colse nella lingua lo strumento atto a concedere momentanea forma al caos del mondo: «gran parte della narrativa di Borges sembra avere il fine unico di corrodere i fili maestri del tessuto connettivo del continuum spazio-temporale» (p. 46), al fine di mostrare la possibilità dell’impossibile. L’uomo, come la realtà, è doppio, ambiguo e, solo nella pluralità e nella dimensione temporale gli è dato di attingere la propria identità. Ma, si badi: «il sogno si stempera nel reale e non è distinguibile alcuna linea di divisione fra i due domini» (p. 48). Per questo, come seppe il nostro Leopardi, le cose non sono mai quello che dicono di essere, mera datità, positività, ma sono abitate da un non, da un principio negativo.

Della Seconda parte del libro, dedicata alle arti figurative, ci limitiamo a segnalare, tra gli altri, i “medaglioni” riservati a Buzzati e Escher. Lo scrittore bellunese ebbe, da sempre, un’evidente propensione per la figuratività. Ciò è rilevabile dal suo, Poema a Fumetti del 1969. I suoi disegni testimoniano la ferma volontà di evadere dalla realtà sorda e grigia, messa in scena anche nelle opere letterarie. Il fumetto di Buzzati si pone oltre la pop art, in quanto ha valenza liberatoria, pur non avendo la pretesa di: «raggiungere […] l’elaborazione di un “messaggio” compiuto e articolato» (p. 274). Escher, in particolare nell’incisione in legno, Tre sfere, non avverte il bisogno di inventare altri mondi: «per suggerire il senso dell’illusorietà del reale» (p. 299). Egli ha contezza che l’altrove è sempre qui, ci abita. Voci Arcane mostra che de Turris e Fusco sono intellettuali che: «hanno dedicato la loro vita a esplorare e a difendere un Immaginario che consideravano non una fuga dalla realtà, ma uno strumento per comprenderla più a fondo» (p. 415).

Gianfranco de Turris-Sebastiano Fusco, Voci Arcane. Un dizionario del fantastico, postfazione di Pietro Guarriello, pp. 416, euro 24,50.

Autore

Giovanni Sessa (Milano, 1957) vive a Frascati (RM). Suoi scritti sono comparsi su riviste, quotidiani, in volumi collettanei e Atti di Convegni di studio. Ha curato e prefato decine di volumi. Tra le ultime pubblicazioni, La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo, Milano 2014; Julius Evola e l’utopia della Tradizione, Sesto S. Giovanni (Mi) 2019; L’eco della Germania segreta. “Si fa di nuovo primavera”, Sesto S. Giovanni (Mi) 2021; Azzurre lontananze. Tradizione on the road, Sesto S. Giovanni (Mi) 2022; Icone del possibile. Giardino, bosco, montagna (Mi) 2023. E’ Segretario della Fondazione Evola.