Incontri tematici che mi appartengono come centri filosofici di un pensiero sull’esilio. Esilio e morte. Ecco. Suicidio ed esilio. È un tema comune. In Ugo Foscolo diventa un unico destino. In mezzo c’è la Passione della Patria tradita nel trattato di Campoformio per un versante. E le passioni d’amore, la sensualità, la carnalità. Ovvero la donna. Per un altro versante. Un processo che tocca le coordinate filosofiche più alte del suo tempo e del nostro. Il suicidio certamente è uno tragico che anticipa tutto il dolore di Jacopo. Perde la Patria e perde Teresa. È certo che l’esilio di un uomo nato in un’isola attraversa tutta l’angoscia del viandante solitario. La solitudine come dominio della scrittura. La scrittura però non conduce alla salvezza. Bensì alla consapevolezza. Questo è Foscolo. Non salva. Rende consapevoli. Consapevolezza e destino?
Nelle Ultime lettere si legge una frase che è già oltre l’Illuminismo e già dentro l’esistenzialismo: “Or che tu tieni quell’arma appuntata deliberatamente sovra il tuo cuore, non ti senti forse capace di ogni altra impresa, e non ti vedi libero padrone de’ tuoi tiranni?”. Lo strumento del suicidio. Il pugnale. Un atto oltre quel sentimento della ragione che occupava il suo secolo. Ma Foscolo è tragico. Oltre la Ragione. Il pugnale non è arma. È libertà. È l’unica sovranità che resta quando la Patria è venduta e la donna è perduta. “Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto”. È una dimensione oltre addirittura il romantico. Post illuminista. Precursore dell’esistenza decadente. Un incisivo decisivo per inserire la Passione tra l’esilio e il suicidio. Ovvero la passione non basta più quando la Patria è perduta. Non c’è libertà che possa essere utile alla fine di una Patria venduta allo straniero. L’unica libertà possibile resta il suicidio soprattutto quando l’esilio non basta più. E dopo?
Autobiografia? Sostanzialmente Jacopo Ugo è un vissuto disperante. Jacopo sceglie il suicidio. Ugo l’esilio. Appunto un disperante esistenzialismo. Appunto una solitudine agonizzante. La consapevolezza della fine è la testimonianza di non accettare la viltà. Infatti sempre Jacopo, con una sentenza che sembra scritta da Seneca e da Cioran insieme: “Se gli uomini si conducessero sempre al fianco la morte, non servirebbero sì vilmente”. Una chiosa fondamentale.
L’amore? Ma l’amore di Jacopo per Teresa è potente. Non sarà la Patria soltanto ma anche la passione per Teresa alla quale scriverà con una disperazione che non ha più nulla di arcadico: “T’amai dunque, t’amai, e t’amo ancor di un amore che non si può concepire che da me solo”. E così si supera tutta la ragione di Rousseau nonostante i suoi amori e va oltre un idealismo hegeliano. Ovvero oltre ogni visione della storia. Perché in Foscolo non c’è la storia. C’è quella che diventerà storia. Ovvero la politica. Una politica identitaria per una Patria derisa. Foscolo resta un riferimento in cui la grecità è profonda certamente. Nel cui interno esilio e suicidio si intreccia Ovidio con Saffo. Un paradosso. Ma proprio no.
Ovidio è il modello dell’esule. Saffo è il modello del suicidio per amore. Foscolo li tiene insieme. L’esule di Tomi che scrive Tristia e la poetessa di Lesbo che si getta dalla rupe di Leucade. In Foscolo c’è l’uno e l’altra. Perché l’esilio senza la passione è solo geografia e la passione senza l’esilio è solo retorica. Bisogna aggiungere un’altra coordinata che tu hai sempre insegnato. La filosofia del suicidio in Foscolo non è mai nichilismo. È stoicismo tragico. Jacopo legge Plutarco, legge Seneca, legge il De officiis di Cicerone. Il suo suicidio è romano, non romantico. È atto di libertà repubblicana. Come Catone a Utica che preferisce sventrarsi piuttosto che vivere sotto Cesare. In fondo il viaggio stesso di Ovidio è anche destino.
Per questo scrive: “Io erede di un nome che deve essere intatto, e tale da non far arrossire mia madre”. Il suicidio è difesa del nome. È difesa della Patria interiore quando quella esteriore è stata consegnata all’Austria a Campoformio per un pugno di ducati e di promesse. E c’è un altro passaggio che va citato perché illumina il rapporto tra esilio e pugnale. Quando Jacopo incontra Parini, il vecchio poeta gli dice parole che sono profezia per tutta la vita di Foscolo: “Le lettere, e massime in Italia e ne’ nostri tempi, non possono meritare il titolo di professione, se non in quanto sono esercitate da uomini che per conservarsi liberi si rassegnino a vivere poveri”. Vivere poveri per conservarsi liberi. È la condanna all’esilio. Foscolo non accettò mai di vendere la penna. Per questo morirà povero a Londra. L’esilio fu la sua coerenza. Non poteva essere diversamente per un’anima vibrante come Foscolo.
Il suicidio di Jacopo è allora l’altra faccia dell’esilio di Ugo. Jacopo muore perché non può vivere senza Patria e senza Teresa. Ugo va in esilio perché non può vivere senza libertà. Due modi diversi di non servire vilmente. Due modi di tenere l’arma appuntata sul cuore. In questo senso la donna non è diversivo sentimentale. Teresa è Patria. Teresa è sposata a Odoardo, uomo freddo, calcolatore, come l’Austria è sposata a Venezia per calcolo. Jacopo ama Teresa come ama l’Italia: di un amore impossibile perché già venduta ad altri. La sensualità, la carnalità che tu giustamente sottolinei, quel “succhiarli dalla tua bocca celeste”, non è libertinismo. È disperazione di chi sa che quel bacio è l’ultima patria toccabile prima del pugnale. Una morte destino.
E così tra esilio e passione c’è altro. In Foscolo esilio e suicidio non sono due temi. Sono un unico tema che si chiama libertà. Quando la politica tradisce, come a Campoformio, resta solo la metafisica della scelta estrema. O andarsene o uccidersi. Tertium non datur. Foscolo scelse di andarsene e di morire lentamente di esilio. Jacopo scelse di uccidersi e di morire subito di passione. In entrambi i casi la scrittura non salva. Rende consapevole. E la consapevolezza è l’unica forma di salvezza che resta all’uomo tragico. È appunto destino. Foscolo traccia destini. Tra esilio morte e passione. Una dimensione certamente dentro il pensiero tragico.
