• 14 Ottobre 2026

C’è una domanda che dovremmo tornare a porci con urgenza: a chi appartiene la cultura? Se la risposta fosse «a pochi», avremmo già smarrito una delle ragioni più profonde per cui la cultura esiste. Il sapere non nasce per costruire recinti, ma per abbatterli; non nasce per stabilire chi possa parlare e chi debba soltanto ascoltare, ma per creare le condizioni di un confronto nel quale ciascuno possa sentirsi parte di una comunità. È da questa convinzione che prende forma un progetto di formazione rivolto ai giovani universitari, a cominciare dall’Università di Parma, dedicato alla comunicazione e al giornalismo: un percorso che non vuole limitarsi a insegnare un mestiere, ma intende restituire alla parola il suo peso, alla cultura la sua funzione civile e all’informazione la responsabilità che le è propria. Perché insegnare a comunicare non significa soltanto conoscere le regole della scrittura, saper costruire un titolo o confezionare un testo efficace.

Significa comprendere che ogni parola pronunciata o pubblicata produce un effetto, modifica una percezione, può creare consapevolezza oppure alimentare confusione, può avvicinare le persone oppure allontanarle. È per questo che al futuro giornalista non bastano la tecnica e la preparazione professionale: servono curiosità, sensibilità, capacità di ascolto, empatia, senso critico e, soprattutto, rispetto delle regole costituzionali e deontologiche che sono il fondamento di una professione alla quale la società affida una parte essenziale del proprio diritto a essere informata. Prima ancora di imparare a scrivere una notizia, un giovane dovrebbe imparare a chiedersi se quella notizia sia vera, se le fonti siano attendibili, se il linguaggio utilizzato sia corretto, se dietro un fatto raccontato esistano persone la cui dignità merita di essere rispettata. È qui che la formazione incontra l’etica e che il giornalismo smette di essere soltanto una tecnica per diventare responsabilità civile. Per comprendere tutto questo occorre anche conoscere la storia. Non si può immaginare il futuro dell’informazione dimenticando gli uomini e le donne che hanno contribuito a costruirne il linguaggio, il prestigio e le contraddizioni. Oriana Fallaci, Enzo Biagi, Giovanni Spadolini, Eugenio Scalfari, Indro Montanelli sono nomi che appartengono a stagioni diverse e rappresentano sensibilità, idee e percorsi differenti, ma proprio per questo possono diventare materia preziosa di studio e di confronto per chi oggi si prepara a entrare nel mondo dell’informazione. Non per trasformarli in icone intoccabili, né per chiedere ai giovani di replicarne le esperienze, ma per comprendere come il giornalismo abbia saputo, nei suoi momenti migliori, diventare un ponte tra cultura, politica e società. La storia del giornalismo insegna che una firma può avere un peso enorme nel dibattito pubblico e che il rapporto tra informazione e potere è uno dei terreni più delicati della democrazia. Per questo conoscere il passato non significa vivere nel passato: significa possedere gli strumenti per non essere inconsapevoli davanti al presente.

E il presente ci impone una trasformazione radicale. L’informazione viaggia oggi alla velocità di un clic, le piattaforme digitali hanno moltiplicato le voci, i social network hanno trasformato ogni cittadino in un potenziale produttore e diffusore di contenuti e l’intelligenza artificiale sta modificando ulteriormente il rapporto tra uomo, informazione e conoscenza. Ma proprio quando tutto sembra diventare più semplice, diventa più difficile distinguere ciò che è importante da ciò che è soltanto rumoroso, ciò che è verificato da ciò che è virale, ciò che informa da ciò che manipola. Ecco perché la modernità non può essere confusa con la rinuncia alle regole. Al contrario, più aumenta la velocità della comunicazione, più diventa indispensabile la capacità di fermarsi, verificare e assumersi la responsabilità di ciò che si pubblica. Anche l’intelligenza artificiale deve essere affrontata in questa prospettiva: non come una tecnologia da demonizzare, ma come uno strumento potente che richiede una consapevolezza ancora maggiore. Può aiutare a cercare, organizzare ed elaborare informazioni, ma non può diventare un alibi per rinunciare al pensiero critico. Il rischio più grave, infatti, non è che una macchina scriva al posto nostro; è che l’uomo smetta di interrogarsi su ciò che la macchina produce. La vera competenza del comunicatore del futuro sarà dunque anche quella di saper riconoscere l’errore, verificare la fonte, individuare la manipolazione e distinguere la velocità dalla qualità. In questo scenario diventa fondamentale conoscere anche le differenze tra un comunicato stampa e un articolo, tra il giornalista e l’addetto stampa, tra informazione e comunicazione istituzionale. Ruoli diversi, responsabilità diverse, finalità diverse. Confonderli significa impoverire il significato stesso del sistema dell’informazione. Ma questa riflessione sulla formazione conduce inevitabilmente a una questione ancora più grande: che cosa vogliamo fare della cultura? Possiamo davvero continuare a considerarla un salotto nel quale entrano soltanto coloro che possiedono le chiavi? La tradizione culturale europea è ricca di luoghi di incontro, circoli, accademie e salotti nei quali si sono formate idee e si sono incontrate personalità decisive.

Ma il nostro tempo chiede qualcosa di diverso. Chiede di trasformare il salotto in una piazza. Una piazza aperta, accessibile, capace di accogliere il dissenso, la curiosità, la diversità delle esperienze e delle opinioni. La cultura non può essere utilizzata come una barriera sociale, né come una patente di superiorità. Chi possiede conoscenza ha una responsabilità: quella di condividerla. Chi ha avuto accesso ai luoghi del sapere dovrebbe sentire il dovere di aprire altre porte, non di chiuderle. Perché quando il sapere viene utilizzato per umiliare, escludere o punire, qualcosa si spezza. La cultura perde la sua funzione emancipatrice e rischia di diventare uno strumento di potere. E quando il potere si serve della cultura per esercitare controllo sugli altri, il sapere può persino assumere una forma dispotica. È un paradosso soltanto apparente: proprio ciò che dovrebbe liberare può diventare, nelle mani sbagliate, uno strumento di dominio. Per questo la cultura deve tornare a essere soprattutto un atto di apertura. Deve saper raggiungere chi non frequenta i luoghi tradizionali del sapere, chi non possiede relazioni, chi non ha avuto le stesse opportunità, chi magari non ha ancora scoperto di avere qualcosa da dire. È questa la ragione più profonda per cui un percorso di formazione rivolto agli universitari non dovrebbe limitarsi alla preparazione professionale. Formare un giornalista significa anche formare una persona capace di stare nella società, di ascoltarla, di raccontarla senza sentirsi superiore ad essa. Significa insegnare che la comunicazione non è soltanto capacità di parlare, ma prima ancora capacità di comprendere. Che l’autorevolezza non nasce dall’esclusione degli altri, ma dalla competenza con cui si riesce a coinvolgerli.

Che la cultura non diventa più grande quando appartiene a pochi: diventa più grande quando riesce a raggiungere molti. È forse questa la sfida più importante che possiamo affidare ai giovani: non essere semplicemente i professionisti di una nuova comunicazione, ma diventare interpreti di una cultura capace di unire ciò che la società tende continuamente a separare. Tecnologia e umanità, tradizione e innovazione, informazione e responsabilità, libertà e rispetto. Perché il futuro del giornalismo non dipenderà soltanto dalle nuove piattaforme o dagli strumenti che avremo a disposizione. Dipenderà soprattutto dalle persone che sapranno usarli. E una società democratica non ha bisogno di una cultura custodita come un privilegio, ma di una cultura che sappia aprire porte, creare ponti e restituire a ciascuno la possibilità di partecipare. Una cultura che non divida, non discrimini e non punisca. Una cultura che sappia informare, coinvolgere ed emozionare. Una cultura, semplicemente, che abbia il coraggio di appartenere a tutti.

Autore

Laureata in Giurisprudenza e pubblicista iscritta all’albo dei giornalisti. Ha lavorato presso casa editrice e collaborato in 4 testate giornalistiche sia nel Casertano che nel Beneventano. Proprietaria e direttrice responsabile della Testata giornalistica “Sannio Matese Magazine”, registrata presso il tribunale di Benevento, che ha come obiettivo informare, formare e valorizzare il territorio a cui è particolarmente legata del Sannio e del Matese. Presidente dell’Associazione Incanto, da lei stessa fondata, volta alla realizzazione di eventi culturali, sociali, editoriali, mirante principamente a collaborare con le scuole trattando temi socialmente delicati tramite la sensibilizzazione, attraverso il suo format da lei stesso idealizzato “Love Life”. Autrice di "Nuvole d'Estate" e coautrice di "Incantesimi e Magie dal Matese al Sannio"