• 13 Aprile 2024

In Italia non esiste un unico Museo di Storia Nazionale. Berlino ha il Deutsche Historische Museum.A Washington c’è il Museum of American History, a Versailles il  Musée de l’Histoire de France.

Figli di una Storia policentrica, tra antiche repubbliche e nobili casati,   nel nostro Paese dobbiamo spesso “fare” i conti con le tante, gloriose “micro identità” territoriali. Con ciò che ne discende anche dal punto di vista museale. E non solo.

Per “condividere” unitariamente le nostre vicende nazionali dovrà passare ancora qualche generazione, anche di storici, finalmente disposti a non farsi intrappolare nelle convenzioni di scuola, mettendo da parte la guerra delle lapidi e delle rispettive epurazioni.  E finendola – una buona volta – con le responsabilità (altra cosa è la memoria storica) dei padri, dei nonni e dei bisnonni, che ormai riposano con le loro eredità spirituali.

Più importante sarebbe farsi  carico della nostra complessità, riportandola nell’alveo dei fatti, ancor prima che di una memoria stratificata. Non è una fuga, al contrario. Nella misura in cui scegliere significa conoscere e perciò capire il senso delle differenze, ragionando  per  comparazioni piuttosto che rincorrere un’omogeneizzazione fasulla.

Pensiamo all’idea stessa del Risorgimento. Se ne facciamo l’espressione, pura e semplice, dell’ideologia piemontese, quella prima  di Cavour poi di Giolitti, inevitabilmente arriveremo ad escludere un’ampia metà del Paese, stravolgendo l’essenza stessa del processo di integrazione nazionale. Non è solo un problema territoriale. L’ideale risorgimentale d’impronta piemontese, sostanzialmente laicista, positivista e moralistico (l’Italia buona impegnata a salvare quella “barbara” e ignorante) esclude strati consistenti della nostra cultura nazionale.

Giunti a questo punto è piuttosto il  tempo di prendere  consapevolezza delle nostre storie.

Siamo nati sui “particolarismi”, dimostrando però sul campo, quello della politica, della cultura e perfino bellico, di sapere  superare ed integrare umori guelfi e ghibellini, nostalgie comunali ed orgoglio per le antiche monarchie meridionali (di Napoli e Palermo), insorgenze antigiacobine e carboneria. Con tutto questo dobbiamo continuare a fare i conti. Magari per scoprire un meridione più moderno e meno “cafone” di quanto non ci ha trasmesso certa storiografia patriottarda, con la prima ferrovia italiana, le moderne industrie,  la prima flotta del Mediterraneo e la sua vitalissima cultura. Ma – nel contempo – incapace di svolgere quel ruolo “nazionale” che avrebbe potuto riequilibrare gli eccessi dell’ideologia piemontese. Potremmo/dovremmo parlare della fedeltà degli “alfieri” – tanto per richiamare il capolavoro di Carlo Alianello – di un’altra Italia e con loro i sacrifici e le idealità del mazzinianesimo, con il suo grande messaggio sociale, antesignano del “Socialismo Tricolore”.

E’ insomma giunto il tempo, in questo 2 giugno 2023, di recuperare storie piuttosto che di escluderle nel segno di un’errata idea di unità, prendendo atto  delle tante contraddizioni che ci stanno alle spalle. Riprodurle nuovamente sarebbe un’iniziativa irrealistica e fuori dal tempo. Negarle  un’operazione irrispettosa dei tanti piccoli frammenti che comunque costituiscono la nostra grande immagine nazionale.

A  questa Storia andrebbe piuttosto tributato il pieno riconoscimento, attraverso un grande Museo della Storia Nazionale, nel quale riconoscere gli elementi costitutivi del nostro complesso processo d’integrazione, a partire dalla Magna Grecia per arrivare alla romanità e poi ancora il Medio Evo, il Rinascimento, fino alle vicende che portarono alla fine dei vecchi Stati preunitari e alla nostra forma attuale.

Il Presidente Carlo Azeglio Ciampi, che volle ripristinare, nel novembre 2000, la Festa della Repubblica, spostata, nel 1977, alla prima domenica di giugno, rimarcò il richiamo ai “simboli più significativi della nostra identità di Nazione”, un’identità – ci sia permessa la nota – che va evidentemente ben oltre i richiami al Risorgimento, alla Resistenza e alla Repubblica. Ha radici ben più profonde. E’ il senso di appartenenza alla Patria, in quanto “terra dei padri”, sintesi di memorie complesse e condivise.  

Tra le scarse risorse disponibili  l’impegno a costruire una sorta di tempio laico della Storia dell’Italia Unita appare un obiettivo realistico e percorribile, a cui potrebbero concorrere le diverse regioni, ognuna portando gli elementi essenziali della propria storia ed il rispettivo contributo alla memoria di un destino comune. Con questo spirito “unitario” non ci sarebbe contraddizione nel vedere accanto tante storie diverse, in grado di scrivere una nuova epopea collettiva. Per non sfuggire alle nostre “contraddizioni”, ma per coglierle nelle loro corretta portata. Sentendoci tutti figli di uno stesso destino, in cui finalmente riconoscersi.

Autore

Giornalista e scrittore, a partire dalla seconda metà degli Anni Settanta ha collaborato alle principali pubblicazioni dell’area anticonformista. Dal 1990 al 2000 ha fatto parte della redazione del mensile “Pagine Libere”, specializzandosi in tematiche economiche e sociali, con particolare attenzione alla dottrina partecipativa. Scrittore “eclettico” ha al suo attivo diversi saggi dedicati al sindacalismo rivoluzionario e al moderno movimento delle idee. Tra gli ultimi libri: L’Idea partecipativa dalla A alla Z. Principi, norme, protagonisti (2020), La Rivoluzione 4.0 (2022). E’ direttore responsabile del trimestrale “Partecipazione”. Dal 2017 al 2022 è stato componente del CdA della Fondazione Palazzo Ducale di Genova. Dal marzo 2023 fa parte del CdA del MEI (Museo dell’ Emigrazione Italiana).