• 22 Luglio 2024
Intervista

L’Austria, il fascino antico che la permea, la bellezza seducente delle sue atmosfere: da Vienna a Innsbruck fino alle vette e ai laghi della Carinzia. E poi il Mediterraneo, tra mito e sfide geopolitiche che gli ruotano oggi intorno. Ne parla qui Gennaro Malgieri, giornalista e scrittore, già parlamentare e direttore del Secolo d’Italia e de L’Indipendente.

Direttore Malgieri, ci racconti un po’ come nacque l’idea di raggiungere l’Austria…

Avevo poco più di vent’anni e da tempo, le suggestioni esercitate su di me dalla lettura dei romanzi di Joseph Roth e di Alexander Lernet Holenia, avevano creato una forte attrazione per il mondo austro-ungarico ed in particolare per la vita sotto l’impero asburgico. La rappresentazione di un ordine civile prossimo alla perfezione secondo i modelli tradizionali suscitò in me una profonda curiosità nel conoscere da vicino quel “mondo di ieri”, per dirla con Stefan Zweig, forse il più grande biografo nel Novecento. E, quando si presentò l’occasione, decisi di partire da solo. Ricordo che arrivai a Vienna in piena notte e uscendo dalla stazione ferroviaria, Westbahnhof, avvertii un cambiamento profondo rispetto alla provenienza da Roma. C’era qualcosa di “magico” e di antico che “annusai” avviandomi a prendere un taxi che mi portò in centro, in un albergo allocato nei pressi della casa di Freud. La notte scendeva veloce, ma io non avevo voglia di andare a dormire. Fu così che verso le tre di notte mi ritrovai davanti alla Kapuzinerkirche, la catacomba dove riposano centinaia di Asburgo, dal più insignificante dei piccoli granduchi ai grandi imperatori. Fu il caso, il destino a portarmi là? Dopo una carezza al piede del Monaco di Aviano, ormai quasi all’alba, decisi che era il caso di mettere fine a quella prima escursione. Non persi tempo, insomma. Il cuore dell’Impero mi aveva quasi chiamato…

Quali sono i luoghi che ha esplorato?

Pressoché tutta l’Austria, dal Vorarlberg, a occidente, al Burgenland nell’estremo est. Le città che più mi hanno colpito e mi porto nel cuore sono oltre a Vienna, Salisburgo, capitale mondiale della musica, e la non meno musicale, ma non per motivi sonori, quanto per struttura urbana, Innsbruck. Ma la regione che ho amato ed amo di più è la Carinzia che frequento d’estate da ventidue anni ininterrottamente. Qui trovo una pace che in nessun altro posto del mondo mi riesce di trovare, eppure ho viaggiato a lungo, ma quel pezzo di mondo tra l’Italia e la Slovenia ha qualcosa di particolare, dal paesaggio alpino alla quantità di laghi bellissimi. E conserva una religiosità difficilmente riscontrabile altrove, con le sue innumerevoli chiese, con i suoi santuari, le sue processioni estive, le sue pievi medievali. Religiosità che si riscontra salendo sulle Alpi austriache, inoltrandosi nel massiccio del Nockberg dove ci sono e funzionano ancora stazioni termali antichissime, che davano ristoro d’inverno alle legioni romane e più tardi ai monaci che dal Nord s’incamminavano verso Roma. Qui si respira un’aura di sacro ed il cammino nei boschi induce ad una profonda meditazione delle vette, come avrebbe detto Evola, che non ti togli più di dosso.  

Tra intellettuali vari e autori più o meno recenti, atmosfere paesaggistiche da visitare e centri urbani, costruzioni monumentali e tradizioni, quale il fascino dell’Austria?

Un fascino antico che si coniuga, soprattutto a Vienna nei quartieri al di fuori del Ring, con una modernità tutt’altro che volgare. È attraente il paesaggio urbano come quello rurale e montano. Riassume i caratteri sparsi di tutta l’Europa. Forse per questo, magari esagerando, considero l’Austria il cuore del nostro Continente. Quanto alla vita intellettuale è piuttosto vivace. Credo che il più grande scrittore vivente sia austriaco: il premio Nobel Peter Handke, non a caso carinziano nato nel villaggio di Griffen, ai confini con la Slovenia. In Italia le Edizioni Settecolori hanno appena pubblicato un corposo e profondo libro di pensieri ed aforismi, Di notte, davanti alla parete con l’ombra degli alberi. Taccuino di un cronista dell’anima.

Da visitare qualsiasi cosa, monumento sontuoso o piccole costruzioni seicentesche. Il Duomo di Vienna, la Hofburg, Schönbrunn, ed il Danubio costeggiato da monasteri nei quali l’antica Austria si ritrova come mille anni fa. Le tradizioni sono sentite. Non c’è villaggio che non abbia le sue, come non c’è paesino che non onori i caduti delle guerre, non solo le ultime due, con cippi e monumenti. Il sentimento nazionale è formidabile. Uffici pubblici, alberghi e dimore di pregio sono sormontate dalla bandiera nazionale. Un mondo a misura d’uomo incistato nella sua storia profonda che la modernità non ha affatto scalfito.

Quanto forte si avverte in territorio austriaco l’eredità del passato imperiale?

Enormemente. Pur non essendo gli austriaci nostalgici funzionali alla ricerca delle loro tradizioni. Ma l’eleganza, il portamento, la bellezza discreta delle donne e l’abbigliamento di tutti a tutte le età, fanno ritenere che quel “mondo di ieri” è tutt’altro che morto.

Attualmente come si articola il quadro politico a quelle latitudini?          

La politica rispecchia quella europea e degli Stati dell’Unione. È scadente. Dopo l’abbandono di Kurz, ex primo ministro che pure aveva acceso speranze, è diventata più confusa. Ma è la politica continentale a condizionare scelte e posizionamenti.

Volgiamo lo sguardo altrove, verso le nostre coste e le acque in cui si immergono. La sua attività di pensatore e scrittore, oltre che di parlamentare, membro dell’Assemblea parlamentare dell’Unione per il Mediterraneo, della quale è stato presidente della Commissione cultura e componente dell’Ufficio politico, testimonia una certa sensibilità per l’anima e il destino del Mare nostrum…

Ho cercato di guardare al Mediterraneo sempre con gli occhi dell’uomo del passato. E mi sono finto – dallo scoglio di Malta, alle rive del Peloponneso, dalle nere spiagge siciliane, dalle isole egee, alle insenature turche ai golfi africani – viaggiatore nello spazio liquido alla ricerca di rotte antiche sulle quali indirizzare il mio percorso sentimentale, convinto che è il Mediterraneo il grembo nel quale sono stato concepito. Perciò è mare dell’amore, sacro come ciò che dà la vita e la vita si riprende alla fine. Che poi io sia occidentale, europeo, greco, romano e cristiano poco importa. Potrei essere orientale, asiatico, politeista o islamico. Oppure scuro di carnagione, dionisiaco d’indole, levantino di costumi. Resterei sempre mediterraneo: l’identità indiscutibile di culture e civiltà che l’uomo del passato percepiva non conflittuali guardando il suo mare, come vorrei percepirle io quando mi affaccio sullo stesso mare, anzi mi getto in esso e da esso mi faccio possedere. E vorrei perdermi, con l’antico osservatore, tra i flutti o nelle burrasche; riemergere con lui tra nuove avventure sacrificando all’unico Dio senza dimenticare le divinità ancestrali dei padri che indirizzarono le vele verso porti sicuri. E poi vorrei ritrovarmi tra rovine amate come dentro casa mia, in compagnia di cantastorie egizi, fenici, anatolici, africani, ispanici, greci, dove le pietre scaldano come le religioni che custodiscono.

Da Creta alla Sicilia alle Baleari vorrei navigare in linea retta come i fenici, raccogliendo le inquietudini del Mediterraneo, ma senza soffermarmi, con il rischio di perdermi e congedarmi dalla mia stessa anima, come Ulisse nei porti della virtù e del vizio. Per quanto, da antico abitante marino, dovrei rendere omaggio all’eroe che l’ha solcato, primo ed ultimo danzatore sulle onde tra guerre ed amori. Nessuno di noi, dopo di lui, tramontata l’età dell’oro, è stato una cosa sola con il Mediterraneo. L’alba è durata millenni e non s’è mai visto un altro veleggiare sostenuto da venti e da dèi. Soltanto nel 1571, il 7 ottobre, l’Unico spinse la Verità alla vittoria, servito da don Giovanni d’Austria, da quel giorno Signore di Lepanto e difensore della Cristianità, mettendo fine alla più cruenta guerra civile mediterranea, quella tra le religioni, le civiltà, le culture figlie dello stesso mare. Sei anni prima, gli usurpatori aggressori dell’Europa si erano arenati davanti a Malta, difesa da un manipolo di cavalieri con la croce sul petto. Oggi si raccolgono frantumi sulla superficie liquida della nostra storia.

Mediterraneo culla della nostra cultura e della nostra civiltà?

L’identità del Mare Nostro è indecifrabile, forse non c’è più. Al suo posto rileviamo un lungo lamento che ci fa capire come la storia sia finita da un pezzo; la storia di un porto senz’anima dove s’incrociano traffici indifferenti e popoli che sulle sue rive s’affacciano e vivono nel disinteresse dei padroni del mondo. È stato detto che oggi i Paesi del Mediterraneo non hanno altro in comune che l’insoddisfazione di chi li popola. Forse si dovrebbe aggiungere che esso è il contenitore di conflitti i cui rumori con difficoltà la vecchia Europa, rassicurata dal fatuo e pericolante benessere che produce, percepisce in maniera non adeguata. Eppure dalle sue sponde risuonano grida che il Mediterraneo ha già conosciuto nelle molte età del ferro che l’hanno attraversato. Ma a differenza del passato, oggi non riesce a trovare un “centro ordinatore” in grado di indirizzare la convivenza tra i popoli nel senso della pace “non indifferente”, ma consapevole, fondata cioè sulla convivenza nella quale le culture abbiano riconoscimento e la vitalità di ogni etnia si armonizzi in un contesto di tolleranza. Difficile, naturalmente.

In cosa è consistito l’impegno svolto nell’organizzazione internazionale prima menzionata?

Da uomo del passato che ne ha viste tante, so che se l’Unione europea si sviluppa senza tener conto della sua “culla” mediterranea diventa perfino impossibile immaginare un destino diverso per il nostro mare, considerato come una vera e propria “linea di faglia” da abbattere per omologare genti, costumi, tradizioni, linguaggi – la sua ricchezza seducente – secondo stereotipi culturali e prepolitici estranei al modo d’essere dei popoli mediterranei. Manca, insomma, un principio ordinatore in grado di far diventare il Mediterraneo un “progetto”. Per quanto ben ispirate, le numerose convenzioni stipulate negli ultimi anni non hanno sortito gli effetti sperati. La ragione è che nessun governo ha mai considerato il Mediterraneo per quello che è, vale a dire il “luogo” dell’incontro dove Oriente e Occidente, Cristianità e Islam, Sud e Nord del mondo, avventure dello spirito e disavventure dell’intelligenza incrociano le loro differenze e le loro speranze.

Si può dire che soltanto Roma abbia compreso la “crucialità” del Mediterraneo. Ma Roma non è più da molto tempo “principio ordinatore”. Da essa non passa la Storia. E all’ombra delle immagini del passato non sboccia neppure un’idea che sia in grado di esercitare attrazione per quanti cercano occasione di pacificazione. Chi può dispiegare quel “potere che trattiene”, come diceva San Paolo, il potere che impedisce il disordine totale?

Quali sfide geopolitiche e interessi strategici ruotano oggi intorno al Mediterraneo? L’Italia che ruolo ha?

In primo luogo la colonizzazione cinese, con ambizioni russe fin troppo evidenti nel voler condizionare le politiche mediorientali finalizzate alla conquista economica dell’Europa. Il Mediterraneo o assume una veste da protagonista, come era nelle aspirazioni dei primi anni di vita dell’Unione parlamentare per il Mediterraneo, della quale ho fatto parte per dieci anni rivestendo qualche ruolo significativo, o è destinato a soccombere davanti agli egoismi di tutti i Paesi che gli sono d’intorno. Naturalmente se il Mediterraneo non viene considerato parte integrante dell’Europa sarà ben difficile che possa assumere una posizione di preminenza politica e di autodifesa.

Dalla baia d’Algeri a Beirut, da un capo all’altro del Mediterraneo, lambendo le coste italiche ed ispaniche, l’inquietudine si tocca con mano, sfiorando il pelo dell’acqua. Le civiltà non si riconoscono più. Anzi, si detestano. Ed i popoli si offrono alla considerazione dell’uomo antico che li osserva come soggetti insoddisfatti. Nel Mediterraneo si addensano parole e crimini: i fiori dell’amore e della musica e della poesia che pure ingentilivano le crudeltà imperiali, papali o musulmane e lo stupore del mondo benediceva l’arte come Adriano il conquistatore, sono scomparsi perfino nei recessi della memoria. Il Mediterraneo deve riacquistare la memoria se vuole rinascere.

Un’ultima domanda. Qual è il significato simbolico e spirituale che assume per lei il “viaggio”?

Incrociare le vie dello spirito. E la cultura attraverso il dialogo tra le civiltà può essere un utile strumento a tal fine. Ho viaggiato molto. Non soltanto nell’Europa centrale e nel Mediterraneo: dal Cile all’Estremo Oriente ho visitato più di quaranta Paesi. La mia seconda casa è a Parigi dove è più facile l’incontro tra mondi. Ma non mi sono mai lasciato trasportare dall’idea di poter essere qualcosa d’altro rispetto a quel che sono. Amo il mondo e cerco in ogni frammento di umanità i segni del sacro e del divino. Perfino nella più scadente modernità.

Autore

Classe 2001, di Gioia del Colle, studente di Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Dal 2020 scrive su barbadillo.it