• 22 Luglio 2024
Cultura

Chi era Giacinto Auriti? Qual era la sua teoria sulla moneta? Perché le sue idee sono ancora attuali e importanti? Queste sono alcune delle domande cui cercheremo di rispondere analizzando la figura e al pensiero di uno dei più originali e controversi economisti italiani del XX secolo.

Giacinto Auriti (1923-2006) è stato un professore di diritto civile, un politico, un saggista e un attivista, noto soprattutto per aver elaborato una teoria sulla moneta basata sul concetto di valore indotto e sulla rivendicazione della proprietà della moneta all’atto dell’emissione da parte della banca centrale.

Secondo Auriti, la moneta non ha un valore intrinseco, ma è il frutto di un patto sociale tra i cittadini, che ne riconoscono il valore in base alla fiducia e alla convenzione. Pertanto, la moneta dovrebbe appartenere a chi la usa, e non a chi la emette, come invece avviene nel sistema monetario attuale, in cui la banca centrale crea moneta dal nulla e la presta agli Stati, generando indebitamento pubblico e interessi.

Per dimostrare la sua teoria, Auriti ha condotto nel 2000 un esperimento nella sua città natale, Guardiagrele, lanciando una moneta alternativa chiamata SIMEC, che aveva un valore doppio rispetto alla lira e che era di proprietà dei cittadini che la utilizzavano. Questo esperimento ha avuto una grande eco mediatica, tanto da essere definito il “Paese dell’Utopia” e da anticipare le moderne criptovalute, come il Bitcoin, che si basano su principi simili a quelli di Auriti.

Tuttavia, l’esperimento ha anche suscitato le reazioni delle autorità, che hanno sequestrato e poi dissequestrato i SIMEC, accusando Auriti di truffa e falsificazione. Auriti ha continuato la sua battaglia per la proprietà dell’euro, denunciando il vuoto giuridico connesso alla moneta unica europea e chiedendo alle istituzioni europee di riconoscere il diritto dei cittadini di essere i veri proprietari della moneta che usano.

Proviamo quindi ad analizzeremo nel dettaglio la teoria di Auriti, il suo esperimento del SIMEC, il suo rapporto con le criptovalute e la sua causa per la proprietà dell’euro, cercando di capire quali sono le implicazioni e le sfide che il suo pensiero pone al dibattito attuale sull’indebitamento pubblico, sulla sovranità monetaria e sulla sostenibilità dell’euro.

Uno degli aspetti più noti e originali della teoria di Auriti è infatti l’esperimento del SIMEC, che ha condotto nel 2000 nella sua città natale, Guardiagrele, in provincia di Chieti. Il SIMEC, acronimo di Simbolo Econometrico di Valore Indotto, era una moneta alternativa, stampata su carta filigranata e dotata di ologramma e scritta latina, che aveva un valore doppio rispetto alla lira, allora in vigore.

L’esperimento consisteva nel vendere i SIMEC ai cittadini ad un valore di cambio di due a uno con la lira, e poi ritirarli al doppio del valore originario, quando venivano presentati per l’acquisto di beni e servizi presso gli esercizi commerciali convenzionati. In questo modo, i cittadini potevano risparmiare la metà del prezzo dei prodotti, e gli esercenti potevano aumentare il loro fatturato.

Lo scopo dell’esperimento era quello di dimostrare la validità della teoria di Auriti sul valore indotto della moneta, secondo cui i cittadini possono per convenzione creare il valore della moneta locale senza alcun intervento né dello Stato né del sistema bancario. Inoltre, l’esperimento voleva essere un’anticipazione della riforma monetaria proposta da Auriti, che prevedeva l’attribuzione della proprietà della moneta ai cittadini e la distribuzione del signoraggio sotto forma di reddito di cittadinanza.

L’esperimento del SIMEC ha avuto un discreto successo, sia tra i cittadini che tra gli esercenti, che hanno aderito in gran numero all’iniziativa. Secondo le stime di Auriti, sono stati emessi circa 2 miliardi di SIMEC, equivalenti a un miliardo di lire, e sono stati coinvolti circa 800 esercizi commerciali. L’esperimento ha anche suscitato l’interesse di diverse autorità, di partiti politici e di movimenti sociali, che hanno espresso pareri favorevoli o contrari alle idee di Auriti.

In particolare, l’esperimento ha attirato l’attenzione dei media, sia nazionali che internazionali, che hanno dedicato ampio spazio alla vicenda, definendo Guardiagrele il “Paese dell’Utopia” o il “Paese dei Sogni”. Tra le testate che hanno parlato del SIMEC, possiamo citare il New York Times, il Corriere della Sera, il Sole 24 Ore, la Repubblica, il Messaggero, e molte altre.

L’esperimento del SIMEC è stato uno dei primi e più significativi esempi di moneta complementare in Italia, e ha anticipato le moderne criptovalute, come il Bitcoin, che si basano su principi simili a quelli di Auriti, come la decentralizzazione, la fiducia e la convenzione. L’esperimento ha anche sollevato importanti questioni giuridiche, economiche e sociali, che riguardano il ruolo e la funzione della moneta, la sua proprietà e il suo valore, la sua relazione con lo Stato e il mercato, la sua influenza sulla distribuzione della ricchezza e sul benessere dei cittadini.

Il concetto fondamentale della teoria di Auriti è che la moneta non ha un valore intrinseco, ma è il risultato di un patto sociale tra i cittadini, che ne riconoscono il valore in base alla fiducia e alla convenzione. In altre parole, la moneta vale perché le persone credono che valga, e non perché sia legata a una quantità di oro, di beni o di servizi. Questa idea si basa su una concezione della moneta come bene giuridico, e non come merce economica. La moneta, infatti, non è un oggetto materiale, ma un simbolo che rappresenta un diritto di credito nei confronti della collettività. Come scrive Auriti: “La moneta è un titolo di credito che attribuisce al portatore il diritto di acquistare beni e servizi per un valore equivalente a quello del titolo stesso” (Auriti, 1996, p. 17).

Questa concezione della moneta si ispira a diverse fonti filosofiche e giuridiche, che Auriti cita nelle sue opere. Tra queste, possiamo ricordare il pensiero di Rousseau, che nella sua opera “Del contratto sociale” afferma che la moneta è un segno convenzionale che rappresenta il valore dei beni, e che il suo valore dipende dalla volontà generale dei cittadini. Un altro riferimento è il pensiero di Kant, che nella sua opera “La pace perpetua” sostiene che la moneta è un mezzo per facilitare gli scambi tra gli uomini, e che il suo valore dipende dalla fiducia che essi ripongono nel sistema monetario. Un altro autore citato da Auriti è Hegel, che nella sua opera “Lineamenti di filosofia del diritto” definisce la moneta come una manifestazione dello spirito oggettivo, e che il suo valore dipende dalla ragione universale che regola la società. Infine, un altro riferimento è il pensiero di Kelsen, che nella sua opera “Teoria pura del diritto” afferma che la moneta è un’astrazione giuridica, e che il suo valore dipende dalla norma fondamentale che stabilisce la validità del sistema giuridico.

La teoria di Auriti si contrappone alla teoria dominante nel sistema monetario vigente, che considera la moneta come una merce economica, e che ne attribuisce il valore alla quantità di beni e servizi che essa può acquistare. Questa teoria, secondo Auriti, è falsa e ingannevole, perché nasconde il fatto che la moneta è creata dal nulla dalla banca centrale, che la presta agli Stati, che a loro volta la immettono in circolazione, generando indebitamento pubblico e interessi. In questo modo, la banca centrale si appropria del valore della moneta, che invece dovrebbe appartenere ai cittadini che la usano. Come scrive Auriti: “La moneta è un bene giuridico che nasce dal patto sociale tra i cittadini, e che quindi appartiene a loro. La banca centrale, invece, la tratta come una merce economica che nasce dal suo potere di emissione, e che quindi le appartiene. Questa è la grande truffa del sistema monetario attuale, che priva i cittadini della loro sovranità e li riduce a schiavi del debito” (Auriti, 2002, p. 23).

La questione della proprietà della moneta è il punto centrale della teoria di Auriti, che si basa su un principio semplice ma rivoluzionario: la moneta dovrebbe appartenere a chi la usa, e non a chi la emette. Questo principio, secondo Auriti, è sancito dalla Costituzione italiana, che all’articolo 42 stabilisce che “la proprietà è pubblica o privata” e che “i beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati”. Inoltre, è sostenuto dal Codice civile, che all’articolo 927 definisce la proprietà come “il diritto di godere e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l’osservanza degli obblighi stabiliti dall’ordinamento giuridico”. Pertanto, la moneta, essendo un bene economico e una cosa, dovrebbe essere di proprietà di chi la detiene, che ne può godere e disporre liberamente.

Tuttavia, questo principio non è rispettato nel sistema monetario attuale, in cui la moneta è emessa dalla banca centrale, che ne conserva la proprietà e la presta agli Stati, che a loro volta la immettono in circolazione, generando indebitamento pubblico e interessi. In questo modo, la banca centrale si appropria del valore della moneta, che invece dovrebbe spettare ai cittadini che la usano. Come scrive Auriti: “La banca centrale crea moneta dal nulla e la presta agli Stati, che la restituiscono con gli interessi. Questo significa che la banca centrale si arricchisce a spese dei cittadini, che pagano le tasse per ripagare il debito pubblico. Questo è un furto legalizzato, che viola il principio della proprietà della moneta” (Auriti, 1999, p. 45).

Questa situazione è aggravata dal fatto che non esiste una norma giuridica che regoli la proprietà della moneta, sia a livello nazionale che europeo. Infatti, né la Costituzione italiana, né il Trattato di Maastricht, né lo Statuto della Banca Centrale Europea (BCE) stabiliscono chi sia il proprietario della moneta all’atto dell’emissione. Questo crea un vuoto giuridico, che consente alla banca centrale di agire in modo arbitrario e discrezionale, senza alcun controllo democratico. Come scrive Auriti: “La proprietà della moneta è una questione irrisolta, che lascia spazio a interpretazioni e manipolazioni. La banca centrale si comporta come se fosse la proprietaria della moneta, ma non ha nessun titolo che lo dimostri. Al contrario, i cittadini hanno il diritto di rivendicare la proprietà della moneta, ma non hanno nessun strumento per farlo valere. Questo è un paradosso, che mina le basi del sistema monetario e della democrazia” (Auriti, 2001, p. 32).

Per risolvere questo paradosso, Auriti proponeva di riformare il sistema monetario, attribuendo la proprietà della moneta ai cittadini e creando un reddito di cittadinanza basato sul signoraggio. Il signoraggio è la differenza tra il valore della moneta e il costo della sua produzione, che rappresenta il guadagno della banca centrale. Se la proprietà della moneta fosse dei cittadini, il signoraggio sarebbe loro spettante, e potrebbe essere distribuito a tutti sotto forma di reddito di cittadinanza. Questo reddito sarebbe un diritto di tutti i cittadini, indipendentemente dal loro reddito, dal loro lavoro o dalla loro condizione sociale. Come scrive Auriti: “Il reddito di cittadinanza è la conseguenza logica e giuridica della proprietà della moneta. Se i cittadini sono i proprietari della moneta, devono anche beneficiare del suo valore. Il reddito di cittadinanza è il modo per riconoscere il valore della moneta ai cittadini, e per garantire a tutti una vita dignitosa e libera” (Auriti, 2003, p. 27).

Le teorie di Auriti hanno avuto una notevole influenza su molti politici, intellettuali e movimenti sociali, che hanno ripreso le sue idee e le sue proposte per rivendicare la sovranità monetaria e la giustizia sociale. Tra questi, possiamo citare il caso di Mario Borghezio, europarlamentare del partito Lega Nord, che nel 2011 ha presentato una domanda scritta alla Commissione Europea, chiedendo di chiarire a chi appartenga giuridicamente la proprietà dell’euro al momento della sua emissione. La domanda di Borghezio si basava sulle tesi di Auriti, e mirava a sollevare il problema del signoraggio e dell’indebitamento pubblico nell’area dell’euro.

La risposta della Commissione Europea, data dal Commissario Olli Rehn, ha fornito alcuni dettagli sulla proprietà della moneta, affermando che il diritto di emettere banconote in euro appartiene sia alla Banca Centrale Europea (BCE) che alle banche centrali nazionali degli Stati membri dell’area dell’euro, mentre le monete sono di proprietà degli Stati membri. Inoltre, ha precisato che i proventi del signoraggio sono ripartiti tra le banche centrali nazionali e la BCE in base allo schema di sottoscrizione del capitale della BCE per le banconote, mentre i proventi del signoraggio sulle monete vanno agli Stati membri. Questa risposta, tuttavia, non ha soddisfatto Borghezio, che l’ha ritenuta evasiva e incompleta, e che ha continuato a sostenere la causa di Auriti per la proprietà della moneta.

La risposta della Commissione Europea ha anche suscitato il dibattito tra gli studiosi e gli esperti di diritto e di economia, che hanno espresso opinioni diverse sulla validità e sulla coerenza della teoria di Auriti. Alcuni hanno apprezzato il suo contributo originale e critico al sistema monetario, riconoscendogli il merito di aver posto l’attenzione sulla questione della proprietà della moneta e sul suo ruolo sociale e politico. Altri, invece, hanno contestato la sua teoria, ritenendola errata e confusa, e accusandolo di aver ignorato o distorto i principi e i meccanismi del funzionamento della moneta e del mercato. In particolare, hanno messo in dubbio la sua definizione di valore indotto della moneta, la sua rivendicazione della proprietà della moneta da parte dei cittadini, e la sua proposta di reddito di cittadinanza basato sul signoraggio.

In conclusione, possiamo dire che la teoria di Auriti ha sollevato una serie di interrogativi e di sfide sul sistema monetario attuale, che non hanno ancora trovato una risposta definitiva e condivisa. La questione della proprietà della moneta, in particolare, rimane aperta e controversa, soprattutto in un contesto di crisi economica e sociale, in cui la moneta è al centro di conflitti e di tensioni tra gli Stati, le istituzioni e i cittadini.

Sebbene la Commissione Europea abbia cercato di colmare il vuoto giuridico sulla proprietà dell’euro all’atto dell’emissione, lasciando agli Stati membri piena sovranità per la gestione del signoraggio, questo non sembra essere sufficiente a garantire la stabilità e la sostenibilità dell’euro, né a soddisfare le aspettative e le esigenze dei cittadini.

Forse, come sosteneva Auriti, è necessario ripensare il sistema monetario, riconoscendo il valore della moneta come bene giuridico e come espressione della volontà e della fiducia dei cittadini. Oppure, come suggeriscono le moderne criptovalute, è possibile immaginare una moneta alternativa, che sfidi il monopolio della banca centrale e che si basi sulla decentralizzazione, sulla trasparenza e sulla partecipazione. Queste sono le domande e le prospettive che la teoria di Auriti ci lascia in eredità, e che meritano di essere approfondite e discusse.

Autore

Rinaldo Pilla è un traduttore e libero professionista nato a Torino, ma originario del Sannio e attualmente risiede a Fermo, nelle Marche. Ha frequentato la Scuola Militare Nunziatella di Napoli per poi conseguire una laurea presso la Nottingham Trent University e successivamente un master in sviluppo e apprendimento umano dopo il suo rimpatrio dagli Stati Uniti. È un autore molto prolifico, che vanta una vasta e approfondita produzione letteraria sul tema dell’antichità, con particolare attenzione al periodo del I secolo d.C. e alla storia e alla cultura dei Sanniti, un popolo italico che si oppose e si alleò con Roma. Tra le sue opere, si possono citare romanzi storici, saggi, racconti e poesie, che mostrano una grande passione e una grande competenza per il mondo antico, e che offrono al lettore una visione originale e coinvolgente di quei tempi e di quei personaggi. Questo autore è considerato uno dei maggiori esperti e divulgatori dell’antichità, e in particolare del Sannio, una regione storica che ha conservato molte testimonianze e tradizioni della sua antica civiltà.