• 14 Giugno 2024
Editoriale

Se in un secolo i poeti si contano sulle dita di una sola mano, perché i politici si dovrebbero contare con la calcolatrice? Il genio politico, proprio come il genio poetico, è cosa rara. L’abitudine, nonché la necessità della comunicazione, ci impongono l’uso al plurale del soggetto: i politici, i partiti, i leaders. Ma se spostiamo i veli e le convenzioni vediamo che al di là delle convenzioni c’è la folla del deserto in cui la scena politica è (quasi) vuota.

L’antiparlamentarismo è una vecchia litania della politica e della morale di casa nostra. Non si confonda questa nostra lamentazione civile con l’antiparlamentarismo. E’ l’inverso. Crediamo nella dignità dell’istituto parlamentare e perfino, come si usava dire un tempo, nella sua centralità che, a conti fatti, significa la centralità della politica come responsabilità della funzione di rappresentanza. Ma non accade il contrario? Lo scranno parlamentare non è conquistato – anche elargito – proprio nel nome dell’antiparlamentarismo? Il taglio del numero dei deputati e dei senatori, il convincimento, molto diffuso, di dover “superare” il costituzionale “senza vincolo di mandato” con un mandato vincolato, la confusione tra sovranismo e sovranità e tra populismo e popolarismo ci dicono in modo chiaro e sconfortante che la cultura democratica è così fragile da non solo non riuscire a cogliere ma neanche riuscire a sospettare la differenza capitale esistente tra Rousseau e Montesquieu.

La comunicazione in tempo reale del nostro tempo ha divorato tutto o quasi. Come Crono divora i suoi figli – i giorni, le ore, i minuti – così la comunicazione divora la politica, la cultura, perfino la retorica, che è una forma più antica di comunicazione. Certo, la politica non può fare a meno di comunicare ma se diventa soltanto comunicazione, allora, da un lato scompare come politica e dall’altro lato non c’è più nulla da comunicare. Non è, forse, proprio questa la descrizione più fedele del nostro tempo? Credendo di dire tutto, non si dice nulla. Immaginando di essere concreti, si è vuoti. S’insegue la soluzione definitiva, il colpo di scena, la quadratura del cerchio e – paradosso dei paradossi – si perde di vista ciò che nella politica è tutto: il senso del reale. Che cosa strana.

Servirebbe un’educazione politica o, meglio, alla politica che dovrebbe prima di tutto mostrare la impotenza della politica. Sì, la impotenza. Abituarsi a non chiedere, a non pretendere, a non sperare dalla politica ciò che la politica non può e non deve dare equivale a ricondurre il potere politico nei suoi piccoli argini ed a non corromperlo. La politica, infatti, è parte della società e non è tutta la società; e anche quando le si voglia riconoscere il privilegio e la funzione della scelta, sarà sempre un ruolo particolare che potrà affermarsi solo nell’esercizio della sua particolarità. Ahimè, il costume italiano è abituato a pensare, per convenienza, che la politica sia tutto e possa tutto. Così pensando e facendo si ottiene solo corruzione, che non è quella economica ma quella più importante e decisiva che la precede: la corruzione morale. Perché non è vero che sia il potere a corrompere; il più delle volte è l’abito civile degli italiani a corrompere il potere perché lo vuole, lo invoca, lo esige al di là della sua funzione e dei suoi ristretti argini. Un secolo e passa di storia contrassegnata da culture fortemente ideologizzate che hanno insegnato a immaginare l’esistenza di istituti salvifici – il socialismo, il marxismo, il cattolicesimo, il comunismo questo hanno ingenerato in Italia – hanno toccato le corde più profonde dell’animo nazionale e gli idoli, gli alibi, le illusioni si sono impadroniti della scena pubblica e ancora la dominano in un gioco di specchi in cui l’antica commedia dell’arte evita almeno la tragica nota fanatica, che pur qua e là ogni tanto fa capolino e mostra il suo ghigno ferino. La commedia, che corrisponde alla tradizione nazionale, copre con un velo la tragedia che c’è sotto, apre e chiude come un sipario intere stagioni storiche e teatrali. E’ il modo che gli italiani si sono inventati per stare al mondo come in sala. Fino a quando il biglietto è pagato.

Autore

Saggista e centrocampista, scrive per il Corriere della Sera, il Giornale e La Ragione. Studioso del pensiero di Benedetto Croce e creatore della filosofia del calcio.