• 14 Giugno 2024
Editoriale

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”, inizia così l’art. 3 della nostra Costituzione e poi prosegue “sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Ed ancora “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. La dignità sociale trova poi concreta applicazione nel primo comma dell’art. 36 della stessa Costituzione: “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. In sostanza la Carta stabilisce che la retribuzione deve garantire dignità anche al nucleo familiare del lavoratore.

Ma non basta, perché poi all’art. 46 si ribadisce che: «Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende».

Come si vede, la nostra Costituzione recepisce praticamente l’insegnamento che da sempre ha caratterizzato il magistero sociale della Chiesa cattolica. Infatti basta leggere le varie encicliche per rendersene conto: l’enciclica “Rerum Novarum” (1891) di Leone XIII («Allo scioglimento della questione operaia possono contribuire molto i capitalisti e gli operai medesimi, con istituzioni ordinate a porgere opportuni soccorsi ai bisogni e ad avvicinare ed unire le due classi tra loro».); la “Quadragesimo Anno” (1931) di Pio XI («Stimiamo sia cosa più prudente che, fin dove è possibile il contratto del lavoro venga temperato alquanto col contratto di società, come si è cominciato a fare, in diverse maniere, con non poco vantaggio degli operai stessi e dei padroni. Così gli operai diventano cointeressati o nella proprietà o nella amministrazione, o compartecipi in certa misura, agli utili ricavati».); la “Mater ed Magistra” (1961) di Giovanni XXIII («Riteniamo che sia legittima nei lavoratori l’aspirazione a partecipare attivamente alla vita delle imprese, nelle quali sono inseriti e operano».); la “Laborem Exercens” (1981) di Giovanni Paolo II («Le numerose proposte avanzate dagli esperti della dottrina sociale cattolica ed anche del supremo Magistero della Chiesa. Queste sono le proposte riguardanti la comproprietà dei mezzi di lavoro, la partecipazione dei lavoratori alla gestione e/o ai profitti delle imprese, il cosiddetto azionariato del lavoro, e simili». Ed ancora la “Centesimus Annus”sempre di San Giovanni Paolo II, del 1ª maggio 1991 («Si può giustamente parlare di lotta contro una sistema economico inteso come metodo che assicura l’assoluta prevalenza del capitale, del possesso degli strumenti di produzione e delle terra, rispetto alla libera soggettività del lavoro dell’uomo. A questa lotta contro un tale sistema non si pone, come modello alternativo, il sistema socialista, che di fatto risulta essere un capitalismo di Stato, ma una società del lavoro libero, dell’impresa e della partecipazione. Essa non si oppone al mercato, ma chiede che sia opportunamente controllato dalle forze sociali e dallo Stato, in modo da garantire la soddisfazione delle esigenze fondamentali di tutta la società».); la “Caritas in veritate” di Benedetto XVI, che contiene indicazioni precise per adottare forme di partecipazione del lavoratore e quindi elevare l’uomo a soggetto del lavoro. Infine quella parolina magica, “partecipazione”, la pronuncia anche Papa Bergoglio nella sua lettera (22 maggio 2014) a Guy Ryder – Direttore Generale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro: … “Il lavoro umano è parte della creazione e continua il lavoro creativo di Dio. Questa verità ci porta a considerare il lavoro sia un dono che un dovere. Il lavoro perciò non è meramente una merce, ma possiede la sua propria dignità e valore. (…) Impegnandoci per accrescere le opportunità di lavoro, affermiamo la convinzione che solo “nel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita”, (Evangelicum gaudium, p.192) testo che richiama, la prima esortazione apostolica di papa Francesco, promulgata il 24 novembre 2013, ricorrenza della solennità di Gesù Cristo Re dell’Universo. (cfr. Anche gli atti del grande Convegno, promosso da chi scrive, tenutosi a Genova con il Presidente della Conferenza Episcopale, Angelo Bagnasco, nel corso del quale a favore della partecipazione dei dipendenti alla gestione ed agli utili dell’impresa si pronunciarono non solo la CISL, UIL ed UGL, ma anche Confindustria e CGIL).

Questi documenti del Magistero rappresentano vere e proprie “prescrizioni”, che non dovrebbero mai essere disattese da chi dovrebbe esserne il sostenitore, il messaggero, in una parola il “missionario”, di esempio per il mondo non solo cattolico ma economico, sociale e politico.

Autore

Riccardo Pedrizzi già Senatore della Repubblica per tre legislature (trai vari incarichi: Presidente della Commissione Finanze e Tesoro del Senato) e Deputato alla Camera per una legislatura (Segretario della Commissione Finanze), attualmente cura le relazioni istituzionali per Associazioni Nazionali e grandi aziende. E' Presidente nazionale del Comitato tecnico scientifico dell'UCID (Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti). Ha svolto la professione legale ed è stato assistente universitario. E' stato dirigente di un istituto di credito. E' iscritto all'Albo dei Giornalisti. Editorialista di quotidiani e periodici, ha contribuito alla riscoperta ed alla diffusione della cultura tradizionale e conservatrice. E' direttore della rivista “Intervento nella Società”. Ha scritto libri sul pensiero cattolico e di economia e finanza.