• 22 Luglio 2024
Itinerari

Una delle storie più affascinanti del territorio Beneventano, ricco per storia e monumenti, tra sacro e profano, è sicuramente legato alla leggendaria figura della janara.

La leggenda narra che durante il periodo della dominazione longobarda sulla città di Benevento, anticamente chiamata Maleventum, nota anche come “città delle streghe”, molti degli abitanti venerassero gli Dei pagàni, in particolare modo Diana, Ecate e Iside, di cui si conservano ancora dei monumenti sparsi per la città.

Con l’arrivo dei Longobardi, molti pagàni si unirono al loro culto degli alberi, facendo sorgere le leggende delle orge infernali che si tenevano durante la notte nei pressi del fiume Sabato sotto un enorme noce, da qui il nome “sabba” per indicare l’incontro di streghe in presenza del demonio durante il quale venivano compiute pratiche magiche, orge diaboliche e riti blasfemi. La leggenda delle streghe di Benevento ha ispirato, non solo la produzione del famoso liquore “Strega”, a cui nel 1947 grazie alla scrittrice Maria Bellonci e dal proprietario della casa produttrice del Liquore Strega, Guido Alberti, è stato istituito un premio letterario, il cosiddetto “Premio Strega”, ma anche la composizione di alcune opere come il balletto “Noce di Benevento” del 1802 e l’omonima opera da camera di Giuseppe Balducci del 1837.

La leggenda delle streghe, che comprende non solo le janare, ma anche altre streghe come le “Zucculare”, chiamate così per i loro zoccoli rumorosi e  le “Monolonghe” per le loro braccia lunghe, vive nel gergo popolare tuttora, grazie a delle vecchiette che tramandano riti e incantesimi, tramite l’uso di erbe, amando definirsi le janare restanti del territorio.

Come narrato da alcune di esse, il nome “janara” simboleggia la donna nata nella mezzanotte di Natale e che non aveva ricevuto il sacramento della battesimo  in modo corretto.

Esse riuscivano a confondersi durante il giorno tra le donne comuni, mentre di notte si ricoprivano di un unguento magico che consentiva loro di volare e di diventare incorporee. Inoltre,  diversamente dalla altre streghe, le janare erano solitarie e non amavano dedicarsi a banchetti, danze e orge con il Diavolo, prima di torturare e maledire i malcapitati.

Esse erano solite passare sotto la porta di coloro verso cui nutrivano  risentimento e  sedersi sul loro petto mentre dormivano, impedendogli di respirare. Questo rito veniva seguito per tre notti di seguito al fine di rinsaldare il maleficio. Molte di loro di notte rapivano i bambini per renderli storpi e altre ancora solevano intrufolarsi nelle stalle, cavalcando le giumente fino a che per lo sfinimento morivano e al fine di lasciare traccia del loro passaggio, le janare facevano delle freccine al crine della cavalla. 

Per questo, sempre secondo la tradizione, era necessario collocare una scopa, oppure un sacchetto con granì di sale, la strega costretta a contare i fili della scopa, o i granì di sale, avrebbe indugiato fino al sorgere del sole, la cui luce pare fosse sua mortale nemica.

La prima attestazione completa di tutti gli elementi legati alle “Streghe di Benevento” è da ricondurre alla figura di Matteuccia,  narrata da Francesco da Todi, che fu processata e condannata per stregoneria nel 1428. Di lei non si conoscono molti particolari, resta però sulla sentenza una macabra “reliquia”: sul documento  vi è disegnato sul margine della carta che riporta una donna con i capelli scompigliati (tipico dettaglio attribuito alle streghe, e anche alle janare), mentre incanta con una bacchetta un animale di piccole dimensioni. Dietro di lei altre donne confessarono dietro torture il loro legame con il diavolo e vennero condannate al rogo, aprendo una vera e propria “caccia alle streghe” tra il 1400 e 1500 in tutta Europa, specialmente in Francia, Svizzera, Germania e Olanda, tramite la Santa Inquisizione, che mandò al rogo più di otto milioni di donne, dopo averle torturate e seviziate nei modi più atroci, in nome di Dio e della salvezza delle anime. 

Si additavano come streghe le levatrici, le erboriste, le indovine, cioè qualunque tipo di donna che sfuggisse ai canoni biblici della donna incolta, inferiore e sottomessa all’uomo. Pertanto la caccia alle streghe è divenuta sopratutto uno strumento di repressione della libertà, che ha prodotto secoli di morte sofferenza di cui la Chiesa cattolica non ha mai chiesto perdono.

Questa lotta tra bene e male è continuato e prosegue ancora, ma sotto forme più subdole, lasciando nell’immaginario collettivo il mito delle streghe e dell’uso della magia fino ad oggi.

Autore

Giurista e pubblicista. Ha lavorato presso casa editrice e collaborato in 4 testate giornalistiche sia nel Casertano che nel Beneventano; precedentemente titolare di un blog.