• 22 Luglio 2024
Editoriale

L’assistenzialismo, o “welfare”, è l’insieme delle politiche e delle attività di assistenza sociale, sanitaria ed economica che la pubblica amministrazione fornisce ai cittadini, in particolare a quelli più deboli o bisognosi. L’assistenzialismo ha lo scopo di garantire la protezione dei diritti fondamentali, la riduzione delle disuguaglianze, la promozione della coesione sociale e lo sviluppo di una società solidale, ricca e armonica.

L’assistenzialismo si è sviluppato in modo diverso nei vari paesi, a seconda delle loro tradizioni, culture e sistemi politici. Tra i modelli più noti e apprezzati, vi è quello scandinavo, o nordico, che si è affermato progressivamente in Svezia e negli altri paesi nordici (Norvegia, Finlandia, Danimarca, Islanda). Questo modello include uno stato sociale globale e una contrattazione collettiva multilivello, integrati nei meccanismi propri di un sistema capitalistico. In questo senso, è considerato da alcuni una sintesi di successo tra le caratteristiche del sistema socialista e quelle del sistema liberista.

Il modello scandinavo si è originato negli anni trenta, per effetto delle politiche di governo dei partiti socialdemocratici e laburisti, nonostante anche partiti centristi e di centro-destra, così come i sindacati, abbiano contribuito al suo sviluppo. Il modello scandinavo ha guadagnato attenzione dopo la seconda guerra mondiale, e negli ultimi decenni è stato trasformato in alcuni aspetti, includendo l’incremento di deregolazioni e privatizzazioni; tuttavia, la spesa per i servizi di welfare in questi paesi è rimasta comunque molto alta rispetto alla media europea, e viene garantito un elevato livello di protezione sociale, definito spesso “dalla culla alla tomba”, assieme ad una forte promozione dell’uguaglianza di status.

D’altro canto, è doveroso anche ricordare che proprio in Danimarca, Svezia o Norvegia il sistema sociale è frutto di un compromesso tra gli interessi delle monarchie ancora reggenti e il popolo che acconsente a mantenere in essere tali sovrani proprio in cambio di un sistema sociale accessibile a tutti.

Il modello scandinavo di welfare si basa su un alto livello di tassazione, che finanzia una vasta gamma di servizi pubblici di qualità, accessibili a tutti i cittadini, indipendentemente dal loro reddito, occupazione o condizione sociale. Questo modello si fonda su un forte senso civico e di solidarietà, che deriva anche dalla tradizione storica e culturale di questi paesi, caratterizzati da una società omogenea e da una monarchia costituzionale appunto, che ha saputo trovare un compromesso con le forze democratiche e sociali. Il modello scandinavo ha permesso di raggiungere elevati standard di benessere, uguaglianza, partecipazione e competitività, ma ha anche dovuto affrontare alcune sfide, come la globalizzazione, l’invecchiamento della popolazione, l’immigrazione e la crisi economica.

Il modello italiano di welfare invece si basa su un livello medio-alto di tassazione, che finanzia una serie di servizi pubblici spesso inefficienti, diseguali e insufficienti, che non riescono a coprire adeguatamente i bisogni di tutti i cittadini, soprattutto quelli più vulnerabili o emarginati. Questo modello si fonda su un debole senso civico e di solidarietà, che deriva anche dalla storia e dalla cultura di questo paese, caratterizzato da una società eterogenea per geni e cultura, e da una repubblica parlamentare, che ha dovuto affrontare molteplici conflitti e divisioni tra le forze politiche e sociali. Il modello italiano ha mostrato numerosi limiti e criticità, come la bassa crescita, la disoccupazione, la povertà, la corruzione, l’evasione fiscale e la frammentazione territoriale.

Un altro fattore che influisce sul funzionamento del welfare è proprio la composizione etnica e culturale della società. Infatti, alcuni studi hanno dimostrato che esiste una correlazione negativa tra la diversità e la solidarietà sociale, cioè più una società è eterogenea, meno i suoi membri sono disposti a contribuire al bene comune e a sostenere le politiche di welfare. Questo fenomeno è stato spiegato con il concetto di “omophily”, cioè la tendenza delle persone a interagire e a fidarsi di chi è simile a loro per etnia, religione, lingua, valori, etc. In questo senso, una società multietnica e multiculturale rappresenterebbe una sfida per il modello di welfare scandinavo, basato su un alto grado di coesione e di cooperazione sociale.

Uno studio condotto da ricercatori di Harvard ha analizzato il caso degli Stati Uniti, una società multietnica e multiculturale per eccellenza, e ha evidenziato come la diversità influisca negativamente sulle prestazioni del welfare. Lo studio ha confrontato i dati relativi a 650 aree urbane degli Stati Uniti, misurando il grado di diversità etnica e il livello di spesa pubblica per i servizi sociali. I risultati hanno mostrato che le aree più diverse erano anche quelle che spendevano meno per il welfare, e che la diversità riduceva la fiducia sociale, la partecipazione civica e la qualità della vita.

Queste evidenze suggeriscono che il welfare non può essere applicato allo stesso modo in tutte le società, ma deve tenere conto delle specificità e delle esigenze di ogni contesto. In particolare, una società multietnica e multiculturale richiede una maggiore attenzione alla gestione dell’immigrazione, alla promozione dell’integrazione, al rispetto delle differenze e al rafforzamento del senso di appartenenza e di identità nazionale.

Un caso emblematico che mostra l’impatto della diversità etnica e culturale sul welfare è quello della Brexit, cioè l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, avvenuta il 31 gennaio 2020. La Brexit è stata il risultato di un referendum popolare tenutosi il 23 giugno 2016, in cui il 51,9% dei votanti ha scelto di lasciare l’UE, contro il 48,1% che ha scelto di rimanere. Tra i principali motivi che hanno spinto i sostenitori della Brexit, vi è stata la questione dell’immigrazione, che è stata percepita come una minaccia per l’identità, la sicurezza e il benessere dei cittadini britannici.

In una società già multietnica e multiculturale da millenni come quella italiana, senza alcun bisogno di nuove ondate migratorie, il welfare basato sull’assistenzialismo e sull’egualitarismo rischia di essere inefficace e insostenibile, oltre che ingiusto e demotivante. Infatti, un sistema che non premia il merito, ma distribuisce le risorse in modo indiscriminato e clientelare, favorisce il parassitismo, lo spreco, la corruzione e la fuga dei talenti. Inoltre, un sistema che non valorizza la diversità, ma impone una standardizzazione e una livellazione, ostacola l’innovazione, la creatività e la competitività.

Per questo motivo, l’unica alternativa possibile in Italia per garantire un equilibrio tra solidarietà e competitività è la meritocrazia, cioè un sistema che riconosce e premia il merito individuale, basato su criteri oggettivi e trasparenti di valutazione delle capacità, delle competenze e dei risultati. La meritocrazia non significa negare l’assistenza a chi ne ha bisogno, ma offrire a tutti le stesse opportunità di partenza e di crescita, senza privilegi né discriminazioni. La meritocrazia non significa ignorare la diversità, ma valorizzare le potenzialità di ogni individuo, senza omologazioni né esclusioni.

La meritocrazia è quindi un modello di welfare che si adatta meglio alla realtà italiana, che richiede una maggiore responsabilità, partecipazione e coesione sociale. La meritocrazia è anche un modello di sviluppo che favorisce una maggiore produttività, qualità e competitività economica. La meritocrazia è infine un modello di giustizia che promuove una maggiore equità, trasparenza e legalità.

Abbiamo cercato quindi di mostrare come l’assistenzialismo, o welfare, non sia una soluzione universale e indiscutibile per garantire il benessere sociale ed economico, ma sia un modello che dipende dal contesto storico, culturale e politico di ogni società. Abbiamo confrontato il modello scandinavo di welfare, basato su un alto livello di tassazione e di servizi pubblici, con il modello italiano, basato su un livello medio-alto di tassazione e di servizi pubblici spesso inefficienti e diseguali. Abbiamo evidenziato come il modello scandinavo sia frutto di un compromesso tra la monarchia e le forze democratiche e sociali, e come sia messo in crisi dalla diversità etnica e culturale della società. Abbiamo analizzato il caso della Brexit, come esempio di una reazione alla diversità e di una richiesta di maggiore controllo sull’immigrazione, che ha prevalso sulle considerazioni economiche e politiche legate alla permanenza nell’UE. Abbiamo argomentato perché la meritocrazia sia l’unica alternativa possibile in Italia per garantire un equilibrio tra solidarietà e competitività, in una società già multietnica e multiculturale da millenni come quella italiana.

La tesi che si deduce è che l’assistenzialismo sia l’altra faccia del welfare, cioè un modello che può avere effetti positivi o negativi, a seconda di come viene applicato e gestito. Per questo motivo, in molti ritengono che sia necessario riformare il sistema di welfare italiano, rendendolo più efficiente, equo e sostenibile, e basandolo su criteri di merito, di opportunità e di responsabilità.

Alcune soluzioni o prospettive più discusse oggigiorno sono mirate a rivedere il sistema fiscale, riducendo il carico fiscale sui redditi medio-bassi e aumentando quello sui redditi medio-alti e sulle rendite, per favorire la redistribuzione delle risorse e la crescita economica.

Rafforzare il sistema sanitario, garantendo l’accesso universale e gratuito a prestazioni di qualità, ma anche introducendo forme di compartecipazione e di prevenzione, per ridurre gli sprechi e i costi.

Riformare il sistema scolastico, garantendo l’istruzione obbligatoria e gratuita a tutti i livelli, ma anche introducendo forme di valutazione e di premialità, per incentivare il merito e la competitività.

Rinnovare il sistema previdenziale, garantendo una pensione dignitosa a tutti i lavoratori, ma anche introducendo forme di flessibilità e di capitalizzazione, per adeguarsi all’invecchiamento della popolazione e alle nuove esigenze del mercato del lavoro.

Regolare il fenomeno dell’immigrazione, o meglio ripristinare i canali dell’immigrazione legale, garantendo il rispetto dei diritti umani e delle convenzioni internazionali, ma anche introducendo forme di controllo e di integrazione, per prevenire l’immigrazione clandestina e favorire la coesione sociale.

Autore

Rinaldo Pilla è un traduttore e libero professionista nato a Torino, ma originario del Sannio e attualmente risiede a Fermo, nelle Marche. Ha frequentato la Scuola Militare Nunziatella di Napoli per poi conseguire una laurea presso la Nottingham Trent University e successivamente un master in sviluppo e apprendimento umano dopo il suo rimpatrio dagli Stati Uniti. È un autore molto prolifico, che vanta una vasta e approfondita produzione letteraria sul tema dell’antichità, con particolare attenzione al periodo del I secolo d.C. e alla storia e alla cultura dei Sanniti, un popolo italico che si oppose e si alleò con Roma. Tra le sue opere, si possono citare romanzi storici, saggi, racconti e poesie, che mostrano una grande passione e una grande competenza per il mondo antico, e che offrono al lettore una visione originale e coinvolgente di quei tempi e di quei personaggi. Questo autore è considerato uno dei maggiori esperti e divulgatori dell’antichità, e in particolare del Sannio, una regione storica che ha conservato molte testimonianze e tradizioni della sua antica civiltà.