• 14 Giugno 2024
Note d'Autore

Memoria, identità, testimonianza. Se vogliamo evitare che con i romanzi o la poesia scompaia, o rimanga accantonata nel ripostiglio delle cose inutili, quella fonte che dà spazio alla fantasia e all’insoddisfazione, che raffina la nostra sensibilità e c’insegna a parlare con forza espressiva e vigore, e rende noi più liberi e le nostre vite più ricche e intense, bisogna agire. Bisogna leggere i buoni libri e incitare a leggere, e insegnare a farlo, – nelle famiglie e nelle aule, nei media e in tutti i luoghi della vita comune –, come un’occupazione irrinunciabile, perché è quella che impronta su tutte le altre, e le arricchisce.

 Il 27 gennaio si celebra il giorno della Memoria per ricordare le vittime dell’Olocausto: uomini, donne e bambini. Tutti conoscono Primo Levi ed Elie Wiesel, Italo Calvino e Beppe Fenoglio, Romano Bilenchi, Elio Vittorini, Vasco Pratolini e Giorgio Caproni, scrittori, testimoni e sopravvissuti della Shoah, che nei loro libri hanno raccontato l’angoscia della deportazione, la difficoltà della vita nel Lager e il ritorno a un mondo che non si dimostrò mai abbastanza turbato da quanto era accaduto. A parte queste opere obbligatorie, la letteratura sull’Olocausto è immensa: memorie, interviste, ricostruzioni, e veri e propri romanzi, opere recenti di autori che, con il tema, hanno un legame sempre minore. È così che la Shoah si è trasformata in un filone letterario, con il rischio di cadere in forme stereotipate, cliché e banalizzazioni – se non, addirittura, in minimizzazioni o giustificazioni storiche sbagliate e inaccettabili. È un rischio, se non proprio un problema. Per fortuna, però, esistono alcune eccezioni importanti. Libri e romanzi, forse meno conosciuti, ma che riescono, con originalità e profondità, ad allontanarsi dai soliti schemi e far rivivere, con nuove idee, una questione troppo importante per essere abbandonata alle mediocri spire della banalità.

Anche le donne finirono nei campi di sterminio, come a Ravensbruck.  Condividevano lo spazio esiguo insieme a “senza fissa dimora, malate di mente, disabili, testimoni di Geova, oppositrici politiche, attiviste della resistenza, comuniste, zingare, vagabonde, prostitute, mendicanti, ladre”. Categorie tutte “considerate di razza inferiore e reiette che andavano corrette, punite ed estirpate dalla società per evitare che contagiassero gli ariani”. Nel campo le donne subirono sevizie, esperimenti medici, torture, sterilizzazioni e aborti, esecuzioni sommarie oltre a ritmi estenuanti di lavori forzati. Ma le testimonianze più conosciute e riconosciute  di questo “tempo duro” sono quelle degli scrittori e scrittrici (poche) più accreditati. Perché è difficile che vengano in mente opere sulla Shoah di scrittrici ebree italiane meno conosciute, o addirittura sommerse?

Eppure, molto spesso le donne partigiane, invece di imbracciare il fucile come i compagni, si armavano dei loro abiti migliori per dare l’idea della più assoluta normalità e compiere azioni rischiosissime e necessarie come portare cibo e vestiti ai partigiani dopo aver camminato per chilometri e chilometri; contattare medici, farmacisti, infermieri per procurare medicine e cure necessarie ai partigiani; rivolgersi a preti, suore, ricchi commercianti per raccogliere il denaro necessario per la lotta; nascondere in soffitta o in cantina gli sbandati o chi aveva bisogno d’aiuto. Purtroppo, dopo la liberazione nazionale, solo alcuni piccoli editori locali pubblicarono le testimonianze di quello che le donne avevano coraggiosamente fatto durante la Resistenza. Anche a causa di questa pubblica omissione e del mancato riconoscimento, la maggior parte di loro decise di chiudersi nella riservatezza e nel silenzio.

 Di conseguenza, tutt’oggi non è facile trovare nei negozi libri sulla detenzione di scrittrici sopravvissute, né trovarne i nomi nei più diffusi manuali di letteratura. Di conseguenza, rimane ancora oggi la percezione di un minore contributo letterario delle donne sopravvissute, anzi si leggono più volentieri storie rimodulate, che non quelle vissute sulla pelle. Bisognerebbe rivalutare quest’assenza femminile alla luce dei rapporti sottostanti alla costruzione del canone letterario, ai meccanismi editoriali e alle relazioni tra la letteratura e il contesto storico. In Italia storicamente la donna è stata prevalentemente oggetto del canto poetico maschile: un simbolo e non una realtà corporea degna di entrare nel ritmo dei versi. Le donne, pur creando una quantità di opere letterarie di alto livello, escluse dai canali della Cultura, non hanno ricevuto la dovuta e necessaria attenzione dei critici e degli intellettuali del tempo in quanto femmine. I processi sociali ed editoriali post-liberazione coinvolsero tutti gli scrittori sopravvissuti ai lager, ma le scrittrici ebree italiane si imbatterono in un ulteriore ostacolo. Ai testi dei reduci si richiedeva obiettività e affidabilità: le opere a firma femminile non rispondevano a tali parametri. Le testimonianze letterarie delle scrittrici ebree italiane non rientravano nei rigidi schemi della grande storia, delle date e dei nomi. Tale caratteristica, però, va interpretata quale atto consapevole e funzionale alla scrittura al femminile: la storia generale si piega alle esigenze della storia individuale del personaggio femminile. La narrazione privata e intimistica dell’universo femminile mal si accordava con il gusto dominante per la storia ufficiale. Leggendo questi testi, si notava la mancanza di date, non vi erano accenni alla politica, non si trovavano tentativi di sistematizzare o spiegare storicamente l’esperienza del lager. Le scrittrici ebree italiane sopravvissute raccontavano la propria deportazione a partire dalla specificità del loro punto di vista “donna”.

Tra le sopravvissute che pubblicarono precocemente in Italia libri sulla prigionia nei lager, vi furono Luciana Nissim, Giuliana Fiorentino Tedeschi e Liana Millu. Raccontavano di donne presenti ovunque: sul campo di battaglia come sul luogo di lavoro, nel chiuso della prigione come nella piazza o nell’intimità della casa. Non vi fu attività, lotta, organizzazione, collaborazione, a cui ella non partecipasse: come una spola in continuo movimento costruiva e teneva insieme, muovendosi instancabilmente, il tessuto sotterraneo della guerra partigiana. Se non ci fossero state loro, le donne: operaie, braccianti, contadine, di pianura e di montagna, che si abituavano alle ‘cose da uomini’, e a poco a poco capivano ognuna secondo la propria intelligenza, con coraggio e con paura, che ‘così’ bisognava fare, che quella soltanto era la via da seguire, l’esercito partigiano avrebbe mancato di una forza viva, necessaria, spesso determinante.

 Luciana Nissim, neolaureata in medicina, fu arrestata il 13 dicembre 1943 a Torino: arrivò ad Auschwitz il 26 febbraio 1944, dove diventò infermiera del campo. Infine, trasferita a Hessisch Lichtenau, riuscì a fuggire nell’ aprile del 1945, raggiungendo l’Italia a luglio.

Giuliana Fiorentino Tedeschi era un’insegnante: fu deportata il 5 aprile 1944 ad Auschwitz e, successivamente, immatricolata a Birkenau. Nell’autunno ci fu il trasferimento ad Auschwitz, poi nel campo di di Ravensbrück e, infine, nel sottocampo di Malchow. Venne liberata il 22 aprile 1945.

Liana Millu era una maestra, scriveva sui giornali e partecipò attivamente alla Resistenza: la polizia fascista la arrestò a Venezia mentre faceva la staffetta partigiana. Giunta a Birkenau, fu trasferita prima a Ravensbrück, poi al campo di Malchow.

L’identità ebraica di queste autrici segnò tragicamente il loro destino. Nelle loro opere, l’esperienza nel campo di concentramento si traduce nel tema della prigionia nel campo di Birkenau-Auschwitz. La scrittura si relaziona alla violenza subita: è un atto terapeutico di sollievo, un mezzo di riappropriazione di identità e un atto storico di testimonianza. La specificità del punto di vista femminile. La autorialità femminile condiziona temi e situazioni; al tema generico della prigionia, si aggiungono quelli specificamente femminili del corpo, della maternità e della sessualità. Il corpo è un elemento cardine dei racconti: è il mezzo che porta i segni evidenti della tragedia, il testimone tangibile dell’esperienza nel lager. Nei resoconti delle donne, esso detiene un ruolo centrale, arriva a costituirne anche il titolo, come nel caso dell’opera dell’ebrea, napoletana di adozione, Giuliana Fiorentini Tedeschi: “Una donna nel lager di Birkenau”. La corporeità si relaziona strettamente al sesso femminile: Liana Millu racconta dei tentativi di sentirsi belle di alcune prigioniere come atti di resistenza all’annientamento a cui i corpi sono sottoposti; scrive di una compagna che si mordeva le labbra per colorirle e di una prigioniera che applicava sul viso la margarina per ammorbidirne la pelle. Nel testo di Tedeschi si rintraccia anche il sentimento di vergogna e pudore provato per il corpo femminile ad uno stato larvale, sotto lo sguardo maschile. Centrale, per queste scrittrici donne, il tema della maternità, che nonostante il destino di morte, offre sentimenti di speranza e solidarietà nel campo. Millu racconta di una prigioniera incinta, con cui diventerà amica, aiutandola nella gravidanza e di una prigioniera che decide di suicidarsi con il figlio contro il filo spinato. Luciana Nissim rimane così traumatizzata dalla terribile fine dei neonati e dei bambini, da dedicarsi, una volta libera, alla pediatria. Ricorre il tema la violabilità sessuale femminile: Millu scrive sul tema della prostituzione nel bordello dei nazisti come uno dei pochi strumenti di salvezza.

 Alla domanda inziale c’è un’ampia possibilità di risposta. Esistono molte scrittrici ebree italiane da ricordare: oltre alle autrici citate, da ricordare anche Frida Misul e Alba Valech Capozzi. Occorre revisionare il canone letterario tradizionale, ascrivendo ad esso le opere escluse in quanto scritture femminili. Nonostante le prime avversità, le testimonianze letterarie degli autori sono state rivalutate, tanto da trovare un giusto posizionamento memoria letteraria. Quelle femminili, invece, ancora oggi rimangono ai margini. Non si tratta solo di giustizia intellettuale, ma soprattutto di un’operazione che permetterebbe di arricchire quadri letterari rimasti ancora incompleti. Nel caso della detenzione nei campi di concentramento, il punto di vista femminile restituisce fatti, temi ed elementi specifici dell’universo femminile, che altrimenti rimarrebbero taciuti o assorbiti in un falso neutro.

Doverosa l’osservazione verso l’uragano che si abbatté sugli scienziati e sulle scienziate ebrei e che fu senza scampo: radiati dalle università, dalle accademie e dagli istituti culturali, costretti alla fuga, alla clandestinità, fino alla deportazione e alla morte. Furono specialmente le professoresse che il fascismo non perdonò, cancellandole perfino dagli elenchi ufficiali dei radiati. Questa memoria perduta le ha rese per lungo tempo doppiamente invisibili: come donne di scienza e come ebree. Luciana Nissim Momigliano, Tullia Calabi Zevi e Rita Levi Montalcini che, prima di conquistare il Premio Nobel nel 1986, fu costretta a nascondersi nel periodo della clandestinità sotto il falso nome di Rita Lupani. 

C’è un paio di scarpette rosse/in cima a un mucchio di scarpette infantili/a Buckenwald/erano di un bambino di tre anni e mezzo/chi sa di che colore erano gli occhi/bruciati nei forni/ma il suo pianto lo possiamo immaginare/si sa come piangono i bambini/anche i suoi piedini li possiamo immaginare/scarpa numero ventiquattro/per l’ eternità/perché i piedini dei bambini morti non crescono./C’è un paio di scarpette rosse/a Buckenwald/quasi nuove/perché i piedini dei bambini morti/non consumano le suole. (Gioconda Beatrice Salvadori Paleotti, scrittrice, poetessa partigiana ebrea, “C’è un paio di scarpette rosse”, in ricordo dei bambini morti nei campi di concentramento nazisti. Un paio di scarpette rosse numero 24 poste in cima a una pila di oggetti appartenuti ai prigionieri, ormai svuotati di anima.).

“Noi siamo la nostra memoria,

noi siamo questo museo chimerico di forme incostanti,

questo mucchio di specchi rotti.” .

Autore

Docente, scrittrice, autrice di opere teatrali, saggistiche, fondatrice della casa editrice 2000diciassette. Ha ricevuto svariati premi letterari. Nel 2012 edita il romanzo “Ai Templari il Settimo Libro” che pubblica con il gruppo Publiedi-Raieri-Panorama-Si di Giuseppe Angelica. Intanto inizia la stesura del romanzo “Le Padrone di Casa”. Nel 2014 entra a far parte di un progetto europeo che la vede impegnata con il teatro attraverso le opere “Hamida” rappresentata in Belgio e Francia; ancora nel 2016 la seconda opera drammaturgica “Kariclea” messa in scena a Viterbo, Firenze, Grecia, Spagna e Bruxelles.