Con il termine martire nell’accezione primitiva di testimone è colui che ha reso testimonianza del Cristo fino al sacrificio della vita. In origine il termine fu applicato agli Apostoli, quindi passò a coloro che avevano reso prove straordinarie di attaccamento alla loro fede ed infine fu dato a quanti versarono il loro sangue per il nome cristiano. Ma il concetto stesso di martire nel tempo ebbe a subire un processo di assimilazione dove il Martire divenne non solo chi effuse il proprio sangue, ma anche colui che perì nelle prigioni, in esilio ed anche chi esiliato poté ritornare tra i suoi. Nello stesso tempo in cui si allargava il concetto di martire, nasceva e si rivalutava quello di confessore. Confessore diviene colui che nella vita quotidiana osserva la povertà volontaria, la sopportazione dei mali, il sacrificio a pro dei fratelli, la mortificazione del corpo, uniti alla preghiera per una incessante glorificazione del Signore, virtù eroiche che in molti casi suppliscono al martirio. Questi eroi della fede richiamarono ben presto le lodi dei padri della chiesa e la venerazione dei fedeli. Tra gli altri Sant’Agostino diceva che molti consumano nel letto il loro martirio e lo stesso merito hanno San Pietro martirizzato e San Giovanni vissuto in continenza. Per San Metodio la verginità è un martirio per tutta la vita e San Girolamo può scrivere di una madre “ Mater tua longo martyrio coronata est. Non solum effusio sanguinis in confessione reputatur, sed devotae quoque mentis servitus cotidisnum martyrium est”, ovvero “Tua madre è stata coronata da un lungo martirio. Non solo lo spargimento di sangue è considerato nella confessione, ma anche il servizio di una mente devota è un martirio quotidiano”
Cosicchè San Paolino, riaffermando un concetto espresso da molti dirà:
“ ….passura voluntas sufficit et summa est meriti testatio voti” “….la volontà di soffrire è sufficiente ed è la più alta testimonianza del merito del voto”.
L’affermazione di queste idee determinò ben presto, dopo i martiri e i confessori, una terza categoria di personaggi, gli asceti, che contarono nomi illustri come Ilarione (372), Simeone Stilita (459), Ambrogio (397), Delfino di Bordeux (404), Girolamo (420), Efrem (373) giusto a citarne alcuni. Il culto reso ai confessori ed agli asceti, dopo la morte, non fu dissimile da quello dei martiri. Si onorarono le reliquie, si celebrarono anniversari e in onore dei più venerati si eressero basiliche. In seguito, lo sviluppo della vita cristiana distinse vari tipi di santi confessori e asceti: vescovi, abati, monaci. Nella tarda antichità fu esaltato l’ascetismo; nel Medioevo l’opera di carità a favore degli indigenti e dei perseguitati.
L’origine del culto dei martiri risale almeno alla seconda metà del II secolo d.C. e connessa all’istituzione del culto si pone anche la questione relativa ad un preventivo giudizio positivo sull’autenticità del martirio. Si è supposto infatti che anche nell’antichità venisse adottata una procedura in certo modo analoga a quella attualmente seguita dalla Romana Congregazione dei riti. La popolarità giocò un ruolo importante nelle vicende del culto di un martire. Si può anzi affermare che da essa dipese l’eclissi di certi martiri anche illustri e la quasi repentina affermazione di altri. Ma la stessa popolarità fu anche determinata da circostanze e fatti di varia natura, che sfuggono sovente a un’indagine propriamente storica e si lasciano spiegare come espressioni genuine di psicologia popolare. Il culto dei martiri si manifestò in due modi: la cura per il sepolcro e le celebrazioni liturgiche in onore delle reliquie. Da ciò si manifestò la cura per il sepolcro del martire, si realizzarono comunicazioni dirette con l’esterno lì dove il sepolcro era ad catacumbas, ovvero in catacomba, si aggiunsero ai sepolcri decorazioni, rivestimenti marmorei, ornamenti in metalli preziosi, corredi di cortine auree, gemmate, trapunte, talvolta transenne, plutei, o veri recinti che proteggevano la tomba dal popolo. Nei giorni della festività dedicata, l’anniversario del martire, si arricchiva il luogo con altri doni: ceri dipinti, candelabri, lucerne che ardevano presso il sepolcro, serti di foglie e fiori davano una nota festiva al luogo sacro, mentre si spandeva l’odore di liquidi profumati e di olio che i fedeli non dimenticavano mai per i martiri e che ritraevano santificati dal contatto. Dalla consuetudine di santificare i liquidi derivò poi il costume di mettere a contatto delle tombe venerate oggetti di ogni sorta, specie stoffe, considerate come preziose, autentiche reliquie e denominate brandea, palliola, sanctuaria, nomina. Furono proprio questo genere di reliquie a preservare i sepolcri dei martiri per lungo tempo dalle manomissioni e dal desiderio delle comunità di avere singole parti, o interamente i resti di martiri. Per molto tempo la norma fu rigorosamente osservata, mentre furono gli orientali che non si contentarono di reliquie fittizie. L’esempio fu Costantinopoli, la nuova Roma, che priva di santuari di martiri importò in breve tempo una serie impressionante di reliquie da ogni parte dell’Oriente. Così come la capitale altre città del medio Oriente si arricchirono di reliquie: Antiochia, Edessa, Cesarea, Alessandria, l’Africa pullulò di reliquie di ogni sorta, vere, fittizie, false e le lotte contro i Donatisti moltiplicarono i falsi martiri. Il movimento scismatico dei donatisti nato dalle tesi del Vescovo di Numidia Donato di Case Nere nel 311 sostenevano una chiesa dei Martiri, rifiutando la validità dei sacramenti amministrati dai vescovi o sacerdoti che avevano ceduto alle persecuzioni romane consegnando ai magistrati romani i libri sacri e spesso abiurando, ma ritornando poi tra le braccia della chiesa cristiana. Sant’Agostino d’Ippona fu il principale oppositore del donatismo difendendo la validità dei sacramenti indipendentemente dalla moralità del sacerdote. Mentre Roma dette un esempio ammirevole di fermezza rispetto a tale collettiva mania di fornire le comunità, come in oriente, di reliquie, traslando e frequentemente smembrando le reliquie dei santi martiri. Anche se con le invasioni barbariche la chiesa d’occidente fu costretta ad abbandonare di frequente luoghi di culto, cimiteri e santuari e nel corso del IX secolo a spogliare quasi integralmente i santuari extraurbani, tentando di salvare attraverso le traslazioni le reliquie di martiri. Nonostante ciò l’esempio di Roma ebbe un certo peso anche nella prassi di altri paesi d’occidente, favorendo la salvaguardia delle reliquie, ma anche attuando un metodo di “accoglimento”. Volentieri si accettavano reliquie vere dall’Oriente, ma raramente si manomettevano le tombe dei Martiri indigeni, ma furono gli eventi della chiesa di Milano a dar forma al fenomeno dei Corpi Santi. Fu durante il vescovato di Ambrogio, il quale era addivenuto in contrasto in quel periodo con l’imperatrice Giustina la quale chiedeva l’uso di una basilica per gli ariani, che durante gli scavi presso la basilica dei santi Nabore e Felice vennero ritrovati i corpi di due martiri Gervaso e Protasio il 17 giugno del 386, la cui memoria era quasi scomparsa. Segni miracolosi di guarigioni di malati e indemoniati alla sola vista dei corpi confermò la santità delle reliquie, ed i corpi furono traslati nella Basilica Martyrium, che diverrà poi Basilica di Sant’Ambrogio e sepolti accanto alla tomba che Ambrogio aveva predisposto per sé. Da qui il fenomeno dei corpi santi a seguito di qualche straordinaria rivelazione, e universalmente frequente ed ancor più stupefacente fu l’invenzione delle reliquie, come quelle di Santo Stefano nel 415 a Caphargamala. Fu presso Gerusalemme che il sacerdote Luciano ebbe una visione in sogno del rabbino Gamaiele che si dichiarò lì sepolto con Stefano. Con l’approvazione del vescovo Giovanni di Gerusalemme gli scavi portarono alla luce i corpi. Nel momento in cui venne aperta la tomba di Santo Stefano, la terra tremò e dalla sepoltura si sprigionò un aroma fortissimo e dolce simile ad una miscela di incenso e mirra che si percepì a gande distanza e si narra che 73 persone affette da infermità e malattie guarirono immediatamente respirando quel profumo, abbondanti piogge poi caddero sulla regione da tempo colpita da una grave siccità. Tali prodigi servirono dunque a confutare l’identità del corpo, il profumo ne rappresentò la santità, il terremoto la potenza di Dio e le guarigioni la natura intercessoria di Stefano. Da qui una immediata divisione delle reliquie; in parte trattenute dal vescovo, piccole parti furono distribuite a testimoni e pellegrini, altre raggiunsero Minorca ed il Nord Africa, il nucleo principale fu spostato prima a Costantinopoli poi raggiunse Roma. Tale dispersione divenne fondamentale per la teologia, si iniziò a credere da quel momento che anche un piccolissimo frammento, i pignora, possedesse l’intera potenza miracolosa del santo martire. Una conseguenza importante delle invenzioni dei corpi santi e della dispersione di particelle di reliquie in ogni parte delle regioni cristiane fu il sorgere simultaneo di chiese dedicate ad uno stesso santo. Contemporaneamente il nome del santo assurto a popolarità per l’arrivo di sue reliquie entrò a far parte del martirologio locale, ebbe una festa propria, divenne in qualche caso un santo indigeno con una particolare leggenda redatta di proposito. Si assistette da allora al fatto curioso di chiese diverse che celebrano uno stesso santo, ma in date diverse. Ma forse la parte più riprovevole sarà lo sviluppo di un vero e proprio commercio e non mancarono clamorosi casi di furti organizzati da regioni povere di reliquie anche se questo sarà un fenomeno “più giovane” rispetto ad altri elementi cultuali e teologici. Ma c’è da dire che con la fine delle persecuzioni e l’instaurazione della pace le celebrazioni in onore dei santi martiri divennero particolarmente solenni. Spesso oratori vennero designati a pronunziare il panegirico del santo davanti alla folla, ed in qualche caso la confusione data dalla moltitudine di fedeli costringeva l’oratore a tacere. Con il tempo vi furono alti e bassi di cultualità e fede dovuto a periodi più o meno difficili. Ad esempio con le guerre gotiche, l’area del Medio Volturno ebbe momenti di abbandono di casali e villaggi e spesso la perdita di culto, ma sistematicamente poi nasceva una ripresa del territorio e dei culti stessi. In periodo rinascimentale è con la spinta della Controriforma che vi sarà una vera e propria “rinascita” del culto dei martiri. In risposta alla Riforma Protestante che criticava aspramente il culto delle reliquie definendolo superstizione la Chiesa Cattolica reagì con il Concilio di Trento (1545-1563) riaffermando con forza la legittimità della venerazione dei martiri e dei loro resti. Tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, si verificò un vero e proprio incremento dei ritrovamenti di martiri, divenendo una vera e propria caccia ai Corpi Santi. La riscoperta delle catacombe romane come quella di Priscilla nel 1578 darà il via all’estrazione massiccia di ossa, identificate appunto come “corpi santi” di martiri e inviate in tutta Europa per rinvigorire la fede cattolica. Rispetto al Medioevo, il Rinascimento segna il passaggio da una devozione spesso popolare e disordinata ad una regolamentata. Nel 1588 nasce la Sacra Congregazione dei Riti, che centralizza i processi di canonizzazione per verificare l’autenticità dei miracoli e delle reliquie, cercando di eliminare i falsi storici.
La devozione verso i santi martiri e le reliquie fu regolamentata in modo rigoroso soprattutto durante la fase finale del Rinascimento, come risposta diretta alla Riforma Protestante. Il processo fu articolato in tre livelli principali che si formalizzarono nella Sessione XXV del Concilio di Trento nel 1563, la Chiesa stabilì norme precise per eliminare gli abusi medievali. Da allora fu necessaria l’approvazione Vescovile fu proibito esporre “nuove reliquie” o riconoscere “nuovi miracoli” senza il giudizio e l’approvazione scritta del Vescovo locale. Venne bandita ogni forma di “turpe ricerca di denaro” legata alla visita delle reliquie. Si impose il controllo dei festeggiamenti; i vescovi dovevano vigilare affinché le feste dei santi non si trasformassero in occasioni di disordine, lusso o “abuso del mangiare e del bere”. Nacque il sistema della Centralizzazione Romana nel 1588 e per sottrarre il culto all’arbitrio locale, Papa Sisto V istituì come accennato la Sacra Congregazione dei Riti con la bolla Immensa Aeterni Dei. Tale istituzione divenne l’unico organo competente per regolare i riti sacri e gestire le cause di canonizzazione dei santi ed egli avviò un monitoraggio sistematico sulle reliquie per garantirne l’autenticità storica e dogmatica. Con la riscoperta massiccia dei resti nelle catacombe romane la regolamentazione si fece ancora più tecnica, ogni resto estratto doveva essere accompagnato da un documento ufficiale definito “l’autentica” e le teche dovevano essere sigillate per evitarne la manomissione. Si definirono gerarchie chiare in reliquie di prima, seconda e terza classe per stabilire quali resti potrebbero essere esposti sull’altare o riposti sotto di esso, in tal modo si passò da una devozione frammentata a un sistema piramidale dove nulla poteva essere venerato senza l’avallo dell’autorità ecclesiastica.
Ma tale lungo periodo di nuova e forte devozione al culto dei martiri che a Roma in parte coincise anche con la riscoperta delle catacombe della via Salaria nel 1578, ebbe un rivoluzionario impatto sull’arte sacra, non solo pittorica trasformandola in una potente arma di comunicazione per la Chiesa della Controriforma. L’influenza si manifestò principalmente in tre ambiti: Ritorno alla Purezza delle Origini in cui gli artisti del tardo Rinascimento e del Barocco iniziarono a studiare gli affreschi paleocristiani per ritrovare uno stile più “vero” e meno artefatto. Soggetti come il Buon Pastore, l’Orante e i simboli del pesce e della colomba tornarono prepotentemente nell’iconografia ufficiale per dimostrare la continuità tra la Chiesa moderna e quella apostolica. L’Idealizzazione del Martirio; la scoperta di migliaia di tombe attribuite ai martiri fornì nuova linfa alla pittura drammatica, artisti come Caravaggio, Bernini e Rubens iniziarono a rappresentare scene di martirio con un realismo crudo ed emotivo, volto a toccare il cuore dei fedeli e a glorificare il sacrificio per la fede in netto contrasto con l’austera estetica protestante. La Nascita del “Sunto” Barocco già conosciuto come Corpi Santi, che creò intorno a questi una arte devozionale trasformandoli in vere e proprie opere d’arte, dove i resti estratti dalle catacombe venivano spesso ricomposti e adornati con gioielli, sete e ricami preziosi esponendoli in teche di vetro integrate negli altari, creando un nuovo genere di scultura devozionale che univa il macabro alla gloria paradisiaca dove spesso le nuove chiese iniziarono a integrare elementi architettonici che richiamavano le cripte e i cubicoli sotterranei per evocare un’atmosfera di sacralità antica portando così l’arte verso uno stile più didattico, persuasivo ed emotivo .
La ricomposizione dei “corpi santi” divenne come accennato una vera e propria forma d’arte sacra, più nota come “santi catacombali” che ebbe particolare diffusione tra il 1500 ed il 1700. Il processo non era una semplice sepoltura, ma una vera e propria messa in scena del corpo eseguita quasi sempre da monache specializzate o artigiani esperti che in una prima fase procedevano nel ricostruire lo scheletro in una posa realistica, le ossa venivano riassemblate utilizzando fili metallici, legno o paglia per dare volume al corpo, venivano avvolte in strati di garza, seta o lino sottile, simulando la presenza di muscoli e carne. Per il volto spesso si creava una maschera di cera o di gesso sopra il teschio per ripristinare al martire le sembianze umane, in altri casi il teschio veniva lasciato visibile ma decorato con ricami, il martire non doveva apparire come un cadavere, ma come un “vincitore” che risiedeva in Paradiso. Veniva quindi vestito con un lusso estremo con abiti preziosi: venivano usati velluti, broccati e sete ricamate con fili d’oro e d’argento e spesso gli abiti richiamavano lo stile dell’antica Roma con armature da centurione, toghe, secondo l’idea rinascimentale del martire classico . Il corpo veniva letteralmente ricoperto di pietre preziose vere o in pasta vitrea, perle e paillettes che a volte venivano incastonati direttamente nelle orbite oculari o tra le dita delle mani, tra le mani dello scheletro veniva posta una palma ovvero simbolo del martirio o una spada e accanto al corpo veniva spesso collocato il “vas sanguinis”, una piccola ampolla che si credeva contenesse il sangue del martire. Il corpo non veniva quasi mai disteso in orizzontale come in una tomba comune esso era solitamente raffigurato sdraiato su un fianco, appoggiato su un gomito come se fosse in un banchetto eterno o in uno stato di sonno vigile, così adornato veniva sigillato in teche di legno chiuse a vetro ed inserite sotto l’altare o in nicchie laterali, affinché i fedeli potessero vedere chiaramente la “gloria” del martire. Con tale pratica si andò a trasformare l’orrore della morte in un’immagine di bellezza ultraterrena, rendendo tangibile il concetto di resurrezione.
