• 10 Maggio 2026
Profili

Era la sera del 24 Aprile 2004 quando mi presentai a casa di Lorenzo Raccio a Criscia di Gioia Sannitica. Il giorno prima sull’onda dell’entusiasmo che era seguita la scoperta di un partigiano di Gioia che aveva combattuto in Montenegro e a cui si dedicava la piazza di Calvisi, venne a trovarmi Antonio “Tonino” Raccio figlio primogenito di Enrico Raccio di Criscia, il quale mi disse che il padre voleva vedermi, era stato anch’egli un partigiano e voleva parlarne. Mi dissi disponibile nell’immediato, avevo già incontrato una decina di anziani che facevano la stessa richiesta, salvo comprendere poi che non si erano ritrovati dopo l’armistizio nelle fila dei partigiani dei paesi in cui erano stati. Per cui nel pieno rispetto che porto per gli anziani dissi che la sera successiva sarei andato a sentire cosa mi raccontava Enrico. Così la sera del 24 intorno alle 19 giunsi a casa di Lorenzo il secondogenito di Enrico, mi fece accomodare in salotto dove trovai seduto al tavolo il vecchio Enrico. Dinanzi a sé alcuni documenti ingialliti dal tempo, una croce di guerra al merito, un basco con il fregio della Divisione Fanteria da montagna “Arezzo”. Ci salutammo con una vigorosa stretta di mano ed Enrico mi fece accomodare al suo posto limitandosi a dire di guardare i documenti. Non credetti ai miei occhi il vecchio foglio matricolare riportava che dall’ 8 settembre 1943 al marzo 1945 Enrico aveva partecipato alla guerra di liberazione in Albania con la Brigata “Gramsci”. Un brivido di emozione, la Brigata Gramsci fu considerata la più agguerrita formazione partigiana dei Balcani formata da militari italiani, comandata all’inizio dell’avventura da quella eroica e mitica figura di Terzilio Cardinali,  sottufficiale della Divisione Firenze che guidò la formazione inizialmente formata da 170 uomini, in una lotta senza quartiere contro i tedeschi. Quasi distrutta si era ricostituita giungendo ad avere circa 2000 uomini tutti italiani. Enrico era stato uno di quei 2000 ed oltre dimenticati eroi. Incredibilmente avevo dinanzi a me un eroe, un partigiano che aveva combattuto in terra straniera per la libertà d’Italia e del paese in cui si trovava, il paese delle Aquile, l’Albania.

Nei successivi due anni Enrico mi raccontò la sua avventura, i motivi di quella decisione, di cosa fece, di cosa pensava e mi raccontò di mille imprese di mille gesta che fantasia umana non possono immaginare, di cose che sulla carta a raccontarle perdono di valore, poiché il suono della sua voce, l’espressione dei suoi occhi, l’intensità delle parole e dei ricordi non si possono rendere. Enrico nasce nel 1915 non aveva ricordo del padre caduto nel 1918 durante la breve operazione di occupazione dell’Albania uno dei pochi sfortunati caduti di quella operazione. Nel 1935 espleta il servizio di leva in forma ridotta essendo figlio di vedova di guerra. In teoria il suo rapporto con l’esercito sarebbe dovuto terminare con quella breve esperienza, ma nel 1940 viene richiamato alle armi ed inviato nel giro di sole 24 ore sul fronte Greco-Albanese, ove in realtà l’esercito italiano è in rotta e ritirandosi tenta di stabilizzare una linea in Albania. Aggregato alla Divisione Fanteria da montagna Arezzo con l’incarico di conduttore di muli, avrà a disposizione una mula che egli definirà una bestia meravigliosa e forte, addetta al trasporto della pesante canna dei pezzi di artiglieria da 75/13 da montagna. La Divisione dopo l’aiuto degli alleati tedeschi nella conquista della Grecia viene assegnata al distretto di Korcia nei pressi del lago di Ocride al confine con la Jugoslavia con il compito di vigilanza della frontiera, controllo del territorio, ed a operazioni antipartigiane che in alcun i casi volgono in veri e propri rastrellamenti. Trascorrono circa tre anni quando il 25 Luglio 1943 cade il fascismo, i militari di stanza all’estero sono disorientati, credendo alla fine delle ostilità si ritrovano invece a continuare a combattere, in una atmosfera surreale dove l’ex alleato in realtà si prepara al peggio. Ma al peggio inizia anche a prepararsi il comandante della batteria di Enrico, e quando l’8 Settembre 1943 sopraggiunge l’armistizio egli è tra i pochi lungimiranti ufficiali che decide di non consegnarsi ai tedeschi, ed invita i suoi sottoposti a decidere in proposito in piena e totale libertà, “….chi vorrà potrà seguirmi in montagna ci uniremo alle forze partigiane albanesi, chi non se la sente può restare”. La notte tra l’8 ed il 9 Settembre 1943 l’intera sesta batteria con pezzi, muli, munizioni, viveri, due mitragliatrici Breda 35 è in marcia verso le montagne, il mattino del 9 Settembre intanto l’intera divisione “Arezzo” è catturata, disarmata e avviata verso i campi di prigionia in Germania. Enrico si ritrova così con la sua amata mula Camilla tra le montagne albanesi, a combattere quella che chiamava “a guerra” differenziandola da quella da occupante che chiamava “a guerra re Mussulini”. Sui monti incontrano la Divisione Fanteria “Firenze” che non si era consegnata e si aggregano ad essa nel tentativo di sfondare le linee tedesche a Kruja presso Tirana, quello è il punto chiave per poter raggiungere la costa ed il porto di Durazzo per imbarcarsi e raggiungere l’Italia. La battaglia che si scatena è violenta, gli italiani sono sul punto di sfondare le soverchianti forze tedesche, ma il passaggio al nemico di un battaglione camice nere, ed il sopraggiungere della Divisione “Brandeburg” con i suoi pezzi di artiglieria campale da 150mm hanno la meglio sui pezzi da 75/13 a disposizione degli italiani. Enrico ricordava con tristezza quando raccontava che non fu possibile rispondere al fuoco dei pezzi tedeschi, le loro batterie erano fuori dalla gittata dei 75, e quando cominciò il fuoco di controbatteria tedesco fu l’inferno, uomini e muli furono dilaniati dalle salve avversarie, non restò che sganciarsi e darsi alla macchia. Il Generale Azzi, comandante della “Firenze” in accordo con le forze di resistenza albanesi suddivise la Divisione in Brigate inquadrate nell’esercito di liberazione albanese e definendo le forze italiane con la nuova denominazione di “Truppe Italiane alla montagna”. Enrico e la sua batteria saranno inquadrati in una forza autonoma di artiglieria a disposizione dei comandi, e sempre pronta all’azione. Tre pezzi da 75/13 che diverranno il fulcro dell’artiglieria albanese, impegnati in operazioni al limite del credibile, azioni di appoggio scalando montagne e gole dove anche i muli avevano difficoltà ad avanzare, montavano i pezzi sparando poche salve, bloccando colonne nemiche motorizzate, facendo fuoco con una precisione che divenne leggenda. Non scampava mezzo ai loro tiri, non un colpo falliva il bersaglio, sparando da posizioni che il nemico non poteva neanche lontanamente immaginare. Avanti sempre avanti, pochi minuti di fuoco, poi si smontavano i pezzi e via tra i boschi, mentre la fanteria partigiana completava le azioni. Enrico ricordava che non era solo un conduttore di muli, era divenuto un artigliere, un assaltatore, un mitragliere. Fu ferito durante una azione contro una colonna motorizzata tedesca, quando era stato assegnato alla Breda 35 per la difesa della batteria. Bloccata la colonna con alcuni colpi contro i primi mezzi, dal fondo di una curva spuntò un Panzer che chiudeva la colonna. I pezzi della batteria furono velocemente smontati mentre Enrico ed un servente albanese aprivano il fuoco contro i fanti che cercavano di avanzare facendosi scudo del grosso corazzato. La sua azione permise di guadagnare minuti preziosi, fino a quando il carro individuando la sua posizione aprì il fuoco con il suo pezzo da 90mm. Enrico ricordava ”….una fiammata e fu buio. Quando mi ripresi il servente giaceva accanto a me morto. Mi sporsi dal muretto di pietre a secco che avevamo preparato a difesa della nostra postazione, i tedeschi stavano avanzando tra gli alberi rispondendo al fuoco degli albanesi, la Breda era inservibile ne smontai il percussore che gettai via, e cominciai a risalire la china della montagna per raggiungere il punto di incontro con la batteria, che intanto era riuscita a sganciarsi”. Raggiunse la stessa dopo alcune ore, scoprendo strada facendo di avere una scheggia di proietto nella spalla destra. Il colpo da 90mm del panzer tedesco era esploso dinanzi al muro a secco della postazione di difesa dei pezzi, uccidendo il servente e scagliando Enrico contro la roccia alle sue spalle, facendogli così perdere i sensi. Il suo tentativo di riarmare la Breda, e poi smontarne il percussore rendendola così definitivamente inutilizzabile, venne poi discusso in una seduta di “critica ed autocritica” dove un Tenente della resistenza lo accusò di abbandono della posizione e dell’arma, minacciando di giustiziarlo al momento, e senza tenere conto che dopo essere stato medicato rifiutò il ricovero per poter raggiungere i commilitoni della sesta batteria, senza considerare che ci volle l’ordine e le minacce di un Capitano medico per farlo desistere. Fu l’intervento di un altro ufficiale che aveva partecipato al combattimento ed aveva visto ciò che era accaduto alla postazione di Enrico che fece la differenza, e portò ad Enrico un encomio ed una medaglia al valore, per il coraggio dimostrato nell’azione e la ferrea volontà nonostante ferito di voler tornare tra i ranghi a combattere. Ma Enrico aveva mille racconti su quei lunghi mesi di guerriglia, ricordi forti, emozionanti, nella convinzione che ogni tedesco che veniva impegnato in combattimento in Albania era un tedesco in meno che combatteva in Italia. Scevro e lontano da ogni inquadramento e condizionamento politico, egli ascoltava e partecipava come ogni combattente albanese alle sedute di “critica ed autocritica” pensando solo che bisognava combattere per liberare l’Italia e l’Europa dal nazifascismo, combattere per un mondo migliore. Al Capitano albanese che aveva proposto l’encomio al valore, riuscì a strappare una promessa aveva bisogno quando la guerra fosse terminata e se fossero sopravvissuti, di un lasciapassare per Valona e di un permesso che gli permettesse di portare con sé in Italia le spoglie mortali del suo papà, sepolte nel cimitero militare italiano alle spalle dell’ospedale della città. Il Capitano acconsentì alla proposta, se sarebbe sopravvissuto quello era il dono per il suo coraggio e per il suo impegno. Enrico parteciperà ad innumerevoli azioni, confluirà poi con la batteria nella Brigata Gramsci forte di 2000 uomini e fu proprio questa ad entrare per prima a Tirana la capitale albanese nel marzo del 1944. I piccoli pezzi someggiati da 75/13 si dimostrarono efficacissimi nei combattimenti urbani, riuscendo a neutralizzare diverse volte i temuti 90mm antiaerei tedeschi considerati i migliori pezzi di artiglieria della seconda guerra mondiale. Alla Gramsci alla liberazione di Tirana fu affidato il compito della sorveglianza della Banca Nazionale d’Albania, un compito a cui partecipò anche Enrico, quel servizio era la dimostrazione della fiducia e del rispetto che i soldati italiani si erano guadagnati verso quel paese in cui fino all’8 settembre 1943 erano gli occupanti.  Il Capitano albanese tenne fede alla parola data, Enrico giunse infine a Valona, preso dall’emozione e pensando al padre corse all’ospedale della città, ma del cimitero militare italiano della prima guerra mondiale non esisteva più nulla cancellato da un bombardamento tedesco, vi erano solo macerie, distruzione, ossa, e croci sparpagliate tutt’intorno, e restò lì ammutolito a piangere senza freni per un tempo che gli parve eterno. Partirà dal porto di Durazzo alcuni mesi dopo per essere rimpatriato, il suo ricordo più forte del ritorno a casa fu quando giunse ad Auduni. Decise mentre sorgeva il sole di tagliare dritto per le macchie, così da giungere a casa prima. Vide, attraversando i terreni incolti una persona che scendeva lungo il sentiero che portava alla provinciale per Gioia, aveva sul capo un cesto e capì immediatamente chi fosse. Si sedette sull’erba, si tolse la bustina dal capo, ed attese, una donna passò a meno di venti metri da lui, mentre dall’alto della collina lui la osservava. Passò oltre senza vederlo, e lui la seguì con lo sguardo poi si alzò in piedi, si risistemò la bustina, mise a tracolla lo zaino e riprese il cammino verso casa, quella donna era la sua mamma, lui l’aveva osservata senza farsi vedere, vide che stava bene, vide che stava facendo le cose di sempre, nella sua veste nera stava andando a Gioia al mercato settimanale a vendere i frutti della sua terra e del suo lavoro e questo gli bastò. Era un sabato mattina, un sabato mattino di giugno, di quel giugno 1945, di un giugno di un nuovo corso, di una nuova vita.

Onore a te eroe e grazie per avermi concesso di essere l’unico al mondo a poter conoscere la tua storia, il tuo valore e la tua morale.

Sandrino Luigi Marra

Autore

Figlio della migrazione italiana degli anni 60 del XX° secolo, nato in Gran Bretagna e tuttora cittadino britannico a voler ricordare il mio essere nato migrante ed ancora oggi migrante (Interno). Sono laureato in Lettere (Università di Roma “La Sapienza) ad indirizzo Archeologico-Preistorico per la precisione in Etnografia Preistorica dell’Africa, un Master di primo livello in “Interculturale per il Welfare, le migrazioni e la salute” ed uno di secondo livello in “Relazioni internazionali e studi strategici”. Sono Docente a contratto di Demoetnoantropologia presso l’Università di Parma e consulente per il Ministero della Cultura in ambito Demoetnoantropologico. Mi occupo di relazioni con le comunità di diversa cultura del territorio di Parma e Reggio Emilia scrivo di analisi geopolitiche e curo una rubrica (Mondo invisibile) sul disagio sociale. Nel tempo libero da decenni mi occupo di ricerca antropologica, archeologica e storica del territorio della mia terra, della terra delle mie radici, Gioia Sannitica. Collaboro con diverse realtà divulgative e scientifiche on line (archeomedia.net- paesenews.it-Geopolitica.info-lantidiplomatico.it) creo eventi culturali, cercando sempre di dare risalto alla mia terra non intesa solo come Gioia Sannitica ma di quella Media Valle del Volturno, che fu il Regno Normanno di Rainulfo II Drengot.