• 22 Luglio 2024

Si avvicinano le elezioni europee. L’anno prossimo saremo chiamati a rinnovare il parlamento di Strasburgo. Lo faremo in un contesto totalmente nuovo: dopo il Covid e nel pieno di una guerra scoppiata nel cuore del Continente che ha lacerato antiche certezze e aperto orizzonti geopolitici del tutto nuovi. Tale condizione dovrebbe suscitare analisi, dibattiti, scuotere le coscienze, animare preoccupazioni e speranze, indurre a riflessioni e confronti alti, sollecitare politici, storici, intellettuali, esperti a riflettere sul destino dell’Europa, sulle criticità e sulle potenzialità di un’area che fa parte di quell’Occidente sul cui tramonto, nei primi anni del Novecento, ci ha lasciato pagine profetiche e dense Oswald Spengler.

Invece, tutto tace. Nelle stanze della politica ci si preoccupa molto più di candidature e dei possibili nuovi equilibri tra popolari e socialisti, con il crescente ruolo delle forze conservatrici, vero ago della bilancia per i futuri assetti di governo, piuttosto che fermarsi a ragionare di contenuti, di idee, di progetti. Esattamente il contrario di quel che servirebbe. Tanto più in un’epoca così complessa, delicata, furiosa. Dove il pendolo della storia oscilla frenetico e non sembrano più esserci chiavi di lettura in grado di soddisfare l’ansia di certezze che affligge la nostra quotidianità.

Ecco allora che un saggio come quello di Andrea Graziosi, uno dei maggiori esperti di storia sovietica, ucraina e dell’Europa orientale, diventa essenziale per aiutare il lettore a vedere il mondo nuovo con occhi diversi, senza l’abbaglio di vecchie categorie del pensiero che appaiono ormai superate e prive di senso. Pur essendo uno storico, confessa Graziosi, “in questo libro ho sì usato la storia ma non ho mai inteso fare lo storico”. In effetti, l’autore ripercorre le tappe della sua stessa ricerca fin da quando, negli anni Settanta, “mi parve che senza studiare Stati Uniti e Unione sovietica fosse impossibile capire il mondo in cui vivevo, e la crisi e la sconfitta della nuova sinistra in cui avevo militato”.

Una ricerca che lo porterà ad offrire soluzioni alla crisi e alla definizione di “un nuovo discorso liberaldemocratico” riassunte in pochi, parziali punti. Comunque, frutto dello “sforzo” di confrontarsi con la realtà del mondo in cui viviamo “sgombrando il campo da discorsi sbagliati invecchiati e quindi non più veri”.

Parlando di progresso, ad esempio, Graziosi si sofferma sul “carattere binario e oppositivo” delle categorie Capitalismo e Socialismo, un carattere che impedisce di vedere la “varietà del reale”. Ossia qualcosa che comprende innumerevoli tipi di società, composte da parti, rette da logiche diverse, che convivono in maniera più o meno conflittuale. E’ preferibile invece ragionare in termini di Modernità multiple, o meglio di Moderno multiplo in senso sia diacronico e sincronico. Il primo Moderno secondo Graziosi, nelle sue varie fasi, è caratterizzato dal boom demografico, da una crescita economica rapida e infinita, legata alla produttività, al progresso scientifico e tecnologico, alla liquidazione della società contadina, dall’industrializzazione, dall’urbanizzazione e dalla secolarizzazione, nonché dall’istruzione. E’ la fase del predominio dell’Europa e dell’Occidente, dove questi processi erano iniziati, su continenti che, come l’Asia, erano stati in precedenza sedi di imperi altrettanto o più potenti di quelli europei, o che, come l’Africa e l’Oceania, a causa del loro ambiente e delle malattie, erano scarsamente popolati. Tale predominio era anche rappresentato da potenti movimenti migratori europei, alimentati dal boom demografico. Con la vittoria dei bolscevichi, nel 1917, nacque un tipo di Modernità nuova, dalla forte impronta ideologica, che Grazioso classifica minore perché “minata da contraddizioni e problemi… La diversità chiave stava nella sua struttura sociale (non a caso, il modello è sopravvissuto, ma solo politicamente, nei paesi che, come la Cina, hanno saputo abbandonare tempestivamente e risolutamente tale struttura), a sua volta improntata al marxismo”.

I processi demografici, nel tempo, hanno poi assunto dimensioni tali da alterare i precedenti equilibri e provocare nuove diseguaglianze. Nel 1913 quasi un quarto dei bambini nati nel mondo era di origine europea, nel 1974 questa percentuale era crollata al 7%, confermando le previsioni del declino “bianco” di inizio Novecento. Per Grazioso, però, la lettura di questi dati rischia di essere ingannevole se viene semplicemente interpretata con le vecchie categorie politiche invece di rilevarne il legame con la Modernità e le sue varianti.

La fine del mondo contadino ha segnato uno spartiacque enorme tra modelli di vita e asciugato un serbatoio a lungo capace di fornire energia. Annota Grazioso: “Il fenomeno, di grandissimo rilievo, pone il problema di cosa abbia rappresentato e significato la scomparsa di un mondo che era stato per circa 200 anni insieme motore demografico, riserva di aumenti di produttività e di capacità imprenditoriale, e bacino di una cultura popolare che era possibile, anche se errato, considerare altra rispetto a quella dominante, e poteva anche per questo servire da pretesto a progetti tanto conservatori, quanto nazionalisti o rivoluzionari. La sua fine ha messo prima di tutto il Moderno occidentale maggiore di fronte alla necessità di assicurarsi nuove fonti di energia umana in aree geografiche sempre più distanti, anche dal punto di vista culturale, linguistico e del colore, complicando, invece di facilitare l’integrazione e l’omogeneizzazione sociale a qualunque livello, nazionale come europeo”.

Il rallentamento e poi l’arresto della crescita demografica hanno portato ad una rapida riduzione del peso dell’Europa e del mondo bianco: nel 2020, 18 dei paesi con la popolazione in più veloce declino erano gli europei. L’Italia era al 20° posto.

Nel saggio, Andrea Graziosi esplora, con sagacia e indubbia criticità introspettiva, molte “fraglie” che hanno contribuito a scombussolare il quadro delle antiche certezze e fatto saltare punti di riferimento, illusoriamente ritenuti solidi. Come il rapporto giovani-anziani, con la perdita, per i primi, di perdita di fiducia verso il futuro oppure la fraglia che deriva dall’affermazione, diventata sempre più evidente negli ultimi decenni, dell’inglese come lingua sovranazionale, grazie all’emergere di una sovracultura mondiale nello spettacolo e nella musica, su internet, negli affari, nel turismo, nelle scienze. Interessante la spiegazione che propone lo storico:” Questa affermazione ha portato al riprodursi in veste nuova di fenomeni di un bilinguismo tendente alla diglossia anche in paesi europei di antica tradizione e cultura, che pensavano di aver superato questo stadio attraverso l’addomesticamento dei dialetti e il loro addensamento intorno alle lingue nazionali. Al di là delle difficoltà causate a queste ultime, la nuova diglossia è diventata a sua volta, come lo era già stato nelle sue versioni precedenti (francese contro lingue nazionali, lingue nazionali contro grandi aree dialettali), un potente strumento e simbolo di differenziazione sociale, che mette gli anglosassoni in posizione di vantaggio, riservando loro i lavori migliori. Essa crea così al tempo stesso un nuovo canale di mobilità sociale e una nuova linea di stratificazione, legata alla maggiore o minore vicinanza alla globalizzazione”:

Graziosi, nella esplorazione delle criticità che hanno tolto peso e smalto all’Occidente, tocca temi importanti. Non sfugge alla sua analisi lo sguardo sulle diverse forme della democrazia, sui diritti, le pari opportunità, il merito e l’uguaglianza. Insomma, nel caleidoscopio di una indagine corrosiva non risparmia la denuncia dei limiti del progressismo e dei contraccolpi del “buonismo” intesi come categorie interpretative e prassi lontane dalla realtà. Anche se, in alcune parti del testo, la critica (anche laddove comporta autocritica) risente, a nostro avviso, di una impostazione cultural-politica che non appare riesca a liberarsi del tutto da quei condizionamenti dovuti in effetti alle stesse categorie interpretative che pure si ritengono vecchie, superate e non più in grado di comprendere il mondo di oggi.

Ciononostante, il testo di Graziosi offre spunti interessanti allo stesso dibattito sulla natura e il destino dell’Europa. Spunti che meritano attenzione. Anche qui lo studioso ricorre alla chiave interpretativa del “Moderno multiplo”. Una chiave che, nell’auspicio dello storico, dovrebbe aiutare ad evitare il fallimento di un’Unione europea che presenta problemi di assoluto rilievo. “Di solito l’accento viene, e giustamente, posto su quelli finanziari e socioeconomici e sulle loro implicazioni politiche – scrive Graziosi – C’è chi ricorda per esempio l’azzardo di dar vita a una moneta comune prima di aver costruito uno Stato. E è stato osservato che la necessità di ristrutturare, se non ridurre i benefici fin qui garantiti, riducendo con essi anche le aspettative, fa dei bilanci degli Stati nazionali il principale catalizzatore delle tensioni sociali e politiche”. Ma ci sono altre ragioni che spiegano le presenti criticità. Si tratti del peso del debito pubblico di alcuni Paesi (e l’Italia è fra i paesi più esposti) le cui radici affondano nelle deleterie politiche del passato oppure della natura stessa del progetto europeo che “specie dopo la nascita dell’Unione nel 1992 ha acquistato tratti ben definiti”. “Certo c’è chi, come i federalisti europei, ha sognato e sogna un’Europa-nazione federale per la quale si è anche cercato di trovare una ‘memoria comune’, non a caso con scarso successo e facendo emergere molte contraddizioni – sostiene Andrea Graziosi – Ma l’Unione Europea è di fatto un progetto di confederazione plurietnica, vale a dire formata da Stati-nazione diversi per lingua e cultura, ed è forse realistico che sia così”. In fondo la pensavano così, sia pure in modo diverso, sia il Churchill degli Stati Uniti d’Europa che il de Gaulle dell’Europa delle nazioni.

Autore

Giornalista e scrittore, ha ricoperto importanti incarichi pubblici. E’ stato sindaco di Colleferro per tre mandati e presidente della Provincia di Roma. Parlamentare del centrodestra per due legislature, è stato Sottosegretario alle Infrastrutture durante il governo Berlusconi e presidente della Commissione Lavoro alla Camera dei Deputati. Nella lunga esperienza di amministratore ha ricoperto il ruolo di vicepresidente dell’Anci (Associazione nazionale dei Comuni italiani) e dell’Upi (Unione Province italiane). Ha fatto parte del Cda del Formez. E’ membro del Consiglio direttivo dell’Eurispes. Autore di numerosi saggi e collaboratore di varie riviste, durante la carriera giornalistica è stato, tra l’altro, condirettore del Secolo d’Italia e di Linea. Nel 2020 ha fondato e diretto il mensile “Il Monocolo”.