In queste brevi note ci occuperemo di un libro importante, uscito già da qualche anno, che abbiamo letto per la seconda volta. Ci riferiamo al volume del filosofo e musicista Massimo Donà, Serenità. Una passione che libera, comparso nel catalogo dell’editore Bompiani e ancora acquistabile nelle librerie on-line. La crucialità delle sue pagine è data, in prima istanza, dal mostrare come l’iter dell’autore non abbia tratto meramente teoretico, non si riduca a ennesima riproposizione sistematica del primato degli universali. Al contrario, la sua visione del mondo rinvia a un ethos, a una possibile modalità di ex-sistenza pensata in termini di singolarità. In questo senso, quella di Donà, è filosofia in grado di parlare agli uomini della post-modernità, agli “abitatori del tempo” e dell’età della Tecnica, in modalità rasserenante, ponendosi oltre le logiche dell’esclusione che distinguono radicalmente l’essere dal nulla, l’esistenza dall’essenza, l’uno dai molti.

Come si evince dal titolo, Donà si interroga sull’aspirazione alla serenità che, da sempre, ha connotato la vita dei mortali e sulla quale si è interrogata, a più riprese, la tradizione filosofica. Ogni uomo, infatti, vorrebbe essere sereno, vorrebbe beneficiare di uno stato di appagata conciliazione con sé e con le cose del mondo. Il problema è che, a muovere almeno dalla filosofia classica platonico-aristotelica, la vita è stata pensata alla luce delle idee, degli universali: «Platone sapeva cosa poteva rendere buona ogni cosa» (p. 24), riteneva che il Bene fosse l’Uno, un’entità assolutamente astratta, in grado di unificare il molteplice. L’uomo è un animale che, oltre a possedere il lógos, è animato da passioni. Tra queste passioni va annoverata quella per la conoscenza, per l’astratto: «quella capacità di connettere, di legare insieme, senza la quale mai potremmo rinvenire fattori comuni […] tutti quelli che la filosofia chiama gli universali» (p. 26). Il grande Ateniese seppe anche (Settima lettera) che la passione conoscitiva dell’autentico filo-sofo tende a spingersi, attraverso un processo meta-intellettuale, oltre le barriere statuite dal logo-centrismo, al fine di cogliere, in una sorta di epopteia, l’effettivo darsi dell’origine solo nella cosa singolare. Platone sostenne, inoltre, che il nous avrebbe dovuto agire sulle passioni evitandone gli eccessi. Da allora, l’Occidente fece della ragione uno strumento etico, in forza della quale avrebbe tentato di: «costruire una vera e propria geometria delle passioni» (p. 28). Il filosofare è stato così inteso quale strumento terapeutico, otre che diagnostico, del “mal di vivere”.

In realtà, siamo stimolati a patire tanto dall’esterno, dalle cose del mondo, quanto dall’interno: «Nella passione ognuno di noi fa […] esperienza di una “passività” che viene […] avvertita come negazione» (p. 29) della nostra autonomia. Nei desideri sperimentiamo di essere mancanti di qualcosa, a essa aneliamo in un movimento incessante. Il desiderio: «Ci fa prendere coscienza del fatto che siamo finiti, ma che potremmo non esserlo – per il fatto stesso che tentiamo continuamente di superare tale condizione» (p. 30). Ogni volta che, attraverso un oggetto finito, riusciamo a soddisfare un desiderio, torniamo tra le braccia del dolore o della noia. Ben lo seppero Schopenhauer, Leopardi e Michelstaedter. Per tale ragione, Donà, con acribia esegetica non comune, discute con persuasività di accenti le principali vie alla serenità proposte dai filosofi, dall’antichità alla modernità. Egli muove da una convinzione di fondo decisamente anti dualista. Tutti noi, per il fatto di aver contezza della finitudine che ci abita, a ben vedere nella soddisfazione del desiderio: «non possiamo fare a meno di esperire la nostra insuperabile e originaria infinitudine» (p. 31). In che senso siamo infiniti? Di certo, non in termini meramente quantitativi: tale idea dell’infinito è stata inaugurata in Grecia nel V secolo a. C. ed è stata ereditata dal Ge-stell tecnico-scientifico. Essa è centrata sulla distinzione di essenza ed esistenza, di soggetto ed oggetto. Per uscire da tale gabbia concettuale è, come comprese Colli, necessario abbandonare la struttura meramente rappresentativa del conoscere, oltre la quale si scopre che l’origine si dice solo nei molti, nella vissutezza. Tale principio, stante la lezione di Emo, è un non, una negazione che si positivizza e vive nelle perpetue metamorfosi della physis: «Se questa è la cornice ontologica e strutturale dell’umana esistenza, allora il non-essere costituisce per ognuno di noi quanto può essere sempre guadagnato» (p. 33) nel presente.

Il filosofo veneziano inizia la propria disamina a muovere dalla esegesi dello stoicismo greco e romano e dell’epicureismo: «Mentre per gli Epicurei è solo il vizio a condurre alla non-verità e al dolore» (p. 48), a non farci essere sereni, gli stoici si fecero latori di un intellettualismo etico di matrice socratica, che, con Seneca, pervenne alla consapevolezza che la tranquillità d’animo la si impara e sperimenta solo di fronte alla morte. L’inquietudo nella quale viviamo è data dalla conoscenza. Questo ci dicono le Sacre Scritture, le quali posero in termini teleologici, in termini di scopo, il conseguimento della serenità. Solo la staticità della morte, placherà il “movimento” insoddisfatto della vita, il suo mai “stare”. La Redenzione concederà all’uomo la pace serena dell’inizio edenico, mai sperimentabile nella concretezza dell’esistere. La fede è risoluzione: credo quia ad absurdum. Gli utopismi politici, immanentizzazione del fine della storia cristiano, non faranno che rinviare a un futuro incerto tale compimento, da perseguirsi anche attraverso l’uso della violenza. Donà lo mostra, in tutta evidenza, nella seconda parte del volume, articolata in sette densi capitoli. L’autore si interroga, inoltre, sul contributo fornito dall’umanesimo tragico italiano, intrattenendosi su Petrarca e Leon Battista Alberti. Discute, in sequela di tale prospettiva, le posizioni espresse da Cartesio, Spinoza e Leibniz, ma anche le significative intuizioni di Nietzsche, Proust e Kafka, San Francesco e Balzac, e sull’impossibile divenire ciò che si è tematizzato da Fichte.

La serenità per Donà ha a che fare con un’impossibile. Essa in realtà altro non è che tensione esistenziale atta a concedere “spazio” alle nostre vite: «spazio, sì, questo vorremmo tutti. Spazio per poter respirare sereni. Spazio che ci liberi dagli affanni che offuscano la vista […] che rendono  troppo “oggettuale” il chaos originario» (p. 230). Donà ci dice che l’aporia vive nella vita, non è data dall’inciampo della morte. Per questo la “verità” ha tratto “errante”, nomadico. Tale visione è aliena dal contemptus mundi delle escatologie religiose e politiche. È visione euforizzante, rasserenante. È propria di quanti abbiano contezza di essere appesi a un principio infondato e, per questo, capaci di sintonia con il perpetuo incipit vita nova. Una serena inquietudo, un’ indeterminatezza che:«non dice nulla di misterioso, di là dall’esistere delle quotidiane fatiche cui tutti ci sottoponiamo per raggiungerla» (p. 231).