• 19 Aprile 2024
Itinerari

Già da molto tempo ho dato dei nomi legati al mio vissuto a componenti del paesaggio intorno a Campo Tures. Chissà, forse intendevo rafforzare i miei legami con questo luogo del cuore, o si trattava di semplice bizzarria di chi ha letto e viaggiato troppo…

Così ho visto nella montagna che, con i suoi 2.600 metri, domina la valle e che qui chiamano “Cima delle cascate” il profilo della regina Nefertari dormiente. Da allora, per noi di famiglia quella roccia tagliente disegna nel cielo di Campo Tures la fronte, gli occhi serrati, il naso, la bocca dischiusa e il mento della sposa di Ramses II, e le abetaie che ne discendono altro non sono che la folta e lunga chioma scura della regina d’Egitto.

Analogamente, ho rinominato “casa dell’eternità” la candida facciata dell’Oberpursteinhof, altissimo posto di ristoro dirimpettaio di Nefertari, visibile quasi da ogni punto della valle: il suggerimento mi venne da un saggio di Piero Camporesi, che aveva appunto quel titolo. Quella distanza dalla pianura, quella vicinanza al cielo e alle nuvole  che le fanno da velario ora lieve, ora spesso richiamano alla mia mente la dimensione fuori dal tempo e fuori dallo spazio dove si annida il mistero, appunto, dell’eterno.

Stiamo parlando di sacro? E allora passiamo in rassegna veloce i luoghi di questa valle dove il sacro si aggruma, e cioè le chiesette di San Maurizio, di Santa Valpurga, del Santo Spirito. Non sorprende che questi luoghi di culto abbiano tratti in comune: intanto, la loro asimmetria, con piccoli corpi di fabbrica che s’intersecano in modi irregolari, entrate solo laterali, finestre a intervalli irregolari; e poi lo stile, come dire, di un gotico rurale, dove la tensione verso l’Alto è frenata dai richiami della terra – specie dai pavimenti di pietra grezza – e dalla rete di costole che ingabbia le volte. E poi, le statue di un realismo pietistico, sottolineato dai colori dei simulacri di legno dedicati a santi spesso altomedievali, come la stessa Valpurga o Chilliano. Contrasta con la regola generale del disadorno il barocco che – questo sì che sorprende – celebra nelle absidi martiri e trionfi di santi,

con lo stesso spirito lugubre e ridondante di certe cattedrali andaluse, fra ebani e ori, raggi e spade splendenti che trafiggono l’Addolorata e frange di sangue rappreso che colano dal Crocifisso. Non mancano raffigurazioni che ricordano saghe medievali: nella chiesetta di Santa Valpurga, ma non solo, si possono osservare le immagini di San Giorgio che trafigge il drago e quella del giudizio universale, in versione popolare, senza dimenticare gli stendardi di San Maurizio, dove campeggia un calice traboccante di sangue, chiara evocazione del Santo Graal. Se pensiamo alle edicole con i Crocifissi  poste alle biforcazioni di sentieri, magari non distanti dalle figure  di gnomi e streghe intagliate nei tronchi, cogliamo il senso profondo e antico di quella religiosità dove si mescolano elementi del paganesimo e quelli del cristianesimo.

Del resto, in questa regione trionfa la Natura vivente e immutabile pur nel suo divenire e in questo stesso fluire del tempo si tramanda un orgoglio identitario che ritrovo nelle canzoncine popolari che sento intonare da una bimbetta e dalla sua mamma qui accanto, mentre il papà le accompagna con la fisarmonica: sono le stesse tradizioni folkloriche affioranti nelle feste di piazza, fra un banchetto di cibarie delle valli e un passaggio della banda in abiti tradizionali.

Autore

Nato a Napoli, vive a Roma, dove svolge un’intensa attività pubblicistica. Ha collaborato e collabora con diversi quotidiani e riviste, alcune delle quali ha contribuito a fondare. Ha pubblicato romanzi, poesie e saggi, l’ultimo dei quali, “Giornale di un viaggiatore ordinario” è stato pubblicato da Tabula fati (Chieti 2022).