• 14 Giugno 2024
Editoriale

E così, dopo la regina Elisabetta, se n’è andato un altro “grande vecchio”, quel Silvio Berlusconi che a suo modo ha incarnato, fra l’altro, quell’idea di monarchia dimezzata, come “uomo solo al comando”, senza alcuna discendenza dinastica. Ho scritto “grande vecchio”, nella certezza che il Cavaliere avrebbe rifiutato la definizione, fedele al culto dell’eterna giovinezza e all’attenzione anche estetica verso il corpo. Del resto, oggi la vecchiaia – sia la “cosa” che la parola – è praticamente eliminata dal nostro frasario, proprio come la morte.

Guai a sentirsi dire: “Sei vecchio”; hanno coniato perfino una perifrasi ironica fino a sconfinare nel ridicolo: “diversamente giovane”.  Sono lontani i tempi in cui un Eduardo De Filippo poteva dichiarare: “Non vedevo l’ora di diventare vecchio”: oggi sono davvero pochi quelli che ammeterebbero di essere scivolati in questo sgradevole stato, e ancora meno quelli, fra gli intellettuali, che si metterebbero sulla scia di Cicerone, a tentare di emulare il suo “De senectute”.

Per una curiosa combinazione, recentemente mi sono confrontato con la vecchiaia altrui (con la mia mi ci specchio quotidianamente), ma non con quella che muove a compassione, bensì con quella geniale e vitale: mi riferisco al concerto di Paolo Conte (anni 85) nella cavea del romano Auditorium e alla presentazione dell’autobiografia di Franco Nero (anni 81), “Django e gli altri”, nell’immenso spazio verde del “Circolo York”, un sorprendente paradiso terrestre di cui ignoravo l’esistenza, pur trovandosi a due passi da casa mia.

Nelle due ore di concerto, accompagnato da una dozzina di musicisti di altissimo livello, Paolo Conte ha sciorinato tutto il suo mondo, che ha le radici negli anni 40/50 del Novecento, con le sue realtà fatte di Topolino amaranto, di balere fumose, di viaggi di nozze a Venezia, di caffè Mocambo a Milano, ma anche di sogni ambientati in savane immaginarie e in voli sognati sulla foce del “Rio di gennaio”. Sonorità jazzistiche, le sue, perennemente “giovani”, anche se storicamente inquadrabili, un po’ come gli amori cantati – spesso maturi e stanchi – o come certi destini che lasciano il segno, come in “Sparring partner”.

Anche Franco Nero mi ha fatto sognare, nella placida afa di un pomeriggio romano divenuto leggero grazie ai suoi racconti di grande uomo di cinema che ha conosciuto tanti grandi uomini – e donne! – di quella settima arte che purtroppo oggi ci appare su di una china irreversibile. Quanti aneddoti sugli incontri con Luis Buñuel e John Houston, con Franco Zeffirelli e John Wayne, con Quentin Tarantino e, naturalmente, con Vanessa Redgrave, sua compagna di vita da tanti anni. Troppo numerosi i film che lo videro protagonista, per ricordarli qui (forse basterebbe il “suo” capitano Bellodi ne “Il giorno della civetta”), e in queste righe vogliamo solo sottolineare la vitalità dell’uomo Franco Nero, non solo intellettuale (ha parlato anche di progetti…), ma fisica: lo abbiamo sentito prenotare il campo per una delle abituali partite di tennis che gioca in quel circolo…

Certo, la vecchiaia di Berlusconi, almeno nei suoi ultimi mesi, segnati da ricoveri in ospedale e da traversie sanitarie, è stata molto più malinconica e non esente da sfumature patetiche, in certe apparizioni pubbliche improntate ad un ottimismo palesemente forzato; ma a questi grandi vecchi, soprattutto ai protagonisti della letteratura, dell’arte, del cinema, della politica, dobbiamo dire grazie e augurare loro “buon viaggio”, quando ci lasciano privi di un pezzetto di noi stessi.

Autore

Nato a Napoli, vive a Roma, dove svolge un’intensa attività pubblicistica. Ha collaborato e collabora con diversi quotidiani e riviste, alcune delle quali ha contribuito a fondare. Ha pubblicato romanzi, poesie e saggi, l’ultimo dei quali, “Giornale di un viaggiatore ordinario” è stato pubblicato da Tabula fati (Chieti 2022).