• 19 Aprile 2024
Cultura

Le motivazioni evangeliche della vicenda di Cristo si esprimono in una visione che ruota molto intorno all’essere Gesù di Nazareth figlio di Dio, si analizza la vita, almeno in parte, la predicazione, la morte e la resurrezione con una visione spirituale, che nell’ambito stesso della spiritualità e per la tipologia degli scritti, i Vangeli, è comprensibile e forse anche necessario per l’uso ed il valore stesso di tali scritti. Ma proviamo a guardare alla figura di Gesù sotto un aspetto sociale ed in parte anche politico dell’ultimo periodo di vita.

Partiamo dal Toponimo dei luoghi: il più antico attribuito alla terra compresa entro i confini di Israele è “Canaan” la “Terra Promessa” degli Ebrei che andrà poi a coincidere dal punto di vista geografico con la “Terra Santa” della tradizione cristiana. Già nell’Antico Testamento questa terra è chiamata “Israele” che in realtà proviene dal nome del patriarca Giacobbe, ovvero dal cambiamento del nome di Giacobbe voluto da Dio, quando questi lottò contro un suo Angelo vincendo. Da ya‛ăqobh dunque a Ysrael ovvero “colui che lotta con Dio”, che di fatto rimanda ad “un combattente vincitore” nell’analisi toponimica del termine. Giacobbe diverrà poi, attraverso quattro matrimoni, il capostipite delle dodici tribù di Israele guidate dai suoi dodici figli, tribù anche dette “figli di Israele”, “popolo di Israele”, “Israeliti”. Sarà in seguito alla conquista romana del 63 a.C. che Israele diviene Giudea. Il termine poi di Palestina per designare tutto il territorio in questione viene adottato definitivamente dai Romani nel 135 d.C. all’indomani della seconda rivolta ebraica, quando la regione fu ribattezzata Syria Palaestina. Palestina che è la forma greca (Συρία παλαιστίνη) dell’aramaico Pelishtaijn, l’ebraico Peleshet ,“Terra dei Filistei” che in origine designava l’area di insediamento dei Filistei lungo la costa del Mediterraneo che erano una popolazione considerata “straniera” dagli Ebrei e con i quali sussistettero lunghi periodi di scontri. Al tempo di Gesù la Giudea era una regione ad altissima conflittualità sociale: la maggior parte della sua popolazione era Ebrea ma vi risiedevano anche Samaritani (una comunità separatasi dagli Ebrei per motivi religiosi ed antagonisti con questi) Indumei (che erano una popolazione forzatamente convertita all’ebraismo alla fine del II secolo a.C.) e popolazioni greche di città quali Cesarea Marittima e Samaria, le quali spesso cercavano lo scontro con la maggioranza di fede ebraica. Il dominio di Roma era gestito attraverso dei procuratori ovvero i Prefetti. Il Prefetto doveva garantire l’ordine e la pace sociale e a tale scopo disponeva dell’esercito. Ad esso spettavano il giudizio nei processi capitali e la raccolta delle tasse per la quale si serviva dei cosiddetti pubblicani, cioè esattori giudei. Le questioni interne alla comunità ebraica erano competenza del Sinedrio, che era l’organo composto da 71 membri, preposto alla gestione della giustizia ed al rispetto delle leggi. I Romani come per altre situazioni rispettarono (o più opportunisticamente ignorarono) le peculiarità degli usi e costumi religiosi dei Giudei, anche se in più occasioni, probabilmente a voler ricordare chi in realtà governava, non mancarono di attuare vere e proprie provocazioni come quando Ponzio Pilato appena insediato confiscò il Tesoro del Tempio di Gerusalemme per costruire un acquedotto per la città, o ancora quando Caligola nel 38 d.C. emanò la disposizione di erigere le effigi imperiali nelle sinagoghe della città di Alessandria che andò a scatenare una rivolta armata, datosi che i Giudei erano esonerati dal culto tributato all’imperatore. Oltretutto nello stesso periodo pretese fosse eretta una sua statua all’interno del Tempio di Gerusalemme, ordine che fu ignorato dal governatore Petronio ben consapevole degli esiti che ci sarebbero stati.  

In questa realtà così turbolenta si inserisce la figura di Gesù di Nazareth, il quale di fatto comincia a divenire un problema di ordine pubblico per le autorità religiose. Non è tanto il suo predicare un problema, sono le azioni materiali che compie in alcune occasioni. Si può iniziare dai racconti evangelici  secondo cui Gesù visitò il Tempio di Gerusalemme. “Qui vi erano mercanti di animali (buoi, pecore, colombe) e cambiavalute seduti al banco; Gesù cacciò tutti fuori dal tempio e rovesciò i tavoli dei cambiavalute”. Il gesto fu sicuramente poco più che simbolico in considerazione dell’enorme spazio del Tempio stesso (misurava 458 metri per 298) e del fatto che una azione di più ampia portata avrebbe portato all’arreso stesso di Gesù o da parte della sicurezza giudaica del Tempio, o da parte dei soldati romani che presidiavano, in funzione di ordine pubblico il Tempio stesso. Alberto Maggi sottolinea che Gesù non trova nel Tempio un atteggiamento religioso, ma un grande traffico commerciale autorizzato dalla classe sacerdotale, che si serve delle feste liturgiche per rafforzare il proprio potere e per sfruttare il popolo in nome di Dio. Da qui ha origine il gesto di condanna di Gesù, che però viene equivocato dai suoi discepoli, i quali pensano che intenda restituire al Tempio l’antico splendore. Il vangelo di Giovanni conclude il racconto dell’episodio affermando che molti credettero in Gesù, ma lui non si fidava di loro; con ciò, vuole invitare a non proiettare in Gesù le proprie aspettative umane, perché lui non è venuto per realizzare la volontà degli uomini, ma quella di Dio. E qui forse il primo problema, ovvero Gesù comincia a fare proseliti anche all’interno della città in quel particolare frangente. Ma forse è con la guarigione del lebbroso che si racconta nei quattro vangeli che le questioni sociali prendono una diversa strada agli occhi di  molti ebrei e delle stesse autorità religiose. Un lebbroso nella realtà della Giudea del tempo (e non solo) era considerato religiosamente e legalmente un impuro ed era obbligato a gridare “impuro, impuro” se incrociava qualcuno sul suo cammino. E’ colpito da Dio e lontano dagli uomini, la legge voleva solo la sua morte, in solitudine oltretutto e lontano da chiunque. Ma il lebbroso oltre ad essere impuro era contagioso, la sua impurità era trasmissibile e per questo era considerato un morto vivente. Le sue lesioni non guarivano, la mancanza di sensibilità al tatto, al dolore e al calore dovute alle lesioni stesse, isolava il suo corpo dalle sensazioni fisiche e lo rendevano dunque ripugnante agli altri, egli era tagliato fuori dalla considerazione, dagli affetti, da tutto. Quando questi incontra Gesù, il nazareno fa ciò che non dovrebbe: stende la sua mano e lo tocca. Il lebbroso impuro e contagioso non andava toccato, e quando Gesù lo tocca dice: “ lo voglio, sii purificato”. Gesù agli occhi dei giudei perde l’equilibrio del dovere e dell’essenzialità, il lebbroso aveva infranto la legge avvicinandosi a Gesù ma Gesù infrange la legge toccandolo. Diventa così tutto illegale, anche se il lebbroso guarisce all’istante, Gesù poi lo ammonisce di non dire niente a nessuno, di farsi certificare la guarigione e di non dire come fosse avvenuta. Ma il lebbroso non se ne cura e così comincia ad arrivare gente da ogni parte. Non poteva più recarsi in una città perché veniva assediato dai bisognosi, ingabbiato dalla sua stessa celebrità. Quando giunse a Gerusalemme in occasione della sua ultima Pasqua Gesù fu accolto come il Messia dalla folla festante che lo acclamò e quando i discepoli tornarono con un asino e cominciarono a distendere i loro mantelli dinanzi al suo cammino alcuni Farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». Ma egli rispose: «Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre».Si era ormai giunti ad un  problema di ordine pubblico quel “grideranno le pietre” è una minaccia all’ordine pubblico ed  il Sinedrio cominciò a preoccuparsene conscio che questo predicatore avrebbe potuto creare disordini e violenze, come accaduto altre volte in occasione delle grandi folle che si riunivano per la Pasqua ebraica, e che i romani avevano spesso represso con violenza. Preoccupati da questo “trascinatore” di folle, irritati dagli enunciati e dal comportamento di costui, che oltretutto violava di fatto usi, costumi e regole religiose, considerandolo un pericoloso sovvertitore pensarono bene di eliminare il problema, fisicamente parlando. Le stesse autorità religiose in precedenza avevano pensato e forse proposto un arresto ed una punizione per “Chenek” ovvero strangolamento secondo le leggi ebraiche, per “Profetizzare falsamente”. Ma considerando il crescente numero di proseliti, la soluzione più semplice e meno rischiosa in fatto di reazione e di ordine pubblico, fu l’affidare il giudizio alle autorità romane spostando così il problema da rispetto delle leggi e della giustizia che andava oltretutto dimostrato con almeno due testimoni, a problema di ordine pubblico e pace sociale che già poteva palesarsi a priori per i precedenti. Così Pilato applicò null’altro che il suo potere prefettizio, eliminando il problema alla fonte prima che potesse divenire più serio nel momento di una festività di particolare importanza. Da parte del Sinedrio e dunque delle autorità religiose si evitava un pericoloso precedente, stroncando il proselitismo stesso, che bisogna dire funzionò poiché l’iniziale movimento di masse e di entusiasmi si attenuò velocemente, con il seguente proselitismo degli apostoli che dal punto di vista visuale di movimento di masse, fu di fatto inesistente, con un’ opera diversa rispetto al maestro con risultati nel lungo periodo che oggi conosciamo.

Autore

Figlio della migrazione italiana degli anni 60 del XX° secolo, nato in Gran Bretagna e tuttora cittadino britannico a voler ricordare il mio essere nato migrante ed ancora oggi migrante (Interno). Sono laureato in Lettere (Università di Roma “La Sapienza) ad indirizzo Archeologico-Preistorico per la precisione in Etnografia Preistorica dell’Africa, un Master di primo livello in “Interculturale per il Welfare, le migrazioni e la salute” ed uno di secondo livello in “Relazioni internazionali e studi strategici”. Sono Docente a contratto di Demoetnoantropologia presso l’Università di Parma e consulente per il Ministero della Cultura in ambito Demoetnoantropologico. Mi occupo di relazioni con le comunità di diversa cultura del territorio di Parma e Reggio Emilia scrivo di analisi geopolitiche e curo una rubrica (Mondo invisibile) sul disagio sociale. Nel tempo libero da decenni mi occupo di ricerca antropologica, archeologica e storica del territorio della mia terra, della terra delle mie radici, Gioia Sannitica. Collaboro con diverse realtà divulgative e scientifiche on line (archeomedia.net- paesenews.it-Geopolitica.info-lantidiplomatico.it) creo eventi culturali, cercando sempre di dare risalto alla mia terra non intesa solo come Gioia Sannitica ma di quella Media Valle del Volturno, che fu il Regno Normanno di Rainulfo II Drengot.