Alla guida del governo spagnolo dal 2018 il presidente Sanchez ha dimostrato che è possibile vincere le elezioni e governare efficacemente perseguendo piattaforme programmatiche di sinistra e che sulle politiche sociali e del lavoro lo spazio di manovra resta ampio. Che si possono oltremodo adottare riforme incisive e progressive sia di tipo redistributivo con impatto limitato sul bilancio pubblico, (reddito minimo, congedi), sia pre-distributive a costo zero (salario minimo e riforma del mercato del lavoro). Ma ancor più rimodulare la spesa con il destinare parte di questa secondo un criterio solidaristico-redistributivo orientato all’equità sostanziale a favore dei più svantaggiati. Nonostante si voglia “narrare” che la sinistra sia in crisi in tutta Europa e che per questo non è possibile vincere e governare con un programma di sinistra, la realtà spagnola dei governi Sanchez 1 e 2 hanno dimostrato invece il contrario adottando una serie di riforme espansive del lavoro e del welfare associando queste ad una politica economica di stampo neokeynesiano. La dimostrazione nello specifico caso spagnolo è una realtà tangibile dove numeri e percentuali fanno anche impressione. E la riuscita delle riforme è ancora più sorprendente perché siamo in Europa, in quella Europa di vincoli, lacci e lacciuoli dal punto di vista di applicazioni della spesa in campo economico, del welfare e del lavoro nell’idea di contenimento dei deficit statali. La prima linea di azione del governo Sanchez è stata contrastare le precarietà e i bassi salari del lavoro. Il salario minimo pari a 716 euro al mese nel 2017 è stato incrementato annualmente fino a raggiungere i 1221 euro per 14 mensilità nel 2026, un aumento del 70% rispetto ad una crescita del costo della vita inferiore al 20%. Il processo si è affiancato anche alla riforma del lavoro nel 2022 dove il provvedimento di riforma ha puntato a contrastare il modello di lavoro segnato da flessibilità e precarietà introducendo pesanti sanzioni e stringenti causali per l’attivazione di contratti a termine, con forti penalità in caso di infrazione. In tal modo i lavoratori a termine sono passati dal 24,9% del 2021 al 12,7% del dicembre 2025.Nuove regole hanno avviato un processo volto ad impedire il dumping salariale nel caso di esternalizzazione e subappalto dei servizi, eliminando tutte quelle forme di impiego che mascheravano sotto la forma di lavoro autonomo il lavoro dipendente. Con ciò l’incremento dei contratti a tempo indeterminato ha raggiunto il 50% del totale dei lavoratori quando prima era prerogativa di appena il 10%. Ma la cosa che più ha colpito di tali provvedimenti è che non ci sono stati effetti negativi sul mercato del lavoro il quale ha risposto con segnali più che positivi con la disoccupazione passata dal 15,2% del 2020 all’11% del 2024 e con il tasso di occupazione passato dal 67,5% del 2021 al 71,4% del 2024.
E sorprende ancor più poiché l’ortodossia economica pronosticava (o sperava) già dal 2021 effetti negativi su lavoro ed inflazione, cosa che non è accaduta. Si è anche introdotto un primo schema di reddito minimo nazionale in supporto agli schemi già esistenti dagli anni novanta, irrobustendo così le misure di welfare e di contrasto alla povertà. Ancor più c’è stato un nuovo bilanciamento del lavoro con l’estensione del congedo di paternità dalle 4 settimane del 2017 alle 19 nel 2025 di cui 6 obbligatorie. Tra il 2020 ed il 2025 la rivalutazione delle pensioni è stata del 22% oltre due punti rispetto all’inflazione e del 44% per le pensioni minime e non contributive. E per il 2026 sono previste misure per contrastare la crisi degli affitti, oltre alla riforma della non autosufficienza. Di fatto con tali azioni e in particolare quelle sul lavoro e sul salario minimo si è ricalibrata la spesa verso quei settori dove le risorse erano distribuite in modo sperequato a favore delle fasce più abbienti, migliorando la qualità della vita dei meno abbienti, migliorando il welfare e di fatto la sanità, recuperando in percentuale quella fetta di popolazione che non si curava più. Dunque se proviamo a guardare alle teorie Keynesiane applicate di fatto dalla Spagna possiamo farci idea della applicabilità e dei successi: “….. interventi statali nell’economia, che mirano a stabilizzare i cicli economici tramite la spesa pubblica per stimolare la domanda aggregata (consumi e investimenti) durante recessioni, contrastando la disoccupazione e promuovendo l’occupazione, anche a costo di aumentare il debito pubblico, perché si ritiene che il mercato da solo non riesca sempre a raggiungere l’equilibrio di piena occupazione”. E nonostante gli economisti dicano che il debito pubblico sia aumentato, cosa che la Spagna non mette in dubbio, il suo rapporto rispetto al PIL è in calo, indicando un miglioramento grazie alla forte crescita economica, con l’obiettivo del governo di superare l’aumento in valore nominale. Detto questo non vale neanche il ” …..ai posteri l’ardua sentenza”.
