• 18 Giugno 2024
Itinerari

Salvatore è uno dei più antichi nomi della cristianità e si rifà in particolare al Santissimo Salvatore, ovvero “colui che salva”. Il termine affonda le proprie radici nella parola greca “Soter” tradotta in ebraico con “Yehosua”, che era il nome “Gesù”.

Il nome si collega anche ad un particolare episodio della vita di Cristo, ovvero la “Trasfigurazione” di questi sul monte Tabor. La trasfigurazione è un episodio della vita di Cristo che è descritta nei tre vangeli sinottici di Marco, Matteo e Luca ove si narra della salita di Gesù al monte Tabor insieme ai discepoli Pietro, Giovanni e Giacomo e qui in loro presenza egli cambiò aspetto; fu circondato da una luce splendente la quale illuminò ulteriormente il viso e lo ricoprì di vesti di un candito bianco. L’episodio svelò ai tre discepoli la divinità di Gesù (egli raccomandò di non dire nulla) e secondo la tradizione accadde quaranta giorni prima della crocefissione. Sembra che le celebrazioni a ricordo di tale episodio risalgano al IX secolo a Napoli, nei paesi germanici ed in Spagna; successivamente tra il X ed il XII secolo il culto giunse in Francia ed a Roma. L’antichità del culto ha fatto si che non poche strutture ecclesiastiche medievali fossero dedicate al Santissimo Salvatore; in diverse occasioni la dedica stessa è stata sinonimo di antichità di costruzione spesso confermata poi da scavi archeologici ed analisi delle strutture. Un esempio a pochi chilometri dal luogo in oggetto è l’abbazia benedettina di San Salvatore Telesino (a 10 chilometri da Gioia Sannitica), la quale origina la dedica al Santissimo Salvatore all’XI secolo.

In basso è visibile la struttura ecclesiastica (videoripresa da drone, Iadonisi photographer, Gioia Sannitica).

La chiesa dedicata al Santissimo Salvatore adiacente il castello di Gioia Sannitica, ha la particolarità di essere una struttura extra moenia, cioè fuori dalle mura, e ciò la rende unica per le strutture castellane del territorio della media valle del Volturno.

La piccola struttura è una struttura a navata unica longitudinale di circa sei metri per quattro, con orientamento ovest-est (l’abside orientata ad est) ed un ingresso laterale è posta alla sinistra dell’ingresso principale del borgoposto a Sud. Al suo interno si conservano lacerti di affresco che dimostrano come la chiesa fosse affrescata sulle quattro pareti. Esternamente, nel tempo sono state individuate diverse sepolture (in gran parte devastate da lavori agricoli) e circa due anni fa una sepoltura è stata individuata alle spalle dell’abside quasi a contatto con le mura di queste; dunque si può presumere che l’area circostante era anche usata quale area cimiteriale. Cocci ceramici sono individuabili dalle indagini di superficie intorno all’area ecclesiale, per la maggior parte si tratta di ceramica da fuoco ma qualche anno fa sono stati individuati alcuni piccoli frammenti di ceramica smaltata databile al XIII secolo. Ciò fa ipotizzare che la struttura possa risalire appunto al XIII secolo, coincidente con la seconda fase architettonica del castello che vide la nascita e la formazione del borgo.

Visione d’insieme interno della struttura. Abside.

Architettonicamente il metodo costruttivo della struttura è del tipo a malta di calce e pietra non lavorata, usata con la tecnica a “pezzame” ad un piano di posa. Internamente la struttura doveva essere, come accennato, totalmente affrescata, cosa che si evince dalla presenza di interessanti lacerti di intonaco, che si presentano in conglomerato di calce a grossi granuli ben lisciato e che fungeva anche da riempitivo della parete stessa.

Visione d’insieme, ingresso laterale

I lacerti di affresco che si intravedono appaiono in relativo buono stato di conservazione ed in alcuni tratti danno l’idea che fossero disposti a scene delimitate, presumibilmente con linee di delimitazione in rosso. Si riscontrano lacerti dipinti in colore rosso, in arancione, ed uno in particolare conserva una sorta di simbolo o anagramma; altri lacerti oggi sono in grigio ma si può presumere fossero in azzurro o blu che il tempo ha poi scolorito.

 Esternamente non si riscontra materiale di rivestimento e ciò fa pensare che le pareti fossero in semplice faccia a vista di calcare. Dall’attuale conservato delle strutture murarie non si ha idea dell’altezza del tetto; presumibilmente la copertura doveva essere in legno con un tetto a due spioventi a vista (senza soffitto) ricoperto con coppi di laterizio semicilindrici (quelli che conosciamo popolarmente come “canali”); se ne riscontrano in cocci nell’area adiacente ed all’interno tra i materiali .

Lacerto di affresco con simbolo o anagramma?

Per farsi una idea della struttura si può fare un paragone con una simile un tempo identica sia nella architettura che nella pianta stessa. Si tratta della struttura alla frazione Calvisi conosciuta come chiesa di San Mandato, ma che nella realtà era dedicata a San Barbato.

Questa, oggi notevolmente modificata nella sua architettura originale, quaranta anni fa si presentava quale rudere con la particolarità dell’abside conservata nella sua altezza la quale si aggirava sui tre metri e cinquanta e che faceva presumere una altezza massima della muratura di circa cinque metri. Anche questa struttura aveva una pianta longitudinale con orientamento ovest-est (abside ad est) di circa sei metri per quattro ed ingresso laterale (centrale in parete) orientato a Sud ed intorno doveva essere presente una vasta area sepolcrale, desunta da indagini di superficie e da uno scavo archeologico di circa un ventennio fa. L’abbandono di questa struttura secondo la memoria popolare è avvenuta con il grande terremoto del 1668 che rase al suolo diversi centri dell’area del medio Volturno e della valle Telesina; presumibilmente dopo il danneggiamento della piccola struttura non si ebbe nè l’interesse ma neanche la possibilità economica per un opera di restauro in considerazione che un paio di anni prima era stata costruita ed aperta al culto la nuova e più grande struttura (a croce latina) presente nel centro storico della frazione, che dalle fonti ecclesiastiche del tempo non risultò aver subito danni dall’evento sismico.

Lacerto di affresco, colori arancione e rosso

L’abbandono invece del borgo fortificato di Caselle, avvenuto gradualmente tra il 1510 ed il 1530, ha presumibilmente segnato la fine della struttura ecclesiastica, con la contemporanea costruzione della struttura posta nel centro storico della frazione dedicata anche essa al Santissimo Salvatore, presumibilmente questa di XVI .

Da circa un paio di anni da parte della popolazione locale si è ripristinato una forma di culto presso i ruderi dell’antica struttura, con lo svolgimento di una processione e di una messa dedicata al Santissimo Salvatore a ricordare il luogo materiale di origine del culto stesso nella frazione Caselle, traslato in seguito nella chiesa del piccolo centro che ha conservato l’intitolazione al Santissimo Salvatore.

Lacerto affrescato, linea di delimitazione

Un atto di recupero della memoria storica questo di grande rilievo, che è contemporaneamente un recupero delle radici storiche, delle origini stesse dei luoghi e delle genti. E come promesso qualche anno fa ho voluto dedicare del tempo alla ricerca storico-archeologica del sito affinché alla memoria storica si aggiunga la memoria scritta e la conservazione ad uso dunque dei posteri, ma soprattutto a ricordare che avendo conoscenza da dove si proviene si ha conoscenza di dovesi va.

Autore

Figlio della migrazione italiana degli anni 60 del XX° secolo, nato in Gran Bretagna e tuttora cittadino britannico a voler ricordare il mio essere nato migrante ed ancora oggi migrante (Interno). Sono laureato in Lettere (Università di Roma “La Sapienza) ad indirizzo Archeologico-Preistorico per la precisione in Etnografia Preistorica dell’Africa, un Master di primo livello in “Interculturale per il Welfare, le migrazioni e la salute” ed uno di secondo livello in “Relazioni internazionali e studi strategici”. Sono Docente a contratto di Demoetnoantropologia presso l’Università di Parma e consulente per il Ministero della Cultura in ambito Demoetnoantropologico. Mi occupo di relazioni con le comunità di diversa cultura del territorio di Parma e Reggio Emilia scrivo di analisi geopolitiche e curo una rubrica (Mondo invisibile) sul disagio sociale. Nel tempo libero da decenni mi occupo di ricerca antropologica, archeologica e storica del territorio della mia terra, della terra delle mie radici, Gioia Sannitica. Collaboro con diverse realtà divulgative e scientifiche on line (archeomedia.net- paesenews.it-Geopolitica.info-lantidiplomatico.it) creo eventi culturali, cercando sempre di dare risalto alla mia terra non intesa solo come Gioia Sannitica ma di quella Media Valle del Volturno, che fu il Regno Normanno di Rainulfo II Drengot.