• 14 Giugno 2024
Editoriale

Silvio Berlusconi non è solo un pezzo di storia patria andato ad aggiungersi ai tanti altri già volati via. In questo senso, ci convince di più chi ha scorto nella sua vicenda umana e politica una nuova autobiografia della nazione dopo quella in cui oltre un secolo fa Piero Gobetti riconobbe il sorgente fascismo mussoliniano. Di certo Berlusconi è lo spartiacque tra un prima e un dopo. Affermazione solo apparentemente impegnativa, ma in realtà scontata al limite del banale se solo si considera che nella sua intensissima e poliedrica vita egli è stato tante cose assieme e tutte accomunate dal segno del precursore. È così: che si trattasse di edilizia o di televisione, di calcio come di politica, il Cavaliere è stato sempre in anticipo sui tempi. Un vizio degli innovatori. E lui innovatore lo è stato sul serio, ad onta di chi in questi anni ha tentato di marchiare il suo successo imprenditoriale con lettere scarlatte. Guai che capitano a chi irrompe da parvenu nei salotti dell’italico capitalismo di relazione o nella selva oscura della nostra politica.

Innovatore, pioniere e antesignano in tutti i campi: impossibile negarlo. Da costruttore, in anni in cui l’ambiente era un tema per iniziati, ha realizzato città che oggi non avremmo difficoltà a definire eco-sostenibili, mentre sulle tv ha sfidato e sconfitto il monopolio pubblico consentendo a tante piccole e medie imprese di affacciarsi sul mercato pubblicitario televisivo fino a quel momento a loro precluso da costi addirittura proibitivi. Cominciò così a realizzare i sogni di tutti, compreso quello di acquistare un club in malora come il Milan della metà degli anni ’80 e farne nel giro di un paio d’anni una delle squadre più forti del mondo: 28 trofei sotto la sua presidenza.  Nessuno stupore, quindi, se al momento della sua «discesa in campo» Berlusconi era già l’imprenditore più popolare d’Italia. Certo, privo della regalità di un Gianni Agnelli, ma più di questi incarnazione di quel miracolo italiano destinato a far da assordante sottofondo al suo impegno politico e al suo discorso pubblico: tutti proprietari e non tutti proletari, come invece rischiava di accadere se nel ’94 avesse vinto la «gioiosa macchina da guerra» nascosta dietro i baffoni progressisti di Achille Occhetto. Ricordate? Fu il primo scontro politico dell’Italia bipolare sorta dalle ceneri del manipulitismo milanese.

Lo vinse Berlusconi, e mal gliene incolse. Non per niente, da allora e fino a ieri la vulgata mediatico-giudiziaria ha scandagliato acque limacciose e infide nell’ostinata ricerca delle cause prime e inconfessabili della sua «discesa in campo». In realtà, il Cavaliere vi si decise per “supplenza” nei confronti di una nomenclatura politica – ivi compreso il Mariotto Segni ispiratore dei referendum elettorali che avevano seppellito la Prima Repubblica- riluttante a convertirsi al nuovo corso. Al contrario, lui aveva già capito tutto. E fu subito evangelicamente scandalo quando a margine dell’inaugurazione di un centro commerciale in quel di Casalecchio di Reno, scandì l’endorsement destinato a diventare l’epitaffio della Prima Repubblica: «Se vivessi a Roma, voterei Fini». Una dichiarazione pirotecnica che finì per illuminare di nuova luce il duello tra gli emergenti GianfrancoFini e Francesco Rutelli, in aperta contesa per la poltrona di sindaco della Capitale. I giornali la tradussero come «Cavaliere nero» e «sdoganamento» della destra missina. In realtà, quell’endorsement fu soprattutto il vagito squillante del Ventennio berlusconiano.

Un Ventennio, a ben guardare, più leggendario che reale dal momento che da allora fino al 27 novembre del 2013, data in cui il Senato lo espulse dai propri ranghi a seguito della condanna definitiva per frode fiscale, di anni a Palazzo Chigi Berlusconi ne ha trascorsi meno di dieci. Ma è suo il sigillo sull’epoca: il bipolarismo, il sondaggio, lo spot tv, il partito azienda, il conflitto d’interessi, la società civile, la cena del lunedì con gli alleati, e, più tardi, il contratto con gli italiani, i delfini spiaggiati, la diretta telefonica, l’esorcismo sulla sedia di Marco Travaglio, le  papi-girls, le cene eleganti, il cagnolino Dudùe, da ultimo, il non-matrimonio rappresentano infatti altrettante pietre d’inciampo di un vissuto politico e di un immaginario collettivo destinati a resistere all’usura del tempo.

E questo fa di Berlusconi una sorta di Nosferatu, un mai veramente morto, almeno nella mente e nella pancia degli italiani. Nessuno, del resto, è stato più di lui un professionista della resurrezione. Tante volte nella polvere, tante volte sull’altare in un turbinio incessante di inchieste, processi, assoluzioni, prescrizioni, ribaltoni parlamentari, vittorie elettorali, espiazione di pene alternative, riabilitazione, seggio a Strasburgo malattie, operazioni a cuore aperto, ritorno al Senato per morire, alla fine, insignito del laticlavio che gli era stato strappato. Una soddisfazione colta quasi fuori tempo massimo. Giusto per alimentare anche post-mortem la sua divisività. Già, la zuffa sulla sua eredità politica tra chi dice che ha cambiato tutto e chi lo accusa di non aver lasciato niente è già in atto. Ma non è ancora il tempo di giudizi definitivi. A giudicare sarà la storia. E almeno alla serenità di quel tribunale si può credere.    

Autore

Giornalista professionista. Deputato nelle legislature XII, XIII, XIV, XV e XVI, ha ricoperto due volte la carica di presidente della Commissione per l’indirizzo e la vigilanza dei servizi televisivi. È stato portavoce nazionale di An e ministro delle Comunicazioni nel Berlusconi III. È redattore del Secolo d’Italia. Autore del volume La Repubblica di Arlecchino. Così il regionalismo ha infettato l’Italia (Rubbettino editore).