“Belle senz’anima”: le nuove chiese sono invivibili e noi non ne possiamo più di Dio parcheggiato in garage. Povere o costose, le cattedrali moderne sono brutte e scostanti. Da cittadini del mondo ci preoccupa un’epoca senza cielo. Sto riportando il pensiero di quel pozzo di studi che fu Il Domenicale, servizio di Giuseppe Romano e poi nelle due pagine di “Finestre Aperte” approfondimento di Ciro Lomonte (“Perché le chiese sono brutte”) Non è un discorso estetico. Il bello è stretto parente del vero e del buono, l’aspetto dice molto quello che siamo dentro. La faccenda delle chiese brutte è preoccupante. Se Etienne Gilson precisava che non è stata solo la fede a costruire meravigliose cattedrali del Medioevo ma anche la geometria, oggi dobbiamo chiederci se la geometria, da sola, basti per ergere una cattedrale. Certamente NO. L’inadeguatezza delle costruzioni sacre di oggi, rappresentano “un limite antropologico, che esprime l’incapacità a mettersi in rapporto reale con la trascendenza”. “La Chiesa – scrive Romano – come edificio, per i cattolici non è infatti soltanto luogo dell’assemblea o delle relazioni: fosse così si potrebbe tollerare che le chiese odierne assomigliano sempre più a stadi o teatri, quando ancora a garage o a stazioni del metrò”.
La Chiesa è innanzitutto, il luogo della presenza fisica di Dio: “la fede nell’Eucarestia fa sì – o dovrebbe, per i cattolici – che quanti entrano nello spazio sacro si trovino in un ‘cielo aperto’, una dimensione diversa di quella mondana…”. Chiediamoci: “Chi si sente affascinato o intimorito da uno di quei casamenti sgraziati che affollano le nostre città moderne?” Un pensiero va a tutti quei protagonisti del Medioevo che hanno costruito quei capolavori. Gli scalpellini che a Colonia, a Parigi, a Burgos, a Milano arabescavano la pietra in luoghi inaccessibili allo sguardo dei fedeli.
Tutta l’architettura della cattedrale gotica attesta all’intera città che Dio ci guarda. Oggi ci sono preti che sostengono sbadatamente, che è meglio darli ai poveri, i soldi che si spenderebbero per fare una chiesa accettabile. Senza rendersi conto che i poveri di tutto il mondo diverrebbero magari un po’ più ricchi in denaro, ma ancor più poveri in sostanza, perché le chiese brutte impoveriscono il mondo. Ricordo quante critiche dai progressisti ha ricevuto monsignor Giuseppe Pullano, vescovo di Patti, per il sontuoso Santuario al Tindari, dedicato alla Madonna Nera. Tuttavia, la questione dell’architettura religiosa contemporanea, secondo Lomonte, non è quella di ricalcare la forma dei tempi andati. I tradizionalismi vuoti e ciechi non servono. Ma neppure la sperimentazione scriteriata. Più che la sordità degli architetti nuoce il silenzio dei liturgisti che dovrebbero spiegare cos’è e a che cosa serve il luogo di culto e il culto. La realtà è che “i fedeli sono condannati a frequentare chiese che assomigliano spesso a palestre, garage, supermercati, scuole, o addirittura piscine”.
In questi ambienti raramente si riesce a instaurare un rapporto né con Dio, né con gli uomini. La chiesa sembra ormai diventata il luogo dove non si prega, ma dove si fa assemblea, proprio come avviene nelle aule di culto protestanti. Da dove ripartire? Si domanda Lomonte. Da un lato, occorre che gli edifici di culto siano belli, dall’altro bisogna che assolvano adeguatamente alla funzione per la quale sono progettati. Sembra che dalle chiese dell’architettura moderna sia stato escluso il principio del decoro, componente indispensabile per progettare chiese cattoliche. E’ per questo che le chiese moderne sono spoglie, quasi fossero sottoposte a una furia iconoclasta preventiva. Lomonte accenna alla riforma liturgica del Concilio vaticano II, spesso è stata fraintesa, ma il tema ci porterebbe lontano.
