• 11 Dicembre 2023
Cultura 73

Il nuovo libro di Federico Rampini, La speranza africana (Mondadori), ha il pregio di offrirci il quadro di un’Africa al netto dei luoghi comuni. Attraverso il racconto dei suoi viaggi, passando da uno stato all’altro, toccando con mano i cambiamenti profondi del continente africano, le diversità antiche e quelle recenti delle popolazioni che vi abitano, l’editorialista del Corriere della Sera propone la narrazione inedita di una fetta dell’emisfero che, per dimensioni, è seconda solo all’Asia, “anche se nei nostri atlanti spesso viene rimpicciolita per una deformazione antica”. Il continente nero ha una superficie che supera Stati Uniti, Cina e India messi assieme. E’ l’area più diversificata del pianeta per il numero di entità etniche e linguistiche (duemila). Sul piano demografico ha tre record, la popolazione che cresce più che in ogni altra parte del mondo, la popolazione più giovane del pianeta e la popolazione che si sta urbanizzando più rapidamente.

“Dal punto di vista economico la sua performance è molto meno brillante e tuttavia, poiché partivano da livelli molto bassi, i consumatori africani oggi sono quelli il cui potere d’acquisto cresce più velocemente. Tutti questi dati spiegano perché il XXI secolo, anche se forse sarà asiatico, vedrà l’Africa giocare un ruolo determinante. E non solo in negativo, non solo come un buco nero di sciagure”.

La speranza africana è un invito a guardare con più attenzione un mondo che sta cambiando nelle sue dinamiche di sviluppo e che ormai è entrato in una dimensione diversa dal suo passato coloniale, candidandosi a svolgere un ruolo strategico nella moderna geopolitica. Rampini, da osservatore attento e testimone acuto qual è, individua con vigore narrativo i punti salienti del racconto deviante che ha condizionato giudizi affrettati, se non proprio pregiudizi, sul versante occidentale. Facendo emergere posizioni che, da questa parte del mondo, hanno fortemente influenzato “una parte integrante della nostra cultura di massa”. Come? Una delle tragedie recenti della storia africana – la carestia etiope del 1984, ingigantita dalla crudeltà del dittatore di turno – coincide con il trionfo in Occidente del “pop umanitario”. Esempio emblematico: la storia della canzone We Are the World. Da Harry Belafonte a Michael Jackson, da Stevie Wonder a Diana Ross, da Ray Charles a Dionne Warwick, un numero impressionante di artisti eccezionali, con una prevalenza di afroamericani, diede vita ad una canzone che divenne un successo internazionale. Da allora il pop umanitario è diventato una parte integrante della nostra cultura di massa, appunto, “uno dei riti praticati dall’Occidente nella sua espiazione delle colpe coloniali”. Rampini insiste molto su questo aspetto, mettendo nel mirino proprio “l’atteggiamento con cui noi occidentali affrontiamo l’Africa: un continente che in modo subconscio ci rappresentiamo allo stato infantile, cioè come un’eterna vittima, bisognoso di protezione e aiuti contro la cattiveria altrui”.

La realtà, invece, è diversa. O per lo meno, è meno scontata di quanto si creda. Prendiamo il tema demografico, la “bomba” demografica che sottende le analisi e i giudizi correnti sul futuro dell’Africa, con le conseguenti ripercussioni sull’Europa in tema di flussi migratori e di politiche dell’accoglienza. Per dimostrare quanto siano fuorvianti le proiezioni sull’aumento della popolazione nel continente nero, Rampini cita un recente rapporto dell’Onu pubblicato da The Economist il 5 aprile 2023, da cui si evince che “la natalità africana sta cambiando e si evolve nella direzione giusta”. In Nigeria, il più popoloso di tutti gli Stati africani con 213 milioni di abitanti nel 2023, da un decennio all’altro, l’Onu ha rivisto le sue proiezioni sull’aumento degli abitanti e ha “tagliato” ben 100 milioni dalla popolazione della Nigeria quale era prevista per il 2060. In Nigeria, per restare all’esempio più importante, la fertilità media è calata in soli cinque anni da 5,8 figli per donna a 4,6. Sono ancora tanti, ma il ritmo della discesa fa impressione. Lo stesso trend si riscontra nel Mali con un calo da 6,3 a 5,7 figli in sei anni. Il Senegal ha “perso” un figlio per ogni donna in un decennio e il Ghana è sceso da 4,3 a 3,8 in soli tre anni. Insomma, è cambiata la direzione di marcia. In Africa sta accadendo quel che è già accaduto in Asia. Fenomeni in larga parte spiegabili con la scolarizzazione delle donne e la crescita culturale complessiva della componente femminile sempre più versata a gestire i comportamenti riproduttivi al di fuori dei condizionamenti dei genitori, dei mariti, della religione e della tradizione. Altro fattore influente nella decrescita della natalità è sicuramente quello della forte urbanizzazione. Il continente sta diventando rapidamente un’area di megalopoli. La migrazione interna dalle zone agricole alle città sta creando immense concentrazioni urbane come Lagos, Nairobi, il Cairo, Johannesburg, Addis Abeba, Kinshasa e molte altre.

Se finora, parlando di Africa, non si sfuggiva al mantra dell’Apocalisse demografica, è bene aggiornare i dati e le previsioni. Lo prova anche la tardiva autocritica in materia del Club di Roma, celebre per il suo catastrofismo. In un recente rapporto l’istituto che ebbe un momento di celebrità quando, nel 1972, pubblicò un rapporto intitolato “I limiti dello sviluppo”, “intriso di ideologia malthusiana”, successivamente smentito dagli enormi progressi dei decenni successivi ammette che “la bomba demografica non esploderà mai perché, secondo le ultime revisioni, la crescita demografica nell’Africa subsahariana si arresterà nel 2060, con quarant’anni di anticipo su proiezioni precedenti.

Intensi capitoli del libro sono dedicati al diverso approccio alla questione africana della Cina rispetto all’Occidente. Mentre l’Occidente continua a compulsare i suoi antichi complessi di colpa legati ad un colonialismo feroce e sfruttatore, il nuovo corso cinese ormai da tempo ha iniziato a considerare il surplus di popolazione del continente nero una “straordinaria risorsa” da utilizzare nell’Africa stessa. Dalle grandi infrastrutture della Belt and Road Initiative (Nuove Vie della Seta), alla penetrazione in ordine sparso di un milione di imprenditori cinesi, il continente nero è entrato in un nuovo capitolo della sua storia: l’esperimento di uno sviluppo in stile asiatico, trainato e plasmato dalla Cina. “In quanto ad aiutarli a casa loro – sottolinea Rampini – la Repubblica popolare cinese sta facendo qualcosa, che ci piaccia o no. La prima è la confutazione dei teoremi in voga sull’invasione africana dei paesi in decrescita demografica”.

A proposito dei tanti luoghi comuni e di teoremi da confutare, l’autore esplora senza reticenze anche il tema dello schiavismo. Scrive Rampini :” Anche a prescindere della strumentalizzazioni ideologiche in corso negli Stati Uniti il dibattito storico sullo schiavismo è lacunoso in tutto il resto del mondo: dai complessi di colpa che dominano la cultura europea ai silenzi e alle omertà che regnano nel mondo arabo sul suo ruolo nella tratta, fino all’assenza di autocritica da parte degli stessi intellettuali africani, troppo spesso impegnati a coltivare delle rendite anticoloniali attraverso la cultura del risentimento. Lo schiavismo diventa un elemento fondante di una narrazione che si può riassumere così: l’Africa e i suoi dirigenti non hanno responsabilità. La storia antica o recente viene piegata a questo fine – dimostrare la passività africana – e un intero continente viene descritto come in balia della malvagità altrui. E’ anche questa una forma di colonialismo, negare il protagonismo locale. Gli africani trattati come bambini, oggetti e vittime di orrori pianificati sempre da altri”. La vera storia, però, è un’altra. Prendiamo l’Etiopia, “l’unico paese africano a non essere mai stato veramente colonizzato (la presenza italiana fu breve, “tanto che gli stessi etiopi ne parlano di una occupazione temporanea, non usano mai il concetto di colonia”). Ebbene, proprio la storia dell’Etiopia conferma che lo schiavismo non fu affatto un orrore dell’imperialismo bianco, bensì aveva radici profonde nella tradizione locale. Al punto che l’imperatore etiope Hailé Selassié, adorato dal suo popolo, abolì la schiavitù in Etiopia solo dopo aver preso il potere nel 1916 con grande ritardo rispetto a paesi occidentali come Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti.

L’autocensura e l’omertà che oggi occultano il ruolo degli africani nella piaga plurimillenaria dello schiavismo non sono solo un ostacolo alla verità storica. Hanno conseguenze contemporanee. Non affrontare questo tabù lascia aperte delle ferite. Storie di odio legate alla pratica della schiavitù tra neri se ne possono rintracciare ovunque. Tra Sudan e Sud Sudan, per esempio, con quest’ultimo saccheggiato dal Nord in cerca di avorio e di schiavi. Un’ombra, quella dello schiavismo tra neri, che si allunga inquietante e in varie forme fino ad oggi. Il racconto di Rampini è stringete: I bambini- soldato al servizio di bande mercenarie in alcune guerre civili non sono qualcosa di diverso dagli schiavi costretti a combattere per i capitribù che li catturavano cinquecento o mille anni fa. Il fenomeno delle donne costrette alla prostituzione in Europa per ripagare i loro “protettori-creditori” della mafia nigeriana è la versione contemporanea dell’istituto della schiavitù per debiti. Alcuni flussi di migrazione clandestina sono gestiti da organizzazioni criminali che tengono viva la tradizione dei mercati di carne umana. Nel mondo arabo, certe forme di reclutamento e sfruttamento di manodopera per i cantieri edili in Arabia Saudita, Qatar, Emirati si prestano a sgradevoli paragoni con il passato. L’Africa e il mondo arabo, però, non praticano la revisione critica della loro storia, le loro classi dirigenti e i loro intellettuali perlopiù preferiscono descriversi come alleati del Grande Sud globale, contro un Nord ricco e predatore.

Al netto di questi problemi, Rampini passa in meticolosa rassegna gli aspetti positivi dei cambiamenti in atto nel continente nero. Quei fattori di crescita che ne segnano la crescita e lo sviluppo. Accompagnati anche dalle criticità e da un andamento ciclico delle economie e della tenuta dei sistemi politici ed economici sui quali spesso la stampa nostrana e un po’ tutto il mondo occidentale fatica a riflettere. A volte, persino nascondendo le notizie, occultando la realtà dei fatti e dando voce soltanto a chi la pensa secondo le inclinazioni del “politicamente corretto”. Rampini ha il merito di far parlare di sé stessi gli africani: storici, intellettuali, esperti il cui racconto il più delle volte diverge dalle radicate opinioni che ci siamo fatti dell’Africa. E anche questa diversità di vedute, questo chiudere gli occhi verso paesi che sono profondamenti cambiati, e che ora, come il Sudafrica, ambiscono ad assumere il ruolo di potenze emergenti, spiega i nostri ritardi nell’affrontare concretamente le sfide dei tempi nuovi. E’ la storia del Brics. Il Sudafrica è la lettera “s” con cui si chiude quella sigla, il club delle potenze emergenti. Rampini ne ricorda la storia. Fu il capoeconomista della Goldman Sachs ad aver l’idea nel Duemila di raggruppare quelle economie emergenti che considerava ricche di opportunità per gli investitori clienti della sua banca: inventò la sigla Bric per indicare Brasile, Russia, India e Cina. Anni dopo, i leader di quei paesi si convinsero che dar vita a un club del genere era una buona idea, e così i Bric passarono dal gergo finanziario alla realtà geopolitica. Nel 2010 si aggiunse il Sudafrica, cooptato dagli altri per garantirsi la presenza di un paese africano. Con il passare del tempo, i Brics hanno assunto sempre più marcatamente una funzione di “universo alternativo al nostro”, un’associazione di nazioni che vengono dalla povertà e conservano una memoria storica anticoloniale, anche se alcune hanno ormai decenni di sviluppo economico alle spalle.

Il saggio sprona il lettore a guardare l’Africa con occhi diversi, attenti ad analizzarne le contraddizioni, le “cinquanta sfumature di grigio”. Per noi occidentali non è facile cogliere, ed accettare, il nuovo “protagonismo africano” Ma è proprio questo il punto: senza ricadere nelle illusioni dell’Afro-ottimismo che si è acceso e spento nei decenni passati, Federico Rampini  offre la chiave per scuoterci dalla pigrizia intellettuale e individuare l’antidoto contro le lobby che usano l’Africa per i propri scopi.

Autore

Giornalista e scrittore, ha ricoperto importanti incarichi pubblici. E’ stato sindaco di Colleferro per tre mandati e presidente della Provincia di Roma. Parlamentare del centrodestra per due legislature, è stato Sottosegretario alle Infrastrutture durante il governo Berlusconi e presidente della Commissione Lavoro alla Camera dei Deputati. Nella lunga esperienza di amministratore ha ricoperto il ruolo di vicepresidente dell’Anci (Associazione nazionale dei Comuni italiani) e dell’Upi (Unione Province italiane). Ha fatto parte del Cda del Formez. E’ membro del Consiglio direttivo dell’Eurispes. Autore di numerosi saggi e collaboratore di varie riviste, durante la carriera giornalistica è stato, tra l’altro, condirettore del Secolo d’Italia e di Linea. Nel 2020 ha fondato e diretto il mensile “Il Monocolo”.