• 13 Aprile 2024

Napoli Milan: qualcosa di più che una disfida calcistica, fra campionato e Coppa dei Campioni. Del Milan e di Milano so poco: la mia conoscenza della Società si ferma alla sua ricca bacheca di trofei, e quella della città mi deriva non tanto da un’ormai lontana esperienza lavorativa, quanto dall’eco mediatica che ne fa una metropoli europea, con tutto quello che la definizione comporta.

Della partita decisiva, quella che ha decretato il passaggio in semifinale di Coppa dei rossoneri, dirò poco: non voglio atteggiarmi ad aspirante commissario tecnico (anche se la lunghissima passione e una sia pur remota pratica qualche legittimazione me la darebbero). Cominciamo col dire che gli dei del pallone non hanno certo favorito gli azzurri, la mia squadra del cuore: infortuni degli uomini cardine, squalifiche di altre pedine fondamentali, cali di forma generalizzati nel momento-clou della stagione sono all’origine della enorme delusione che ha sommerso la città alla conclusione del match del 18 aprile.

Parlo di delusione di un’intera città perché il calcio, a Napoli, è molto più di uno svago, di uno sport, di un’azienda: ce ne rendiamo conto, una volta di più, in questi giorni, che vedono la Napoli dai mille colori (Napule è mille culure, cantava Pino Daniele e recitava uno striscione sulle gradinate del “Maradona”)ridursi all’azzurro delle maglie, delle bandiere, dei gagliardetti, che fanno sparire dai vicoli persino i tradizionali gran pavese variopinti dei bucati stesi da una finestra all’altra.

A Napoli, mi raccontava un amico che ci vive, c’è un’atmosfera elettrica, che si respira nei caffè, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei bassi e nelle dimore borghesi. Tutti ne sono coinvolti, senza distinzione di età, sesso, condizione sociale. Ancora mi ricordo, all’epoca degli scudetti maradoniani, vecchine bardate di sciarpe azzurre e inneggianti agli eroi calcistici del tempo. Né vale la considerazione che di napoletani, in squadra, se ieri ce n’erano pochissimi, oggi non ce ne sono affatto: chi indossa quella maglia e ad essa, alla città e al suo popolo dimostra dedizione, diventa in automatico cittadino di Partenope (dove non di rado decide di restare, anche a carriera finita: si pensi a Vinicio, a Canè, a Pesaola e oggi a Mertens, che ha conservato la sua casa a Palazzo Donn’Anna).

Dunque, la partita, nei suoi tre tempi: quello di campionato, finito con un umiliante e inaspettato 4 a 0 a favore dei milanisti è stato un uppercut subito a inizio match, fra due pugili che si temono e rispettano, ma che sono in fase di attesa del nocciolo del confronto, e cioè, fuor di metafora, l’andata e il ritorno dei quarti di finale della Champions. Troppi punti dividono le due squadre in campionato – una ventina, addirittura, sorprendentemente a favore del Napoli – per pensare di dare una scossa alla classifica. L’attenzione – anche del pubblico – è tutta rivolta alla Coppa più prestigiosa, quella che i rossoneri hanno vinto ben sette volte. E questo della storia societaria è probabilmente uno dei punti di forza che hanno determinato la loro vittoria nei confronti del Napoli. I maligni di parte l’hanno tradotta nel potere e nella suggestione che tale palmarès esercita sugli organi di governo del calcio europeo, e segnatamente sugli arbitri (inclusi quelli addetti al VAR). A dire il vero, l’andamento dei due match autorizzerebbe tali ipotesi complottiste, essendosi cumulate non poche decisioni arbitrali tutte a sfavore degli azzurri e, alla lunga, decisive. Certo, il Napoli società non ha saputo tessere, in questi anni che pure l’hanno vista portare la squadra in alto nelle classifiche europee – e che probabilmente saranno coronati dal sogno del terzo scudetto di qui a qualche settimana – adeguati rapporti diplomatici con quei poteri; ma c’è poco da fare: il blasone pesa, specie quando si raddoppia nella prospettiva di un derby europeo Milan-Inter.

Qui però mi vengono altri pensieri, legati alla storia e ai destini di questa mia città, così abituata alle sconfitte e alla sottomissione, intervallata, qua e là, da scoppi d’ira: penso, alla rinfusa, agli Aragonesi e agli Angioini, a Masaniello e agli spagnoli, all’infatuazione giacobina proveniente dalla Francia e alla vendetta dei “lazzari” che fecero cadere nel sangue la Repubblica Partenopea, all’occupazione tedesca e alle “quattro giornate”. E a proposito di sottomissione, a qualcuno ancor oggi appare tale quella determinata dal binomio Cavour-Vittorio Emanuele II, col braccio operativo dei generali Cialdini e Garibaldi, ai danni dei Borboni.

Sotto il profilo calcistico, tale sottomissione è stata evidente fino a ieri con la schiacciante prevalenza delle tre squadre del triangolo nordista, Juve-Milan-Inter, con la breve ribellione del masaniello calcistico, il sempre amato Diego Armando Maradona. Così va la storia di questa sirena adagiata sul golfo più bello del mondo, una storia che ha ispirato – o ne è stata determinata? – quel fatalismo intriso di rassegnazione e d’ironia (accussì adda i), caratteristica del popolo napoletano. E prescindendo dalle eccellenze – stabili o temporanee, frivole o di sostanza – che pure albergano fra Posillipo e i Granili, qualità e tendenze diffuse fra Sant’Elmo e il Maschio Angioino difficilmente si conciliano con l’abitudine alla vittoria. Per ora, tuttavia, ingoiamo la medicina amara e prepariamoci alla festa

Autore

Nato a Napoli, vive a Roma, dove svolge un’intensa attività pubblicistica. Ha collaborato e collabora con diversi quotidiani e riviste, alcune delle quali ha contribuito a fondare. Ha pubblicato romanzi, poesie e saggi, l’ultimo dei quali, “Giornale di un viaggiatore ordinario” è stato pubblicato da Tabula fati (Chieti 2022).