• 24 Luglio 2024

Allora, chi è il più grande di tutti i tempi? La domanda, direbbe Hegel, è mal posta. I grandi giocatori non si negano l’un l’altro ma si sommano, come le verità. Ogni giocatore risponde agli ostacoli e agli stimoli del suo tempo e dal suo stesso gioco nasceranno altri ostacoli e altri stimoli a cui risponderanno altri giocatori. Così è sempre stato, così sarà sempre.

La domanda posta bene, allora, è: chi è il più grande giocatore del suo tempo? Di volta in volta, cambiando il tempo ossia l’esperienza del mondo del gioco, cambia anche il giocatore. In tal modo si possono fare confronti tra giocatori dello stesso tempo – ad esempio: Andrade e Meazza, Pelé e Garrincha, Platini e Maradona, Ronaldo e Messi – ma non tra calciatori di tempi diversi – ad esempio: Andrade e Maradona, Pelé e Ronaldo, Garrincha e Platini, Meazza e Messi. Siccome i tempi e le epoche non sono tra loro componibili o integrabili – la storia non è un puzzle o un gioco a incastro, mutano le esperienze, cambiano i problemi – non c’è un tempo che sintetizzi il meglio del meglio e un giocatore che lo rappresenti (al meglio, appunto). Il giocatore ideale o perfetto è un’immaginazione o un fantasma dell’intelletto che non esiste nella realtà: è un principio inconcepibile o un concetto intimamente contraddittorio. Così quando si eleva un giocatore al livello o alla definizione di calciatore più grande di tutti i tempi non si afferma un giudizio storico sportivo ma si esprime una preferenza personale che risponde, consapevolmente o meno, a gusti, simpatie, nostalgie.

Il famoso ritornello della canzoncina dei tifosi napoletani – Maradona è megl’ ‘e Pelé – è, appunto, tifo e il tifo non si discute. Ma anche la preferenza di Dimitrijevic per don Diego, mentre Platini, Beckenbauer e Pelé diventano giocatori grandi ma minori – “colletti bianchi” – non è un giudizio storico ma bella letteratura che esprime il sentimento dell’autore. Anche l’idea che Italo Cucci accarezza di Alfredo Di Stefano come il più grande di tutti è una sua scelta, motivata quanto si voglia ma pur sempre una scelta. Su questa falsariga si potrebbe continuare per molto perché i giocatori meritevoli di essere ricordati per la loro grandezza non sono pochi: Puskas, Schiaffino, Sivori, Rivera, Zico, van Basten…

Tuttavia, fermo restando la inconcepibilità del concetto del giocatore più grande di tutti, Pelé sembra essere l’eccezione. Tra le tante cose dette su Pelé mi ha sempre colpito la posizione di Rivera: “Se il calcio non fosse esistito, Pelé lo avrebbe inventato”. Dove, con tutta evidenza, si fa del grande brasiliano anche qualcosa di più del giocatore ideale o perfetto – il più grande in assoluto – e lo si identifica con lo stesso gioco del calcio o il suo “inventore”. Pelé, insomma, sarebbe così il Gioco.

La posizione di Gianni Rivera non è unica. Tutti coloro che hanno visto Pelé da vicino riportano questa esperienza d’eccezione, come se avessero visto in Pelé una sorta di super-giocatore o oltre-giocatore. Tarcisio Burgnich, che dovette provare a marcare Pelé nella finale messicana, disse che aveva tentato di convincersi che, in fondo, anche lui, Pelé, era fatto di carne e ossa e, invece – concludeva – “mi sbagliavo”. Del resto, Cèsar Luis Menotti aveva detto che Pelé si poteva marcare sì, ma sulla lavagna. E Just Fontaine, cosa disse il capocannoniere della Coppa del Mondo del 1958? “Quando ho visto giocare Pelé, volevo appendere le scarpe al chiodo”. Ancora. “Quando Pelé segnò la quinta rete del Brasile in finale, avevo voglia di applaudire”, ha confessato una volta il difensore svedese Sigge Parling. E’ proprio questa la particolarità di Pelé: lo spettacolo del gioco del calcio davanti al quale si rimane incantati come se si assistesse a qualcosa di unico mai visto prima. Insomma, un’Apparizione.

Non sembri un’esagerazione o un “equivoco metafisico”, direbbe il poeta Acitelli. E’ solo che Pelé, anche se in Brasile è stato dichiarato “patrimonio nazionale”, appartiene al mondo intero, a tutti. Più che nazionale, Pelé è un patrimonio dell’umanità. E’ verissimo quanto disse Henry Kissinger: “La maggior parte dei tifosi di oggi non l’ha mai visto giocare, eppure sente che in qualche modo fa parte della sua vita”. Perché accade? Perché Pelé sembra per davvero l’incarnazione del Gioco. Naturalmente, sembra ma non lo è. Allora, cos’è? E’ un giocatore d’eccezione che per la sua bravura e per la sua storia particolare-universale è diventato un mito, un mito di fondazione. Non a caso il Brasile comincerà a vincere proprio quando il diciassettenne figlio di Dondinho e di Celeste scenderà in campo. Ciò che aveva voglia di fare Sigge Parling – applaudire – lo fece il re di Svezia, Gustavo Adolfo, che scese personalmente in campo per congratularsi con Pelé. Il ragazzo di Bauru insieme con il sovrano di Svezia. Ma il re – ‘O Rei – era lui, il ragazzo. Ciò che, in fondo, Pelé, nonostante tutta la carriera e la storia di rappresentanza e potere – i famosi “colletti bianchi” di Dimitrijevic – è sempre rimasto. Tornato dalla Svezia passò davanti al vecchio stadio in legno del Noroeste dove c’erano dei ragazzini che giocavano a pallone. Non resistette e fece la cosa più naturale: chiese se poteva giocare, si tolse le scarpe e giocò a piedi nudi. Perché ciò che gli piaceva fare era giocare a pallone: “Sono un bambino che si divertiva con una palla fatta di stracci”. Il mito di Pelé è proprio in questa sua completa adesione al gioco. In questo Pelé è già un superuomo nel senso più vero del concetto di Nietzsche: è un uomo che ha imparato a giocare e che riconosce proprio nel gioco il senso della vita in cui la vita non è più ricerca della potenza ma insieme creazione e partecipazione al Gioco che sovrasta tutti perché a tutti è re.

Pelé era un centrocampista d’attacco, un centravanti arretrato. Ma questo, forse, conta poco. Ciò che conta è che aveva la palla incollata ai piedi. Ai piedi, non al piede. Perché Pelé giocava con il destro e con il sinistro e proprio questa sua qualità di giocare con entrambi i piedi ne faceva un giocatore che giocava su di un piano superiore. La regola numero 1 – il controllo del pallone – la mise in luce a Pelé un grande calciatore brasiliano della generazione del padre di Pelé: Waldemar de Brito detto “il danzatore”. Per Waldemar era semplicemente necessario, per diventare un grande calciatore, saper controllare il pallone con entrambi i piedi, con la testa e con il petto e, naturalmente, saperla ricevere e saperla passare. In un rigo tutto il calcio e tutta la vita. Tutto in una sola parola: Pelé. Bisognerebbe dare davvero ascolto alle parole di Kissinger e fare uno sforzo: guardare i filmati delle partite di Pelé. Una volta non era facile trovarli, ma oggi con la tecnologia è più semplice. Si vedrà che Pelé è sempre padrone della situazione di gioco e lo è senza sforzo, con estrema naturalezza. Dico “è sempre” e non “era sempre” perché quella condizione è come se si ripetesse ogni volta, in una sorta di eterno ritorno del calcio giocato alla più alta qualità possibile. Guardate Pelé e vi rendete conto che prima di ricevere la palla già ne è entrato in possesso e già sa cosa farà. Dirà: “Il mio unico vero amore era il pallone”. Waldemar lo capì e lo annunciò: “Ecco colui che, come vi ho detto, sarà il migliore del mondo”.

Alla fine della sua carriera, Pelé si firmava così: “Edson Arantes do Nascimento Bola” ossia calcio. Anche in lui era maturata la consapevolezza della sua identificazione con il gioco del calcio. Del resto, anche lo stesso soprannome – Pelé – ha un che di assonante con Palla e sembra quasi la stessa palla che rotola. L’origine del soprannome si perde a sua volta nel mito e nella leggenda e sembra che sia la storpiatura del soprannome del portiere del Vasco de Sao Lourenço “Bilé”, la squadra di Dondinho. La figura del padre di Pelé è fondamentale perché il bambino inizierà a giocare con il padre. Il primo maestro di calcio di Pelé fu Dondinho che in fondo fu il primo compagno di gioco del figlio. Non è, forse, così che accade e che dovrebbe sempre accadere? Dirà Pelé: “E poi amavo passare del tempo con mio padre, imparavo a giocare a calcio e a essere un uomo”. Il calcio, il gioco del calcio, è soprattutto questo: il padre che gioca con il figlio, in cui il padre diventa figlio e il figlio diventa padre. Poi, viene il resto, la Rimet, la gloria, la leggenda, ma dopo, solo dopo.

Ps: questo “pezzo” è stato scritto prima della morte di Pelé che, del resto, non è morto: Gioca, per sempre.

Autore

Saggista e centrocampista, scrive per il Corriere della Sera, il Giornale e La Ragione. Studioso del pensiero di Benedetto Croce e creatore della filosofia del calcio.