• 13 Aprile 2024
Itinerari

Della morte del borgo hanno parlato da diversi anni e in tanti: superficialmente, ma in tanti. Mancava solamente l’autopsia, che, a ben pensarci, sarebbe stata poi la parte più intelligente. Indipendentemente dalla morte (che laddove non è avvenuta non è stato certo per i meriti di uno Stato vigile o di un’educazione alla salvaguardia della tradizione), avrebbe infatti aiutato molto analizzare le cause di tale processo scellerato, che, nel seguente ordine, ha portato all’urbanizzazione compulsiva, all’assenza di ogni tipo di comodità, bene e servizio per i borghi via via sempre più spopolati, al misconoscimento e infine all’abbandono.

Le colpe, ovviamente, risultano imputabili ad amministratori locali incapaci, al totale immobilismo di enti provinciali e regionali, alla piena ricezione e dispiegamento di regolamenti sovranazionali austeri e contenitivi di qualunque tipo di spesa di investimento, manutenzione e viabilità. Ma non è tutto.

Il fenomeno più sottoterreno è stato il compiacimento silenzioso dei media inchinati direttamente allo scettro color evidenziatore della globalizzazione: questi ultimi, rimettendo la scommessa della ripopolazione a modelli immigrazionistici fallimentari e speculativi e dimenticando totalmente la propria funzione educativa e sociale, avrebbero dovuto, innanzitutto e per esempio, portare avanti una massiva e sincera narrazione della ricchezza dei luoghi, della salvaguardia di quelle porzioni di esistenza vigili da processi alienanti e dove si vive ancora scandendo il tempo in semine e raccolti, della protezione di quei modelli aziendali sani e lungimiranti del made in Italy e di quella concrezione di microatteggiamenti culturali, atavici e sociali, che sottendono alle tradizioni di cui siamo figli ingrati e che, se vengono dimenticate, ci rendono solo e meramente automi senza radici.

Avrebbero dovuto raccontare di come i borghi sono stati e continuano ad essere luminosa fucina di artigianato e di manodopera, di tecnicismo temprato da tradizioni recondite, di economia circolare di ciò che si offre e che corrisponde anche a tutto quel che serve. I borghi sono infatti sinonimo di produzione incontaminata che termina nel medesimo posto in cui nasce e che però si espande ed esporta in tutto il mondo, sinonimo di eleganza enogastronomica, di genuinità delle materie prime e ingegnosità della produzione “per riserva”, di generose eccellenze che portano ascritto il marchio della loro qualità. Qualità come monito, processo presiedente, legge innervata: patrimonio meticoloso di meccanismi ripetuti e perciò migliorati al proprio interno; qualità che si ritrova nei vini, negli oli, nei salumi, nelle confetture, nei biscotti, nella farina, nella frutta, nei liquori o, ancor meglio, nel contenuto stesso della masticazione totalmente vergine di percorsi d’assaggio metallici ed ingemmata del gusto autentico di ciò che si produce rispettando i luoghi, le origini e le persone. I borghi non conoscono lo stratagemma, non hanno mai potuto conoscerlo: sono eccellenza trasversale e valorizzazione massima, hanno sempre dovuto pensare per procedere, elevarsi per sopravvivere, dimostrare per resistere; la qualità è stata dunque il loro rifugio, lo scudo con cui hanno combattuto e che, in ultima istanza, ha costituito, contro ogni pronostico, una solidità economica.

Se c’è un modo per ripartire, stante le premesse, quello è mettere in condizione gli uomini, le donne, i bambini, gli imprenditori, gli studenti, i giovani e chiunque sia parte del tessuto sociale di avere strumenti, meta-comodità, infrastrutture, tecnologie e politiche per poter inseguire le loro aspirazioni e poterle inseguire dai propri borghi, da dentro le proprie case,  accanto ai propri terreni ricchi e pieni di frutti: come durante il South-working. Investire, digitalizzare, valorizzare, informare sulla qualità della vita che è tale non se è una vita di stenti, ma se è una vita salutare, felice e con le medesime possibilità di tutte le altre vite. Il modo per salvarsi dei borghi esiste, eccome, e celebrazioni funebri né aiutano, né sono gradite.

Autore

Abruzzese, classe 1994. Laureata in “Scienze politiche e relazioni internazionali” e in “Filosofia e scienze dell’educazione” con tesi, rispettivamente, sul misconoscimento giuridico e sul pensiero economico di Charles Péguy. Laureanda in “Innovazione educativa e apprendimento permanente nella formazione degli adulti in contesti nazionali e internazionali”. Studiosa di Charles Péguy, approfondisce le opere del pensatore orléanese attraverso la partecipazione a realtà accademiche e culturali, sia italiane sia francesi. Giornalista e vicedirettore di "Il Guastatore". Ha collaborato con "Il Giornale Off", "Cultura Identità", "Il Giornale" nella pagina del sabato, "Lacerba" e “La Regione-rivista del Centro Italia”. Membro del comitato redazionale dell'“Istituto Stato e Partecipazione", col quale, tra gli altri progetti, ha preso parte al volume “Borgo Italia” di Edizioni Eclettica. Autrice, assieme ad altre donne, del volume “Ignoto Militi” per Idrovolante Edizioni. Nonostante gli studi filosofico-politologici, ha interessi nel campo narrativo-poetico e ha già pubblicato una silloge dal titolo "Specchio" (2014).