• 19 Aprile 2024
Itinerari

Fino alla prima metà del Novecento, nei resti semidistrutti dell’abbazia del Santo Salvatore de Telesia, tra i vari ed importanti reperti provenienti dalla vicina, omonima, città romana, si trovava anche una lapide sepolcrale, che l’iscrizione attribuiva al cavaliere Pietro Braherio, milite angioino e Giustiziere di Terra di lavoro morto nel 1298 e sepolto in una parete della sacra abbazia che per qualche anno aveva fatto parte dei suoi possedimenti.

Purtroppo, a causa di un vulnus gravissimo subìto dalla documentazione storica dell’Archivio Angioino, conservato, durante la seconda guerra mondiale, a San Paolo Belsito presso Nola e bruciato dalle truppe tedesche il 30 settembre del 1943, le notizie sono scarse e incerte.

Gli Angioini erano diventati regnanti di Napoli dopo la venuta di Carlo I d’Angiò in Italia nel 1265-1266, su richiesta del papa Clemente IV, per combattere Manfredi di Svevia che sconfisse nella battaglia di Benevento del 26 febbraio 1266. Carlo I d’Angiò, diventato re, fece arrivare in Italia dalla Francia gran parte del suo apparato governativo operando una politica di spoil system, mandando via tutti i dirigenti statali di origine normanna e sveva e sostituendoli con personale francese a lui fedele. Braherio probabilmente arrivò a Napoli intorno al 1278 ma notizie precise su di lui le abbiamo solo dall’anno 1282, quando fu nominato ajo, maggiordomo di palazzo e responsabile dell’educazione del giovane principe Carlo Martello, figlio di Carlo II lo Zoppo e nipote prediletto del re Carlo I, di Clemenzia moglie di Carlo Martello e della loro compagnia.

Per molti anni, quindi, la vita di Braherio si intreccia strettamente con quella del principe Carlo Martello d’Angiò, rivestendo un ruolo di grande importanza per la sicurezza, l’istruzione e la crescita umana e culturale del nipote favorito, nonché erede del Re e del suo gruppo di parenti, cortigiani ed amici.

Nello stesso tempo ricopre anche incarichi politici di una certa importanza. Fu infatti nominato una prima volta Giustiziere di Terra di Lavoro il 3 novembre 1289 (I giustizieri sono funzionari dell’amministrazione periferica ai quali con compiti di natura militare, giudiziaria e fiscale veniva affidata la gestione delle province, in cui era suddiviso il Regno. Sono quadri fondamentali dell’amministrazione statale e vengono scelti solo tra gli individui più fidati) e sempre nel 1289-90 diventò conte di Caserta e del suo contado che comprendeva Caserta, Telese (nel cui territorio era compresa l’Abbaziale normanna di San Salvatore de Telesia), Ducenta, Morrone, Limatola, e molti altri casali. Ma nel 1295 il re si riprese la contea dal Braherio per darla a Goffredo Caetani che era fratello di papa Bonifacio VIII ed in compenso gli donò i feudi dell’Agro nocerino-sarnese con i Casali di San Marzano ed Angri.

Per alcuni anni, pertanto, Braherio mantenne sia le cariche politiche che le sue mansioni di mentore del principe ereditario, ma il 12 agosto1295, a Napoli, Carlo Martello morì di peste e il suo maestro ritornò nuovamente alla sua carica di Giustiziere di Terra di Lavoro e del Contado di Molise.

È lecito dunque immaginare che Braherio conoscesse bene l’abazia presente nel territorio da lui governato e che la visitasse spesso e fosse in buoni rapporti con monaci ed abati.

Nell’autunno 1298 doveva essere in missione nel territorio amministrato e forse durante il viaggio si ammalò nei pressi dell’Abbazia perché vi morì nel mese di settembre del 1298 e vi fu sepolto. La sua salma avrebbe potuto essere trasportata nei suoi feudi di Angri e sepolta con tutti gli onori nella tomba di famiglia ma evidentemente il suo legame con i monaci del monastero benedettino del Santo Salvatore doveva essere così forte da portare alla scelta di lasciarvi i suoi resti, e la sua tomba, ornata di una sontuosa lapide sepolcrale, fu murata sotto una colonna portante dell’abside, a pochi metri dall’altare, in una posizione di grande prestigio. E là sono state custodite le sue spoglie per oltre sette secoli.

Due importanti autori ottocenteschi: Libero Petrucci, storico di San Salvatore Telesino, e Gabriele Jannelli, archeologo, epigrafista, fondatore e direttore del Museo Provinciale Campano di Capua, ne parlano nei loro scritti collocandola nell’Abbazia del Santo Salvatore de Telesia e precisamente sotto il pilastro che sosteneva l’arcata della chiesa.

Non esiste nessuna documentazione scritta sul trasferimento della lapide di Pietro Braherio dall’Abbazia di San Salvatore Telesino al Museo Marrocco di Piedimonte. Le poche notizie provengono dalla “vulgata” orale che narra che la lapide fu scardinata dal muro interno dell’Abbazia sotto l’arco che contiene la pietra CAESENI (lo spazio che attualmente ospita la centralina dei microfoni) in occasione di lavori di demolizione-recupero negli anni ’60 (1958).

In quell’occasione Dante Marrocco, direttore del Museo di Piedimonte intitolato a suo padre, Raffaele Marrocco, fece un sopralluogo durante i lavori e fece notare l’importanza della lapide che giaceva rotta in più pezzi nel cortile dell’abbazia e (sempre secondo la tradizione orale) si offrì di ospitarla temporaneamente per la durata dei lavori e restauro facendo traslare i 4 pezzi superstiti della lapide al Museo Marrocco dove sono ancora conservati in una nicchia in una stanza del secondo piano.

Ma tutto ciò avvenne senza nessun atto formale né di donazione da parte dell’Amministrazione sansalvatorese né di accettazione da parte del Museo. Attualmente la lapide si trova nel Museo Civico “Raffaele Marrocco” di Piedimonte Matese in una nicchia polverosa in una stanza del secondo piano, non è mai stata esposta, né restaurata: un oggetto d’arte vitale per la storia del territorio e della comunità risulta oggi giacente in frantumi assolutamente avulso dal contesto storico-monumentale abbaziale per il quale fu creata e nel quale ha riposato per sette secoli.

È giunta l’ora che il Milite Pietro Braherio ritorni a casa, nella sede che lo aveva accolto, onorato e dove ha riposato in pace per sette lunghi secoli: lo vuole la storia, lo vuole il diritto, lo vuole il buonsenso, lo vuole tutta la comunità casalesca e la sua amministrazione. L’abbazia benedettina del Santo Salvatore de Telesia è diventata una sede assolutamente idonea ad ospitare la sua lapide ed è quindi giusto che si rispettino le ultime volontà del Giustiziere di Terra di Lavoro Pietro Braherio.

Autore

E' bibliotecaria nell’Università Parthenope di Napoli e socia fondatrice dell’Associazione Storica Valle Telesina, nata nel 2014, con sede a San Salvatore Telesino. Ha curato la pubblicazione in edizione critica di opere inedite di storia locale: Idrologia delle minerali telesine: (1856), di Libero Petrucci, ASVT, 2016; Storia di Telese di Libero Petrucci, S. Salvatore Telesino, ASVT, 2019; Vita di san Leucio di don Bruno Gagliardi, S. Salvatore Telesino, ASVT, 2020; Catechismo ragionato della Dottrina Cristiana di Gianfrancesco Pacelli, S. Salvatore Telesino, ASVT, 2020; ha pubblicato anche Prime note sul cavaliere Pietro Braherio, milite angioino e giustiziere di Terra di Lavoro sepolto nel monastero di S. Salvatore di Telesia, S. Salvatore Telesino, ASVT, 2018; Theodor Mommsen nell'archeologia ed epigrafia dell'Italia meridionale: atti del Convegno per il bicentenario della nascita di Theodor Mommsen: Convegno per il bicentenario della nascita di Theodor Mommsen, a cura di Antonietta Cutillo, S. Salvatore Telesino, ASVT, 2019; Luigi Romolo Cielo: una vita per lo studio delle radici del Medioevo nell'Alta Terra di Lavoro. Opuscola, a cura di Antonietta Cutillo, S. Salvatore Telesino, ASVT, 2022; Gianfrancesco e Nicolangelo Pacelli, Cenni storici del Sannio e della Città di Telese, a cura di Antonietta Cutillo, S. Salvatore Telesino, ASVT, 2023.