• 14 Giugno 2024
Itinerari

Diumpais , una delle ninfee delle sorgenti si era appena destata dal lungo sonno dell’inverno. I lunghi capelli color rame s’intrecciavano con perle variegate, il corpo snello e sinuoso, il viso pallido e setoso, le mani affusolate e aggraziate. Si ritovò dopo la lunga assenza insieme alla sua amica Ammaì, dea italica della Primavera, una Venere che il Botticelli avrebbe sicuramente ridipinto mille e mille volte ancora.

Si avviavano lungo il sentiero alle falde del monte Pugliano non lontano dalle terme di Telese, dove erano solite trascorrere molto tempo a rigenerarsi membra e cuore dove sgorgava felice e allegro il Rio Grassano . Le acque del fiume scivolavano leggere e avvolgenti lungo il pendio, colorando il paesaggio di color smeraldo. Ammaì e Diumpais erano solite recarsi in quel grande parco e a trascorrere il loro tempo a leggere opere e poemi o a suonare la lira   ed il liuto per poi bagnarsi in quelle gelide ma limpidissime acque e anche quel giorno lasciarono cadere le lunghe vesti bianche sul prato, verso la riva destra del fiume, ai piedi delle betulle.

Sciolsero i loro lunghissimi capelli e si lasciarono accarezzare dal fedele fiume giocherellando e ridendo, felici di poter dare il benvenuto alla nuova stagione dei peschi in fiore. Ammaì aveva dimenticato di togliersi la ghirlanda, intrecciata con fiori di pesco e di ciliegio e tuffandosi in profondità le si staccò dai capelli scivolando via trasportata dalla corrente.

Nei pressi del fiume Calore nel mezzo della Piana Telesina, un giovane cavaliere romano si era fermato per abbeverare il suo destriero e per farlo riposare prima di ripartire con la missiva da consegnare al Comandante Marco Valerio che da qualche giorno era tornato vittorioso con il proprio esercito romano nella battaglia del monte Gauro che vide sconfitti i Sanniti.

Il cavaliere vide la ghirlanda incagliata su un ramo a riva, la raccolse ed il suo profumo lo inebriò tanto da riuscire a rivedere l’immagine, nella sua mente, di colei che vestita della sola pura nudità , l’aveva perduta e di come la corrente del fiume Rio Grassano l’aveva portata a lui nell’esatto punto dove esso si gettava nel fiume Calore.

Il Calore nasceva dai Monti Picentici scorrendo per oltre 100 km e affluendo poi nell’immenso Volturno. Probabilmente prese il nome dalle temperature delle sue acque leggermente più alte della norma. Di certo per essere intatta la ghirlanda proveniva da molto vicino e sicuramente, appunto dal Grassano. Legò la corona fiorita alla sella del cavallo, salì in groppa e via al galoppo, ciò che la sua mente gli aveva mostrato lo ritenne di buon auspicio, come un sogno ad occhi aperti causato forse dalla stanchezza ma di certo gli aveva lasciato nel cuore una dolce emozione e fu per questo che la portò con sé. I petali di quella ghirlanda non appassirono mai e la corona passò di generazione in generazione nel tempo dei tempi magici delle favole.

Passarono gli anni e nei pressi dei territori dove scorreva il fiume Calore si susseguirono varie guerre e diverse conquiste fra Romani e Sanniti. La Battaglia delle Forche Caudine nel 321 a.C. vide i Sanniti, con a capo Gaio Ponzio, sconfiggere i Romani imponendo loro anche la grande umiliazione di passare nudi sotto tre lance incrociate costringendoli così a piegarsi subendo scherno e percosse. Fu una grandissima umiliazione che i Sanniti vollero infliggere affinché nei loro animi restasse la peggiore delle offese inflitte e che per un combattente era peggiore del morire in guerra.

Nel 272 a.C. le acque cristalline dei tre fiumi, Sabato, Tammaro e Calore, che bagnavano il territorio del Beneventano si tinsero di rosso sangue con la devastante battaglia che sconfisse i Sanniti e fu allora che i Romani con la vittoria di Pirro decisero di cambiare  il nome della città da Maleventum(cattivo presagio) a Beneventum (evento Felice). Da allora molte cose cambiarono politicamente, culturalmente, ideologicamente, ciò che rimase immutato il letto dei tre fiumi, il defluire sotto gli antichissimi ponti, il riflettersi della luna nelle loro acque.

Il fiume Lete nasceva a Letino nel cuore del Matese, ai piedi del Monte Janara scorreva per oltre 20 km alternandosi in rapide, cascate, defluendo in percorsi sotterranei come il sangue defluiva nelle vene dei popoli Sanniti, formava  cavità naturali e gole affascinanti. Ricchissimo di pesci, organismi rarissimi che ne attestavano la purezza, ma non solo, tantissime le specie di uccelli che sceglievano di nidificare presso le sponde del Lete. Prendeva il nome dalla Principessa Longobarda Letizia la quale per dimenticare le pene d’amore era solita bagnarsi nel fiume dell’oblio. Anche Virgilio nell’Eneide trattò dell’oblio dato alle anime dei Campi Elisi, le quali tuffandosi nel fiume Lete dimenticavano le vite passate e potevano reincarnarsi. Dante Alighieri citava il fiume Lete nel Purgatorio dove le anime si bagnavano per dimenticare i loro peccati e per poter accedere al Paradiso.

Volturnus era l’antichissima divinità romana, il dio del tutto ciò che rotola e che scorre . I romani il 27 agosto con i Volturnalia festeggiavano la divinità che diede il nome al fiume. Fu il fiume che ingogliò i cadaveri dei soldati al passaggio di Annibale con i suoi elefanti,vi fu versato il sangue dei Visigoti, Ostrogoti, Bizantini, Longobardi, Normanni Francesi, Spagnoli Garibaldini e Borbonici. Accolse nel proprio grembo anime innocenti che vennero alla luce durante le ultime guerre, sotto i bombardamenti dei nemici. L’acqua, elemento primario per la vita dell’uomo ha sempre accompagnato le ere donando ai popoli nutrimento e devastazioni.

Il fiume Lete è tuttora sorgente di vita e viene bevuta da grandi popolazioni e preferita per la bassissima quantità di particelle di sodio. Il Lete affluisce nel Volturno vicino ad Ailano, quest’ultimo lungo oltre i 175 km nasce a Rocchetta a Volturno nella provincia di Isernia nel Molisano attraversando il Casertano ed il Beneventano per sfociare nel Mar Tirreno a Castel Volturno. Continua austero a scorrere, a nutrire, a mantenere nutrita la terra sulle due sponde, a creare immagini bucoliche agli occhi di pittori e a regalare al paesaggio quel sapore di storia che fa instancabilmente emozionare.

Un incontro di acque, l’unione mistica e irrazionale di corsi di ruscelli, torrenti, rigagnoli, rivoli e canali. Un susseguirsi di rocambolesche danze che riportano alla mente Ammaì e Diumpais le dee che continuano ad intrecciare profumate ghirlande di fiori di pesco e ciliegio , che si dilettano ad incantare con le loro melodie per poi tuffarsi nelle acque dei fiumi ogni nuova primavera per inebriare ancora ed ancora nei sogni   nuovi cavalieri del tempo, presso le rive del Fiume Calore, del Volturno, del Sabato, del Titerno e di tutti i piccoli affluenti  per garantire l’eternità storica, trasognante ed eterea alle terre del Sannio e del Matese.

Autore

Carmela Picone nasce nel 1969 a Solopaca , in provincia di Benevento. Dopo aver conseguito il Diploma di Maturità Classica, leggendo Pirandello scopre la passione per il teatro. Partecipa e vince un concorso letterario con La Libroitaliano Editore e vede le sue poesie pubblicate in un’antologia. Scrive il romanzo “Gocce d’Amore” che ottiene immediato successo tanto da interessare un regista romano che chiede all’autrice di scrivere una sceneggiatura tratta dal proprio libro per la progettazione di un film. Nel 2021 scrive “La poesia delle parole semplici” una silloge pubblicata dalla Atile Editore. Le passioni restano la scrittura, i viaggi ,la recitazione e la pittura . Ama molto viaggiare, scoprire nuove culture, ammirare nuovi paesaggi e far tesoro delle emozioni che ne scaturiscono dopo ogni luogo ammirato. La sua ambizione più grande resta quella di promuovere il territorio nel quale è nata, e dove oggi s’impegna nel sociale per tenere vive le tradizioni e per portare alla conoscenza di tutti la meraviglia e i tesori della sua terra. piccola perla del Sannio.