Il folklore beneventano, il mistero dell’identità e i confini della realtà
Ci sono territori nei quali le leggende non appartengono interamente al passato. Sopravvivono nelle parole degli anziani, nei nomi dei luoghi, nei boschi e nelle cavità della terra, custodendo paure, memorie e domande che il tempo non ha cancellato. Benevento è uno di questi luoghi, dove l’immaginario delle Janare e delle creature notturne costituisce un patrimonio culturale ancora capace di alimentare la fantasia contemporanea. Da questo universo prende avvio Io sono la Tempesta, il romanzo di Emilio Varricchio, che trasforma il folklore locale in una narrazione sospesa tra mistero, mito e interrogazione sulla realtà.
La vicenda si apre con una filastrocca popolare dal significato oscuro: chi nasce nella notte di Natale è destinato a diventare Janara, se femmina, o Lupo Panaro, se maschio. Due figure della tradizione che l’autore non utilizza come semplici decorazioni folkloristiche, ma come indizi di una realtà nascosta, forse mai del tutto compresa.
Il racconto si radica in una geografia precisa: il fiume Sabato, il Pizzone, lo Stretto di Barba, i boschi e le cavità rocciose del territorio beneventano. Questi luoghi non sono soltanto lo scenario degli avvenimenti, ma diventano un archivio vivente della memoria collettiva, dove la natura sembra custodire ciò che le generazioni hanno trasformato in leggenda. Il territorio acquista così una funzione narrativa e simbolica: è il punto d’incontro tra la concretezza del paesaggio e l’irruzione dell’inspiegabile.
L’apparizione di una creatura dalle sembianze lupine sconvolge il mondo di Marco e dei suoi amici. Ciò che apparteneva alle storie ascoltate dagli adulti diventa improvvisamente esperienza diretta. È in questa frattura tra ciò che si credeva impossibile e ciò che si manifesta davanti agli occhi che il fantastico trova la propria forza: la realtà quotidiana perde la sua apparente solidità e costringe i protagonisti a interrogare le proprie certezze.
Uno dei nuclei più intensi della vicenda è rappresentato da zio Santuccio, anziano medico segnato dalla scomparsa della moglie Gisella e del figlio Andrea. Il suo dolore conferisce alla narrazione una dimensione profondamente umana. La ricerca di una spiegazione non è soltanto un’indagine sull’esistenza del mostruoso, ma il tentativo di ricomporre una perdita e di ritrovare un legame spezzato. Quando il Lupo Panaro viene identificato con Andrea, la leggenda assume un significato tragico: la creatura non è più soltanto oggetto di paura, ma il volto irriconoscibile di qualcuno che un tempo apparteneva al mondo degli affetti.
La metamorfosi diventa così una domanda sull’identità: che cosa rimane di un essere umano quando il suo corpo e il suo comportamento sembrano trasformarlo in altro da sé? È possibile riconoscere una persona oltre le sembianze che la rendono familiare? Il tentativo di spezzare la maledizione attraverso libri antichi, simboli e rituali alimenta queste domande, mettendo in relazione il sapere tradizionale e i limiti della conoscenza razionale.
Il romanzo compie però il suo salto più significativo quando il mistero sembra superare la consueta opposizione tra uomini e mostri. L’apparizione della Tempesta, accompagnata dalla dichiarazione «Io sono la Tempesta», amplia improvvisamente l’orizzonte della vicenda. Non si tratta più soltanto di affrontare una creatura leggendaria, ma di confrontarsi con una presenza che sembra eccedere il tempo e le categorie attraverso cui l’uomo interpreta il mondo.
È qui che il titolo rivela la propria forza simbolica. La tempesta è sconvolgimento, energia incontrollabile, rottura degli equilibri; diventa la voce di un’alterità che mette in crisi ogni pretesa di dominio sulla realtà. Le antiche credenze assumono allora un significato ulteriore: potrebbero rappresentare, nella logica narrativa del romanzo, tentativi imperfetti di dare un nome a fenomeni che gli uomini del passato non disponevano degli strumenti per comprendere.
Il valore di questa prospettiva non consiste nel trasformare il folklore in una presunta testimonianza di eventi soprannaturali, ma nel riconoscerne la potenza come linguaggio dell’ignoto. Le leggende permettono alle comunità di dare forma alle proprie paure, conservare esperienze enigmatiche e trasmettere, attraverso immagini e racconti, ciò che sfugge a una spiegazione immediata. Varricchio recupera questa ambivalenza e la trasforma in materia narrativa, lasciando aperta la domanda sul confine tra superstizione, memoria e immaginazione.
In questo percorso assume rilievo anche Apollonia, la misteriosa donna in nero, depositaria di conoscenze che sembrano oltrepassare quelle degli altri personaggi. La sua presenza contribuisce a rendere più complessa la vicenda, mentre il sacrificio di Santuccio e Andrea introduce una dimensione tragica nella lotta contro la forza che minaccia di travolgere ogni cosa. Il successivo ritorno alla normalità non cancella quanto è accaduto: le assenze, gli oggetti scomparsi e la possibilità di un incontro temporaneo con chi è perduto lasciano una ferita nella percezione del mondo.
Dietro il mistero rimane infatti una vicenda di affetti, dolore e desiderio di riconciliazione. La possibilità di rivedere per un solo giorno chi sembrava scomparso per sempre restituisce al fantastico una misura intimamente umana. È questo intreccio tra dimensione cosmica e sofferenza individuale a impedire che il racconto si esaurisca nella semplice successione di eventi straordinari.
Io sono la Tempesta si colloca così all’incrocio tra folklore, narrativa fantastica e mistero. La sua materia è profondamente legata a Benevento, ma le domande che pone superano i confini locali e riguardano la fragilità delle conoscenze umane, la persistenza della memoria e la possibilità che il mondo sia più complesso delle categorie con cui cerchiamo di descriverlo.
Il merito culturale di un’opera che riparte dalle leggende del territorio sta anche nella capacità di sottrarle a una conservazione puramente nostalgica. La tradizione non è un reperto immobile, ma una materia viva, che può essere reinterpretata e messa in dialogo con le inquietudini del presente. La letteratura conserva le storie proprio trasformandole, restituendo loro nuove possibilità di significato e rendendole accessibili a lettori di generazioni diverse.
Il finale lascia aperta la prospettiva di ulteriori sviluppi. Il mistero non viene consumato interamente nella soluzione della vicenda, ma continua a vivere nei luoghi, nei ricordi e nelle domande che restano senza risposta. La normalità ritrovata è soltanto apparente: qualcosa è cambiato per sempre, e il mondo conosciuto non può più essere percepito nello stesso modo.
È questa sospensione, più ancora della presenza del mostruoso, a rappresentare uno degli elementi più suggestivi del romanzo. L’ignoto non è soltanto una minaccia da sconfiggere, ma una soglia che invita a ripensare ciò che consideriamo possibile.
Con Io sono la Tempesta, Emilio Varricchio torna alle voci degli anziani, alle ombre dei boschi e alle radici dell’immaginario beneventano per costruire una storia nella quale il territorio custodisce il mistero e la memoria diventa il primo varco verso l’incomprensibile.
Rimane, alla fine, una domanda che accompagna da sempre la migliore letteratura fantastica: e se le leggende tramandate nei secoli fossero tentativi imperfetti di dare un nome a qualcosa che ancora non sappiamo comprendere?
Forse una leggenda non chiede necessariamente di essere creduta alla lettera. Chiede di essere ascoltata, interrogata e restituita alla vita. Perché, quando la tempesta sembra essersi placata, può restare la sensazione che qualcosa, oltre il confine del visibile, continui ancora a chiamarci.
“Chi cerca tra le ombre, trova ciò che teme…o ciò che ama”
(Io sono la tempesta di Emilio Varricchio , pg 148 – disponibile su Amazon al prezzo di €15,88)
