• 21 Maggio 2024
Politica

Ricordate le infuocate battaglie intorno alla Rai ai tempi del Berlusconi regnante? Beh, dimenticatele: da quando lo scontro politico si è trasferito sui social, l’azienda radiotelevisiva di Stato si è trasformata in una rilassante comfort zone praticamente irriconoscibile rispetto al recente passato. Meno male, si potrebbe dire. Sempre che – beninteso – l’azienda di Stato non stia solo cambiando padrone, con il rischio concreto di saltare dalla padella alla brace. Le avvisaglie ci sono tutte, come efficacemente testimonia lo strapotere nel frattempo acquisito da soggetti esterni tipo società di produzione, agenzie di artisti e impresari. Sono loro a fare il bello e il cattivo tempo decidendo palinsesti, ospiti e conduttori. Persino l’invito a Mattarella a presenziare al Festival di Sanremo, la prima volta di un presidente della Repubblica, è frutto di questo nuovo schema.

Proprio così: il Capo dello Stato ha varcato la soglia dell’Ariston solo al termine di una complessa e riservata trattativa affidata alle abili mani di un privato cittadino, Lucio Presta, titolare della scuderia che schiera il gotha dello spettacolo, dell’intrattenimento e dell’approfondimento (compreso Michele Santoro). Chapeau! Il consiglio d’amministrazione (quattro membri su sette di espressione parlamentare), era stato tenuto all’oscuro di tutto. Ve l’immaginate ora una deriva del genere, non diciamo ai tempi di Paolo Grassi, ma a quelli più recenti di Letizia Moratti? No, davvero. Oggi, invece, sta diventando la regola. E in fondo ci rivela che la Rai, più che pacificata, è sedata. Un clima surreale se paragonato a quello arroventato anni fa da una sinistra in modalità “chiagne e fotte” che dal lunedì alla domenica schierava la propria artiglieria pesante (Santoro&Travaglio, Floris, Formigli, Annunziata, Biagi, Luttazzi) per fare il contropelo al Cavaliere, salvo poi rinfacciargli di controllare la tv, pubblica e privata.

Ne nacque – ricordate? – un derby infinito, in cui conflitto d’interessi ed “editti bulgari” si avvitarono in una spirale micidiale con pesanti effetti politici su entrambi i fronti. Finì per pagare pegno anche quella parte di sinistra riluttante a farsi risucchiare dal gorgo polemico. I girotondi nacquero per occupare quello spazio. Li animava Nanni Moretti, vera icona della gauche cinematografara. Fu proprio lui a mettere in fuori gioco i vari Fassino, D’Alema e Violante urlando «con questi dirigenti non vinceremo mai». Una fatwa mai revocata e che ancora oggi, a distanza di vent’anni, risuona come un infausto monito nelle orecchie dei nuovi leader. I girotondini non vinsero, ma prevalse la loro narrazione. Fu così che il conflitto d’interessi contro il Cavaliere sublimò in interesse al conflitto contro la sinistra ufficiale. Un contenzioso livido e rancoroso destinato a diventare il brodo di coltura del grillismo con il Pd, eretto nel frattempo sul falso mito della cosiddetta “vocazione maggioritaria”, nel ruolo di vittima designata. Una rivalità tuttora in corso, seppur a bassa intensità, a conferma della tossicità sprigionata all’epoca dal dossier Rai.

Se oggi è diverso non è perché i partiti abbiano deciso di togliere il disturbo, ma solo perché il nuovo paradigma ha trasformato l’azienda di Viale Mazzini da bottino di guerra post-elettorale in un feudo in uso a manager e impresari. Laddove un tempo risolveva la telefonata dell’azionista (politico) di riferimento, oggi decidono soggetti – sicuramente bravi e capaci – ma privi di qualsivoglia potestas o responsabilità pubblica. Una vera rivoluzione copernicana. Persino l’esodo di mezzibusti da un’azienda all’altra (un tempo il passaggio di Bianca Berlinguer da RaiTre a Rete4 avrebbe fatto gridare al tradimento) non ha più il retrogusto amaro dell’ukase politico, ma solo lo scintillio del colore dei soldi. Ma parliamo di professionisti, di share, di spazi pubblicitari, di inserzionisti ed è giusto così. Tutto però cambia quando dai nomi e dai volti passiamo ai contenuti e alla mission del servizio pubblico, ingredienti che finiscono fatalmente per sottolineare il peso del canone nel bilancio Rai e il ruolo del Parlamento nella sua doppia veste di “editore” e di garante del pluralismo, non solo politico. Qui è chiaro che la politica ha non solo il diritto ma addirittura il dovere di intervenire. Partendo dalla consapevolezza che oggi la tv generalista è una notte buia in cui tutte le vacche sono nere. Un indistinto frutto dell’omologazione di generi, format e linguaggi a tutto vantaggio della uniformità e della fungibilità delle produzioni esterne e a tutto detrimento della originalità della tv autoriale, sperimentata con successo in passato e al cui confronto l’attuale deserto creativo e inventivo è a dir poco desolante.C’è anche questa anoressia ideativa a base della fuga dalla tv, dalla Rai in particolare, da parte delle nuove generazioni. Ma un servizio pubblico senza pubblico giovanile è un nonsenso. Recuperarlo sarebbe un obiettivo prioritario. Ma – e non sorprenda il punto di domanda – siamo sicuri che convenga perseguirlo ai nuovi padroni mentre l’Italia invecchia sempre più? Alla Rai politica sì. Se solo esistesse, ovviamente. In quel caso, dovrebbe sperimentare, innovare e produrre evitando di declinare la propria identità di servizio pubblico attraverso attività residuali. Come? Ricavando, ad esempio, spazi nel palinsesto a spese dei programmi-contenitori, troppi e sovente troppo lunghi a maggior gloria delle infornate di ospiti suggeriti dalle premiate scuderie di cui sopra, e si rimetta al centro della programmazione il cittadino-utente-contribuente. È una sfida che investe il sistema-Paese, rispetto alla quale la politica ha il diritto-dovere dell’interventismo accorto e intelligente. Quando la tv pubblica si omologa a quella commerciale – avverte il sociologo Colin Crouch – anche la libertà rischia di scolorire in postdemocrazia. Prima di lui era stato un altro britannico, Winston Churchill, a sottolineare il primato della democrazia sulle altre forme di governo sostenendo che «la peggiore Camera è sempre meglio della migliore anticamera». Ecco, vale anche per la Rai: meglio se nelle grinfie dei peggiori partiti che nelle mani dei migliori impresari.  

Autore

Giornalista professionista. Deputato nelle legislature XII, XIII, XIV, XV e XVI, ha ricoperto due volte la carica di presidente della Commissione per l’indirizzo e la vigilanza dei servizi televisivi. È stato portavoce nazionale di An e ministro delle Comunicazioni nel Berlusconi III. È redattore del Secolo d’Italia. Autore del volume La Repubblica di Arlecchino. Così il regionalismo ha infettato l’Italia (Rubbettino editore).