Cronaca e riflessione di una giornata di scuola dove i “diritti del lettore” di Daniel Pennac hanno smontato l’ansia della prestazione e riacceso la curiosità degli adolescenti.
Siria Piccirillo
C’è un paradosso sottile che attraversa le nostre aule scolastiche: chiediamo a ragazzi nati nel flusso ininterrotto delle notifiche di fermarsi a comprendere la complessità, ma lo facciamo spesso con i ritmi sincopati dell’ansia da prestazione. Pretendiamo la profondità, ma esigiamo la velocità. Il verbo leggere come il verbo amare non sopporta l’imperativo!
La lentezza come forma di educazione: leggere, tradurre, scrivere contro la velocità permanente non è soltanto un’invocazione nostalgica o un manifesto teorico; è diventato l’esperimento vivo di una mattina di inizio ottobre, nata sull’eco ancora calda dell’incontro dal vivo con Daniel Pennac. La lezione costruita con ago e filo per i miei studenti si intitola “Disobbedire con stile: il diritto di leggere e scrivere, un viaggio da Come un romanzo al laboratorio delle tipologie testuali”.
Entrare in classe con le slide sui dieci “Diritti del lettore” di Pennac e con una storia sospesa a metà, un testo troncato esattamente sul più bello, privo di obbligo di lettura o di schede di verifica, ha prodotto un cortocircuito inaspettato. In un tempo educativo che misura tutto in termini di righe spiegate, compiti assegnati ed esecuzioni immediate, restituire agli studenti il diritto di non leggere, di spizzicare, di abbandonare o persino di tacere, ha spalancato una breccia di libertà pura.
La reazione di una classe di quindicenni di fronte al “non dovere” è stata illuminante. Liberati dalla morsa del dovere coercitivo, la curiosità non si è estinta: si è accesa per reazione. Il rifiuto dell’imposizione ha trasformato la lettura da ingrato compito casalingo a tentazione personale. Leggere, allora, torna a essere un atto d’amore e di conquista; tradurre il proprio vissuto sulla pagina diventa una necessità; scrivere non è più riempire un foglio per un voto, ma governare la trama del proprio pensiero. Bisogna donare la facoltà di ‘scegliere’ ai ragazzi, perché nella grande giravolta dell’opzione loro sapranno comprendere l’importanza dell’apprendimento.
L’insegnamento di Pennac si rivela profondo nella sua apparente semplicità: il tempo per leggere non è un tempo che si “trova” nella tabella di marcia della produttività quotidiana, ma un tempo che si ruba all’obbligo per regalarlo al piacere. Insegneremo davvero a pensare soltanto quando riabiliteremo la lentezza come virtù pedagogica radicale, un presidio di resistenza umanistica contro la frenesia dell’istante.
