• 19 Aprile 2024
Editoriale

Che cosa ne sarebbe del dibattito pubblico se potessimo sottoporlo al controllo Var? Semplice: l’esatto contrario di quel che accade nel calcio. Se infatti nel football lo strumento è utile a rettificare decisioni arbitrali errate, nelle dispute politiche il suo apporto sarebbe del tutto irrilevante, salvo scatenare le solite polemiche puntualmente seguite dall’immancabile scaricabarile. Insomma, decisivo nelle partite, ornamentale o quasi per i partiti. A sforzarsi parecchio, potrebbe tutt’al più risultare utile a restituire memoria agli immemori e a rimettere i puntini sulle “i” ogni qualvolta politici sulla cresta dell’onda si rivelano – accade sempre più spesso – più propensi a cambiare idee che mutande. È il caso, ad esempio, dell’autonomia differenziata che tanti capelli fa oggi strappare alla sinistra. Ieri, però, non era così. Anzi. Per rendersene conto basta andare un po’ a zonzo nel tempo e tornare al 2017, anno in cui il compianto Bobo Maroni in Lombardia e Luca Zaia in Veneto indissero nelle rispettive regioni un referendum consultivo per rafforzare la richiesta di maggiori competenze in favore dei loro territori.

Bene, sapete o ricordate che cosa dissero e come votarono in quell’occasione gli esponenti del partito oggi a rischio calvizie? Se no, nessuna paura perché è pronto a darci una mano il nostro Var, grazie al quale scopriamo che a dispetto delle odierne geremiadi i dem godettero della più ampia libertà di scelta. Al punto che il primo cittadino di Milano Beppe Sala riuscì ad organizzare in quattro e quattr’otto un “comitato per il sì”, cui aderirono tutti i sindaci dei capoluoghi lombardi ad eccezione di quello di Pavia. Chi bofonchiò un poco, a dire il vero, fu l’allora segretario regionale Alessandro Alfieri ma solo perché trovava «costoso» il referendum. Nel merito era invece più che favorevole. Lo spiegò con parole inequivocabili al sito online del Fatto Quotidiano: «Noi siamo sempre stati per il federalismo differenziato. Già nel 2007 aprimmo le trattative con Roma insieme alla giunta Formigoni, poi il governo Berlusconi-Maroni lo bloccò nel 2008». Grazie Var, inutile sul piano pratico ma non certo avaro di soddisfazioni. Sicuro: mica è un godimento da poco poter rinfacciare ai saccenti compagni che non solo il loro partito era fieramente e convintamente autonomista ma anche che a bloccare i pruriti secessionistici fatalmente connessi al regionalismo rafforzato da essi sponsorizzato fu l’esecrato governo Berlusconi.

Un quadro del tutto ribaltato rispetto a quello attuale, che trova il Pd su posizioni “anti”, e il centrodestra di Giorgia Meloni, unica leader nazionale allora a schierarsi nel merito contro il referendum lombardo-veneto, attestato sul “pro”. Ma mentre la capriola della destra può destare più d’una perplessità alla luce della sua granitica cultura nazionale e delle memorabili battaglie condotte in passato contro l’istituzione delle regioni, l’auto-ribaltamento del Pd in modalità “contro” può trarre in inganno solo chi ha memoria corta o selettiva. E sì perché fu la sinistra, nel 2001, a tenere a battesimo la riforma del Titolo V della Costituzione, la stessa che ha azzerato le gerarchie istituzionali, che ha cancellato ogni riferimento al Sud e che ha gonfiato a dismisura le competenze delle regioni fino a farne dei micro-Stati. Un’operazione scellerata la cui posta in palio era la “cattura” dell’elettorato nordista e potenzialmente leghista. Del fatto che quella riforma sbrindellasse lo Stato, al Pd non poteva fregare di meno, così come di recente al compagno Pedro Sanchez nulla è importato stringere un accordo di governo con i separatisti catalani che ha come vittime sacrificali l’unita e l’integrità della Spagna. Oggi Roma e Madrid, come ieri Parigi, valgon bene una messa… in stand by degli interessi nazionale. Insomma, la patria può attendere. Ma non c’è da meravigliarsi più di tanto.

Anche qui, solo a chi si limita a una disamina frettolosa e superficiale delle culture politiche e dei loro elementi strutturali può sfuggire che nelle loro ispirazioni di fondo Lega e sinistra finiscono per intrecciarsi e contaminarsi. “Converge parallele”, si sarebbe sentenziato al tempo dei funambolici ossimori della Prima repubblica. Entrambe infatti difettano di cultura nazionale: la prima in nome del localismo, la seconda del globalismo. Entrambe, inoltre, sono assertrici del primato del Nord inteso come luogo della fabbrica, facendolo discendere – la Lega – dal Pil prodotto e la sinistra dall’operaismo. Entrambe, infine, sono accomunate dalla negazione del Risorgimento come mito fondativo della nazione: la Lega in omaggio alle piccole patrie, la sinistra in nome della pretesa emancipazione delle classi subalterne seguita alla Resistenza. Non fu, del resto, Massimo D’Alema, il più doc dei post-comunisti a definire l’allora Lega Nord come «costola della sinistra»?

E siamo al punto: l’autonomia differenziata made in Lega altro non è che il sequel tempo del brutto film girato nel 2001 con la sinistra in cabina di regia. Una sorta di “Prendi i soldi e scappa 2” rafforzato dalla consacrazione popolare pretesa sin dal primo ciak dai governatori di Lombardia e Veneto al fine di conferire maggiore autorevolezza alle loro richieste (ma reclamava e reclama più poteri anche la “rossa” Emilia Romagna). Ma di referendum si può anche perire e non solo ferire. È una sfida che non solo il Mezzogiorno ma l’Italia intera devono lanciare perché il regionalismo differenziato è destinato a far male a tutti, al Nord come al Sud, con buona pace di chi va cianciando a buon mercato di “opportunità da non perdere”. E allora ben venga la sciagurata legge sull’autonomia e ben venga, subito dopo, la consultazione abrogativa in funzione di inappellabile Var popolare, in quel caso utilissimo al pari della sua versione sportiva. Già, sarebbe l’unico modo per far calare il sipario su questa tragicomica commedia degli equivoci e per far capire una volta per tutte che a tentare di ingannare il popolo non si fa mai un buon affare.     

Autore

Giornalista professionista. Deputato nelle legislature XII, XIII, XIV, XV e XVI, ha ricoperto due volte la carica di presidente della Commissione per l’indirizzo e la vigilanza dei servizi televisivi. È stato portavoce nazionale di An e ministro delle Comunicazioni nel Berlusconi III. È redattore del Secolo d’Italia. Autore del volume La Repubblica di Arlecchino. Così il regionalismo ha infettato l’Italia (Rubbettino editore).