• 1 Marzo 2024
Cultura

Yukio Mishima è stato uno scrittore e drammaturgo giapponese del XX secolo, nato nel 1925 e morto nel 1970. È noto per le sue opere letterarie e la sua vita controversa. Tra i suoi lavori più famosi si trovano “Il padiglione d’oro” e la tetralogia “Il mare della fertilità”. Yukio Mishima viene ricordato, inoltre, per la sua critica nei confronti della modernizzazione e dell’occidentalizzazione del Giappone nel dopoguerra. Infatti nei sui scritti e nel suo agire, esprime il desiderio di un Giappone che conservasse e abbracciasse le sue radici culturali, contrastando ciò che percepiva come l’influenza negativa dell’Occidente sulla società giapponese moderna. Al tentativo di colpo di stato nel 1970, seguì il “seppuku”, il suo suicidio rituale che, può essere interpretato come un gesto estremo per attirare l’attenzione sulla sua visione di un Giappone radicato nelle tradizioni e nei valori del passato. Gennaro Malgieri nel suo libro “ Yukio Mishima Esteta del Patriottismo ”, descrive uno scrittore giapponese che ha in sé una contrazione tra l’ identificazione per la propria patria — vissuta non solo politicamente – ed esperienze estetiche come l’arte, la letteratura che esprimono i valori nazionali. Pur ripudiando la perdita di valori del Giappone causati dall’ influenza della modernità occidentale, non disdegna affatto la cultura classica mediterranea, tanto da plasmare la sua vita e il suo corpo come un greco antico ( come Malgieri annota nel suo libro).

Dopo la seconda guerra mondiale, il Giappone con il suo “Trattato di mutua cooperazione e sicurezza” , stipulato nel 1960 con gli Stati Uniti, permise di stabilire basi americane sul suolo nipponico con non poche controversie e proteste nel paese. Mishima concepì questo trattato come una sudditanza, una perdita di sovranità del Giappone, una svendita culturale, politica e sociale al migliore offerente, gli Stati Uniti d’America.

Il suo eroico patriottismo si unì alla tradizione dei samurai, sposandone gli aspetti culturali, storici e filosofici. L’intento di Mishima  non era quello di ripudiare semplicisticamente ciò che fosse lontano dalla loro cultura, ma lottò affinché la modernizzazione occidentale non riuscisse ad entrare in Giappone avulsa delle sue tradizioni e del suo patrimonio intellettuale. Valori indiscindibili, per i quali lo scrittore giapponese donò la sua vita, nel momento in cui il tradimento del suo Paese nei confronti di queste virtù di integrità, si palesò fortemente con la contaminazione immorale dell’  occidente. Questi sentimenti forti e contrastanti di dolore e di vergogna, nel sentirsi ingannati dalla propria patria, si rivelano nelle sue opere, attraverso la manifestazione dell’  amore come ossessione, vissuto tra erotismo e morte, un’ antitesi di momenti  diversi della vita umana che si uniscono in una monista tragica sofferenza.

Di tutto  ciò suddetto si ha riscontro in alcuni dei suoi libri, tra cui: “Sete d’Amore, La Scuola della Carne, Colori Proibiti”. In tutti e tre i testi si evince  un angosciante desiderio dei protagonisti  delle storie, nel trovare l’amore, la voglia spasmodica di essere amati, un’ offuscata ossessione, un logorio interiore che riesce a mettere in sintonia l’ amore e la morte, come si uniscono due corpi nell’ atto sessuale; diversi e divisi ma che unendosi plasmano un’  unica anima.

Etzuko la protagonista di “ Sete d’amore” è una donna in continua  ricerca di se stessa; tradita più volte da suo marito, scopre di poter riaverlo solo con la malattia che imprigiona il coniuge. Enfatizza la sofferenza del compagno di vita come sua salvezza, con la narcisa consapevolezza che quel traditore e disinnamorato, avesse bisogno di lei. Etzuko possiede finalmente il potere di tenere a sé, l’uomo che una volta le faceva volteggiare l’animo con il fresco e primaverile amore del matrimonio. Ma la morte di lui, la lascia in una profonda sconfitta, come se fosse stata espropriata della dignità di donna, conducendola in un’  apatica vita piena di scelte di convenienza. Riesce a sentirsi viva solo quando si innamora di nuovo di un garzone, Saburo, lui stesso ingenuamente inconsapevole delle attenzioni ossessive della donna. Tutto si svolge tra sessualità senz’  anima ed erotismo ricercato nei piccoli gesti, di un folle ardore, sfociando in gelosia arsa di dolore, tanto da condurre la donna, —in preda alle più insane sofferenze d’ amore–, all’ uccisione del suo Saburo. L’egemonia di queste forti emozioni le ritroviamo anche in “Scuola della carne”. La protagonista Taeko, giovane donna, elegante, indipendente, ricca, dopo il divorzio si catapulta in avventure fatte di sesso con uomini dell’alta società.  Ciò che protegge di sé  stessa con accanimento, è la sua indipendenza, l’essere sola, il non dare conto a nessuno della propria vita, soprattutto ad un uomo. Eco di un nuovo modo di concepire la propria esistenza, trasudante di riflessi  culturali di occidentale profumo. Una libertà, dunque, non barattabile  nemmeno con l’amore. Convinzione, questa, che viene smentita nel momento in cui conosce un aitante giovane, Senkichi, barman di un gay-bar. Questa donna dell’  alta società che rigetta ogni legame sentimentale con gli uomini, si scontra con un’  attrazione forte, vigorosa e malata per questo ragazzo arrogante, insulso nei valori, pronto a prostituirsi con donne e uomini facoltosi; carne fresca e giovane che circuisce la mente di Taeko, con il suo  sex-appeal da guascone. Ciò che avvicina Senkichi a Taeko è il potere economico che lei mostra come arma per legare a sé il ragazzo. Il barman senza scrupoli si vende sfacciatamente a lei, senza mutare minimamente i suoi precari e spregiudicati interessi. È vittima essa stessa di quella relazione in cui, la compulsiva attrazione per quel corpo giovane e seducente viene confusa come il più nobile dei sentimenti,  l’amore. L’ idealizzazione di quell’uomo soppesa —in quella donna prostrata all’  amore – la consapevolezza di potersi liberare da un’  illusione d’ amore.  

Questo disfacimento di sentimenti, si verifica anche nel terzo testo che porgo in esame :“I colori proibiti”.

In questa opera, Mishima rappresenta il contrastante rapporto costernato da vendette e da narcisi individualismi, con la storia di una coppia gay, Shunsuke (anziano scrittore che soffre della propria bruttezza) e Yuichi (bellissimo giovane, adorato da uomini e donne). Una relazione che si può sintetizzare come un processo distruttivo ma nello stesso tempo di un legame di viscerale dipendenza.  Una guerra di virile fragilità dei protagonisti, incamerati ed asfissiati dai propri “perituri” crimini emozionali.

Scoprendo Yukio Mishima, grazie alle sue opere, mi sono imbattuta in tematiche spesso ricorrenti nelle cronache di oggi o nei salotti di talk show: la difficoltà dell’  essere umano nel comprendere e nell’  apprendere il  significato profondo dell’  amore come sentimento puro e incondizionato. L’erotismo, l’attrazione sessuale inteso come possesso dell’  altro, si pone in discrasia con l’affettività, resa ancora più insicura da personalismi da bassifondi. Nelle pieghe dell’animo umano si insinua talvolta una passione ossessiva, avvolta da un velo di erotismo inebriante.  L’ossessione si intreccia con il desiderio, creando una sinfonia di emozioni proibite. L’erotismo diventa il mezzo attraverso cui la passione si manifesta, una danza sensuale tra il corpo e la mente. Ogni tocco è sussulto e vibrazioni di sensi, di emozioni. Il confine tra piacere, amore e tormento si assottiglia, poiché l’ossessione non conosce limiti. Il corpo, veicolo di desideri proibiti, diviene palcoscenico di una drammatica rappresentazione, creando un vortice irresistibile di tentazione e pericolo che se non controllati, possono trasformarsi in una catena, formata da anelli di attrazione, ossessione e morte.

Autore

Nata a Solopaca in provincia di Benevento. Da sempre impegnata nel sociale a 360 gradi, appassionata di cinema e di teatro, ha fondato il gruppo teatrale "Ad Majora" per il quale ha scritto nove commedie, di cui sei portate in scena. Ha collaborato con varie associazioni culturali locali come "Associazione non solo anziani" e "Koinè".