• 23 Ottobre 2026
La mente, il corpo

Due parole che fanno drizzare i capelli. Specie a quelli che non ce li hanno più, perché li hanno persi a forza di chinare la testa.

E riguardano noi. Riguardano proprio noi che ci chiamiamo cristiani, che ci mettiamo in prima fila in chiesa e poi non sappiamo stare in fila per aiutare il fratello.

La fede cristiana è unica al mondo. Non è una delle tante spiritualità. È l’unica che si incarna. Perché ha un Dio che si è incarnato. Che non è rimasto nei Cieli a guardarci, ma è sceso, ha avuto freddo, ha avuto fame, ha pianto, ha abbracciato i lebbrosi.

E allora la fede non può restare nei Cieli. Non può esaurirsi in una preghiera detta bene, in un culto cantato bene. Se resta lassù, è ipocrisia.

Credere in Dio non significa fare un bel

ragionamento chiuso in sé stessi, nella propria stanzetta. E non significa neppure perdersi in un sentimentalismo dolciastro che commuove ma non muove un dito. Quanti dicono: “Sono credente ma non praticante”.

È come dire: “Sono innamorato ma non praticante”.

Che amore è? Se ami una persona, la cerchi, la tocchi, le parli, la servi. Se non la pratichi, non sei innamorato. Sei solo innamorato dell’idea di essere innamorato. La nostra fede, allora, consiste forse in quei pochi minuti al giorno quando tiriamo fuori Dio dal cassetto? Un’ora la domenica? Una candela a un santuario una volta l’anno? E poi fuori?

Forse non è ipocrisia quando dentro la chiesa celebriamo il Dio della Vita e fuori, appena varcata la porta, compiamo gesti di morte? Con le parole che uccidono, con le calunnie, con l’indifferenza. Quando dentro cantiamo “Dov’è

carità e amore, là c’è Dio” e fuori c’è solo egoismo, calcolo, portafoglio chiuso?

Quando diciamo “Siamo tutti fratelli” e poi non aiutiamo nessuno, non perdoniamo nessuno, non accogliamo nessuno?

Fratelli miei, diciamocelo: fede non vissuta è ipocrisia. Dio non ci chiede bravi oratori. Ci chiede autenticità. Ci chiede di accogliere la Sua Parola non nelle orecchie, ma nella vita. Di farla entrare nelle mani, nei piedi, nel modo in cui facciamo la spesa, nel modo in cui parliamo del vicino. Ci chiede una conversione profonda. Che non è cambiare chiesa. È cambiare cuore. È ricerca continua, è fatica quotidiana.

Ci vuole autenticità. Passare dalle parole ai fatti. Dalle prediche alle scarpe consumate per andare verso l’altro. Solo così, e dico solo così, si smette di essere figli dell’ipocrisia e si diventa, finalmente, figli della coerenza. Figli di quel Dio coerente che ha detto “Ti amo” e per coerenza è

salito su una Croce.

Autore

Carmela Picone nasce nel 1969 a Solopaca , in provincia di Benevento. Dopo aver conseguito il Diploma di Maturità Classica, leggendo Pirandello scopre la passione per il teatro. Partecipa e vince un concorso letterario con La Libro italiano Editore e vede le sue poesie pubblicate in un’antologia. Scrive il romanzo “Gocce d’Amore” che ottiene immediato successo tanto da interessare un regista romano che chiede all’autrice di scrivere una sceneggiatura tratta dal proprio libro per la progettazione di un film. Nel 2021 scrive “La poesia delle parole semplici” una silloge pubblicata dalla Atile Editore. Le passioni restano la scrittura, i viaggi ,la recitazione e la pittura . Ama molto viaggiare, scoprire nuove culture, ammirare nuovi paesaggi e far tesoro delle emozioni che ne scaturiscono dopo ogni luogo ammirato. Coautrice del libro "Incatesimi e magie dal Matese al Sannio" , è pubblicista iscritta presso l'ODG Campania; Presidente dell'Associazione Il Cenacolo rosa del Roseto. La sua ambizione più grande resta quella di promuovere il territorio nel quale è nata, e dove oggi s’impegna nel sociale per tenere vive le tradizioni e per portare alla conoscenza di tutti la meraviglia e i tesori della sua terra , piccola perla del Sannio.