• 18 Giugno 2024

 Il Principe di Niccolò Machiavelli è un testo che non invecchia. Lo sapeva bene Antonio Gramsci che da esso trasse le coordinate per delineare la figura del “nuovo principe”, ordinatore della politica moderna. Nelle Noterelle così si esprimeva: “Il carattere fondamentale del Principe è quello di non essere una trattazione sistematica ma un libro ‘vivente’, in cui l’ideologia politica e la scienza politica si fondono nella forma drammatica del ‘mito’ “. Il ché significa che l’elemento dottrinale e razionale si impersona in un “condottiero” che riassume in sé la “volontà collettiva” quando si forma attraverso un processo di appropriazione dell’elemento più umano da parte del soggetto attivo, vale a dire la passione che muove lo spirito dei popoli. Cesare Borgia, il Duca Valentino, fu capace di suscitare un fenomeno simile? La storia s’interrogherà a lungo. Ma certamente, seguendo le pagine di Machiavelli, diremmo che impersonò la “eccezionalità” nel mondo dilaniato della sua epoca, orientando un progetto che non lasciò indifferenti coloro i quali avevano cuore per sentire e ragione per comprendere: la creazione dello Stato nazionale.

Il Valentino, come osservò Giuseppe Prezzolini nel magnifico ritratto di Nicolò Machiavelli fiorentino (rigorosamente con una “c” nel nome proprio), pubblicato da Longanesi, era un uomo che aveva “fiutato i tempi” ed il tempo, come è documentato, in quella Italia disunita e dominata da bande che se ne disputavano i destini, “urgeva verso grandi unità nazionali, Stati moderni più vasti, centri organizzativi di giustizia e d’imposte regolari, bilanci e casse pubbliche separate da quelle del principe, paci almeno nell’interno, repressione del brigantaggio. Il tempo soffiava via i tirannelli, le piccole autonomie, le repubblichette, le corti dei signorotti in sedicesimo. Il tempo volgeva ai tiranni in quarto, ai grossi eserciti, alle giustizie e ingiustizie in grande, all’autoritarismo in scala maggiore. Le così dette libertà comunali stavano per finire da per tutto, perché erano libertà limitate a gruppi e a consorterie, per far luogo alla sudditanza generale, che assicurava almeno dei vantaggi materiali ad un numero maggiore. Si scambiava la libertà di pochi con la semi libertà di molti”.

Questo era il tempo del Duca Valentino e del Segretario fiorentino. E quando il primo esprimeva al secondo l’intenzione di “spegnere i tiranni” per creare aggregazioni politica capaci di stare in campo di fronte a soggetti agguerriti e dominati da una inossidabile volontà di potenza, come poteva non essere d’accordo colui che aveva declinato la figura del Principe in rapporto ad un ordine quale fondamento di pace e di prosperità per i popoli e le nazioni che sorgevano da un istinto, da un bisogno di appartenenza politica? “E’ un signore molto splendido e magnifico – scriveva Machiavelli -, nelle armi tanto animoso, che non è sì gran cosa che li paia piccola; e per la gloria e per acquistare stato mai si riposa, né conosce fatica o pericolo: giunge prima in un luogo, che se ne possa intendere la partita donde si lieva; fassi ben volere a’ suoi soldati, ha cappati e’ migliori uomini d’Italia; le qual cose lo fanno glorioso e formidabile, aggiunte con una perpetua fortuna”. E quando cominciò a mettere in piedi una sorta di esercito nazionale, riunendo le Romagne, Machiavelli ne restò sedotto.

Una prospettiva cinquecentesca, si dirà, comprensibile all’epoca. Ma oggi? Ecco, l’Italia, da tempo sconta la mancanza di una prospettiva del genere concretizzantesi nella tensione alla ricomposizione. Perciò la figura del Principe come prototipo dell’unificatore è assolutamente attuale, poiché soltanto intorno ad un principio ordinatore può ritrovarsi il sentimento della nazione proiettato in una politica unitaria della quale il paradigma machiavelliano regge nonostante tutto, come ha retto per i passati cinquecento anni.

Una visone del genere, sia pure trasposta nella figura di uno Stato nazionale composito, è tutt’altro che deperita. Al contrario, appare straordinariamente viva a fronte della decadenza dell’arte di governare esaminata da  Machiavelli lungo tutto l’arco della sua vita di studioso, non meno che di uomo pubblico.

Al centro della quale c’è l’uomo (elemento che risulta tragicamente assente oggi come fondante un’antropologia politica) che ha la necessità di essere indirizzato e per il quale si assumono provvedimenti che possono perfino risultare impopolari, difficili da digerire, ma che nonostante le avversità che provocano se il  governante o “decisore” è convinto della loro bontà non può che adottarli con tutti i mezzi di cui dispone esercitando un potere legittimo.

E quando è legittimo il potere? Ecco Machiavelli: “Debbe uno che diventi principe mediante il favore del populo, mantenerselo amico; il che li fia facile, non domandando lui se non di essere oppresso. Ma uno che, contro al populo, diventi principe con il favore de’ grandi debbe innanzi a ogni altra cosa, cercare di guadagnarsi el populo; il che li fia facile, quando pigli la protezione sua”. Dunque, l’orizzonte del Principe, e cioè del detentore del Potere, è il “bene comune”, costi quel che costi. E ben oltre il tornaconto che egli stesso può ricavarne. Poiché sa bene di che pasta è fatta la natura umana: di per sé triste e votata al cambiamento dei sentimenti, volubile e incostante, più affezionata alla difesa delle cose materiali che ai suoi stessi affetti. Può non piacere, ma è così a volerla dire come stanno le cose nella perennità del divenire, ben oltre quindi i “buonismi” che caratterizzano alcune epoche, compresa la nostra.

“Delli uomini – si legge nel Principe – si può dire questo generalmente: che siano ingrati, volubili, simulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno e mentre fai loro bene, sono tutti tuoi, offerenti di sangue, la roba, la vita, i figlioli, come di sopra dissi. quando el bisogno è discosto, ma quando ti si appressa, e’ si rivoltano…E quel principe che si è tutto fondato sulle parole loro, trovandosi nudo di altre preparazioni, rovina. Li uomini hanno meno rispetto a offendere uno che si faccia amare, che uno che si faccia temere, perché l’Amore è tenuto da uno vincolo di obbligo, il quale per essere li uomini tristi, da ogni occasione di propria utilità è rotto, ma il timore è tenuto da una paura di pena che non abbandona mai”.

A tale riguardo, Giovanni Papini nell’introduzione ai Pensieri di Machiavelli del 1910 (Carabba editore), osservò come il Segretario fiorentino “sera avvisto della cattività e stupidità degli uomini e pur desiderando nel nobile animo suo di migliorarli, non credette che il miglior mezzo fosse quello di turar le piaghe e d’imbiancar le macchie. Che egli aspirasse a una specie di città perfetta, abitata da un popolo libero e virtuoso, senza padroni né tiranni, senza sètte né battaglie, si vede da molti luoghi delle sue opere, ma gli si deve gridar la croce addosso

perché la avuto il buon senso di vedere che la Repubblica di Platone era piuttosto lontanetta e Cesare Borgia piuttosto vicino?”

La negatività della considerazione di Machiavelli dello spirito umano è radicale. Da qui il suo ragionevole pessimismo su cui fonda la costruzione politica del Potere come strumento regolatore degli egoismi, dei conflitti e dei disordini inevitabili. Elementi che quando assumono fattezze non private, ma pubbliche danno luogo ad eventi che coinvolgono i popoli ed è allora che il Principe si esercita con la perizia che gli deriva dalle sue qualità e la legittimità che gli viene conferita da chi lo riconosce come detentore della potestà a rappresentare le ragioni affidatele e a difenderle. Insomma, il “mito” gramscianamente inteso, al di là delle contingenze che inducevano Machiavelli all’identificazione del Principe con la personalizzazione del Potere, è lo Stato.

Nella visione antropologica e politica di Machiavelli la città dell’uomo è abitata da “bruti razionali” e la sua scienza si applica a ridurre al minimo i danni che tale condizione provoca e per rispondere adeguatamente alle esigenze del mondo umano propone una diversa arte del governo, una “politica dalla mano pesante”, come si esprime Sebastian De Grazia nel suo Machiavelli all’Inferno (Laterza) il quale pure riconosce che Machiavelli “entra in scena nel momento in cui tutto sta cominciando a precipitare verso l’abisso, in cui la situazione invoca un salvatore, un ‘redentore’, un eroe”. Il che vuol dire in circostanze particolari, dominate da una crisi profonda delle istituzioni civili e della morale comune un paese potrà aver bisogno di una “potestà quasi regia” difficile peraltro da trovarla.

E’, dunque, nello “stato d’eccezione”, politicamente determinato e giuridicamente codificato, che si legittima l’azione del Principe come ordinatore. Noi diremmo dello Stato e delle forme che vorrà assumere.

In questo senso, l’opera di Machiavelli presenta un valore paradigmatico per decifrare il nostro tempo per molti versi simile al suo, proprio perché dall’esplosione degli elementi anti-statali e, potremmo dire, anti-comunitari, – assumendo la formulazione dello Stato-comunità per designare il primato politico della Res publica nella quale i cittadini (non più sudditi) si riconoscono – mettono a repentaglio la stessa libertà che, in ossequio ad una certa lettura del Principe, è stata considerata come una sorta di jattura da Machiavelli. Ma non è così.

Vi sono epoche in cui la libertà è succedanea all’ordine civile. Senza la garanzia di questo non può esistere quella. Machiavelli la vedeva in questo modo e perciò, con parole che oggi giudicheremmo sprezzanti, scriveva: “Era tenuto Cesare Borgia crudele; nondimanco quella sua crudeltà aveva racconcia la Romagna, unitola, ridottola in pace e in fede. Il che se si considera bene, si vedrà quello essere stato molto più pietoso che il populo fiorentino, il quale, per fuggire el nome del crudele, lasciò distruggere Pistoia. Debbe, pertanto, uno principe non si curare della infamia di crudele, per tenere li sudditi suoi uniti e in fede; perché, con pochissimi esempli, sarà più pietoso che quelli e’ quali, per troppo pietà, lascino seguire e’ disordini, di che nasca occisioni o rapine; perché queste sogliono offendere una universalità intera, e quelle esecuzioni che vengono dal principe offendono uno particulare”.

Allora, è meglio essere amati o temuti? Sarebbe meglio la combinazione di entrambi. Ma in un mondo idilliaco, quale verosimilmente non è il nostro mondo perché la natura umana è intrinsecamente tutt’altro che indirizzata verso il bene. Questo non vuol dire che la civile convivenza debba essere dominata dalla crudeltà, ma regolamentata per ridurre i conflitti al minimo e sanzionare coloro che trasgrediscono la legge. Ed in questa dimensione si dispiega anche lo spazio per l’amore e la pietà che è dato dal timore verso chi deve provvedere a limitare le conseguenze del disordine. Così per gli Stati e tutte le altre istituzioni umane che impattano sull’esistenza dei cittadini legati da un ordine necessario e dunque accettato.

Da cinquecento anni non facciamo che chiederci come conciliare i due stadi dell’umanità, l’amore ed il timore, in conflitto tra di loro. Soprattutto quando dalla mancanza del primo scaturisce la corruzione ed i costumi pubblici si fanno specchio d’inganni per i popoli che ritengono di poter abusare della lieve mano del Principe-Stato, se non addirittura della sua assenza.

Da questo punto di vista, non v’è niente di più rivoluzionario della rigenerazione che presuppone il principio di legittimità del Potere fondato non sull’origine giuridica delle Costituzioni, ma su quella politica, come dimostrano tutte le normative che sono destinate a restare. Non saprei se oggi Machiavelli, sorridendo come appare nel ritratto di Santi di Tito in Palazzo Vecchio a Firenze, si schiererebbe per l’abdicazione dello Stato politico in favore di un formalismo caduco o viceversa. Tutto lascia ritenere il contrario. Ma sono certo che constatando la caduta dello Stato e lo scempio che ne è stato fatto, si ritirerebbe a San Casciano ad “ingaglioffirsi” con i “suoi”popolani disposti a  comprenderlo più dei potenti cui, forse inutilmente, ha cercato di insegnare l’arte del governo. La più difficile, la più pericolosa. Almeno quanto l’amore che Machiavelli descrisse e pure es

Autore

Giornalista, saggista e poeta. Ha diretto i quotidiani “Secolo d’Italia” e “L’Indipendente”. Ha pubblicato circa trenta volumi e migliaia di articoli. Ha collaborato con oltre settanta testate giornalistiche. Ha fondato e diretto la rivista di cultura politica “Percorsi”. Ha ottenuto diversi premi per la sua attività culturale. Per tre legislature è stato deputato al Parlamento, presidente del Comitato per i diritti umani e per oltre dieci anni ha fatto parte di organizzazioni parlamentari internazionali, tra le quali il Consiglio d’Europa e l’Assemblea parlamentare per l’Unione del Mediterraneo della quale ha presieduto la Commissione cultura. È stato membro del Consiglio d’amministrazione della Rai. Attualmente scrive per giornali, riviste e siti on line.