• 24 Luglio 2024
Editoriale

Che goduria! Insetti a tavola non per stare meglio secondo una dieta per quanto schifiltosa, ma per ingrassare l’industria alimentare che, con l’avallo della più scriteriata politica europea, è riuscita laddove nessuno immaginava: farci mangiare (o almeno tentare di farlo) vermi ed affini a maggior gloria della globalizzazione più folle.

Si resta interdetti, ma alle mode non si resiste. Almeno questa, comunque, speriamo di risparmiarcela rigettandola contro  chi se l’è inventata.

Ma il “pericolo” esiste. Leggi e regolamenti europei possono modificare nel tempo le nostre abitudini alimentari.  Con tutti i rischi del caso.

E allora ci priveremo  anche del gusto del cibo tradizionale? Sembra proprio di sì. La cultura alimentare sta cambiando. La logica del profitto si impone anche a tavola. Storia vecchia, ma mai nel passato così oscena come si profila.

Dal 24 gennaio, in ossequio ad una disposizione dell’Ue, nei nostri piatti arriva il grillo. La farina che se ne ricava è già commercializzata ed il povero insetto, polverizzato,  ce lo ritroveremo nella pasta e nel pane chiedendoci che effetto farà senza sapere assolutamente nulla delle procedure industriali di produzione e delle conseguenze nel nostro organismo. Si chiama Acheta domesticus (grillo domestico) il nuovo invitato  alle nostre mense, per ora solo in “farina”, ma non tarderà a manifestarsi in pentola, in tutta la sua brutale apparenza, per stuzzichini, contorni e pietanze. E qualcuno dirà che è pure gradevole.

Qualche giorno dopo è entrato in vigore, sempre proveniente dall’Europa (che evidentemente non si accontenta di stabilire quali debbano essere gli ingredienti della pizza e la lunghezza di zucchine e fagiolini)  in vigore il regolamento che autorizza la commercializzazione delle larve di Alphitobius diaperinus (verme della farina minore) congelate, in pasta, essiccate e in polvere. Ma già nel marzo dello scorso anno, prima  della farina parzialmente sgrassata, l’Ue aveva stabilito la commercializzazione a fini oalimentari per grilli in polvere e congelati, tanto in pasta che essiccati.   

Ma non è finita. Nelle stesse fattispecie è possibile trovare sugli scaffali dei supermercati, dalla fine del 2021, la farina di  locusta migratoria e la larva gialla della farina (larva di Tenebrio molitor).

Ma non basta. La Novel food, come viene chiamato il nuovo cibo, presenta altre interessanti e raccapriccianti novità. Nel piatto attendiamo cavallette e locuste, vermi vari ed affini, cicale e, naturalmente, i citati grilli che faranno la gioia dei cultori della nouvelle cuisine.

Dobbiamo temere di imbatterci in questi nuovi prodotti da forno e da tegame? È inevitabile. A meno di non capirci qualcosa nelle minuscole avvertenze stampate sulle confezioni del prodotto. Forse solo allora, e dopo studi allarmanti, forse impareremo che le norme europee che dispongono le nuove diete, neppure in voga nei Paesi del terzo mondo, se non in qualcuno, includono requisiti specifici di etichettatura per quanto riguarda l’ allergenicità di tali prodotti e conseguenze organiche perfino più gravi, dal momento che le proteine da insetti possono provocare, soprattutto nei soggetti già allergici a crostacei, acari della polvere e, in alcuni casi, ai molluschi, conseguenze micidiali per la tenuta degli organi e perfino, forse, esiti letali, come qualcuno sospetta.

Se così non fosse, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, non avrebbe sconsigliato  il consumo ai minori di 18 anni del verme della farina minore (Alphitobus diaperinus), con un parere scientifico riportato, guarda caso la contraddizione, proprio nel regolamento Ue che ne autorizza l’immissione sul mercato.

Allora perché questa “rivoluzione a tavola”? Il profitto, si diceva. Ed il grande mercato alimentare, in tutto il mondo, complici le classi politiche sulle quali una indagine  andrebbe svolta a proposito di bizzarre idee che avallano come gli insetti nel piatto, si appresta ad invadere soprattutto l’Occidente (a Oriente e in Africa le culture alimentari sono profondamente diverse e  non lontane da quelle che si stanno introducendo nelle nostre nazioni) con prodotti che nulla hanno a che fare con il nostro cibo e, presumibilmente, con la loro  sostenibilità nel nostro organismo.

A Bruxelles, tuttavia, gli insetti vengono riguardati come  proteine alternative in generale ed  una risposta all’aumento del costo delle proteine animali, del loro impatto ambientale, dell’insicurezza (sic!) alimentare, della crescita della popolazione e della corrispondente e crescente domanda di proteine tra le classi medie: questo almeno si deduce dal dibattito e dai regolamenti europei.

Secondo i sostenitori dell’allevamento massivo  di insetti  esso potrebbe contribuire anche a ridurre le emissioni di gas serra e lo spreco alimentare. Che significa? Allevare  bovini, ovini, pollame, pesce sarebbe più pericoloso che dedicarsi al proliferare degli insetti in mastodontiche serre? E questo ci metterebbe al riparo dai problemi che s’intendono risolvere, a cominciare dall’inquinamento? Tesi risibile e non dimostrata.

Abbiamo il sospetto che le  lobby ecologiste vadano a braccetto con le grandi industrie di prodotti alimentari e farmaceutici. E non è un caso che la ricerca  delle proteine derivate da insetti venga considerata una delle aree più importanti del programma definito “Orizzonte Europa” che sostiene finanziariamente la sperimentazione  nei Paesi Ue.

Gli italiani, per  come rileva un’indagine Coldiretti-Ixè, sembrano poco o niente entusiasti del programma “insetti a tavola”. Il  54% è contrario, il 24% è indifferente, solo il 16% è favorevole e il 6% non risponde.

Lo scabroso e contraddittorio tema, al netto di chi vorrebbe sostenerlo con la ragione secondo la quale nel 2050 saremo più di nove miliardi di abitanti sul nostro Pianeta e con la crescita (altrove, ma non in Europa) demografica sarà impossibile sfamare tutti: ma oggi, con quasi due miliardi in meno la fame nel mondo è forse scomparsa? Sono ottocento milioni, secondo la FAO, gli affamati sparsi nel mondo.

Ecco allora l’espediente salvifico: trovare altre forme  di alimentazione, a cominciare dagli insetti. La risposta lascia interdetti soprattutto a chi ha consuetudini nutrizionali molto diverse ed intende mantenerle. Il cibo prima che una necessità materiale è un fattore culturale dal quale discendono le esistenze  dei popoli ed i loro atteggiamenti e stili comportamentali.

Ecco perché si parla molto, e a proposito, di “sovranità alimentare”. Ognuno ha il diritto/dovere di nutrirsi come le proprie tradizioni, i propri usi, gusti e  colture indigene consigliano.  Essa viene definita, giustamente, come un indirizzo politico-economico volto ad affermare il diritto dei popoli a definire le autonome politiche e strategie sostenibili di produzione, distribuzione e consumo di cibo. Questa tendenza concerne, in particolare, le popolazioni indigene soggiogate, grazie alla grande distribuzione, da problemi di produzione e diffusione di prodotti alimentari, a causa dei mutamenti climatici e dei percorsi alimentari  he ne subiscono le conseguenze ed influiscono sulla loro capacità di accesso alle fonti alimentari tradizionali e contribuiscono all’aumento delle malattie. Queste esigenze sono state affrontate negli ultimi anni da diverse organizzazioni internazionali,  che hanno adottato con vari Paesi politiche di sovranità alimentare. Il concetto di sovranità alimentare è stato proposto per la prima volta dal movimento internazionale “Via Campesina”, durante la sua Conferenza internazionale svoltasi a Tlaxca, in Messico, nell’aprile del 1996. Nasce in opposizione al modello neo-liberale del processo globalizzazione, fornendo una chiave per la comprensione della governance internazionale sull’alimentazione e l’agricoltura. In particolare, la sovranità alimentare è stata proposta in risposta al termine sicurezza alimentare utilizzato dalle ONG e dai governi sui temi di alimentazione e agricoltura.

Contrapponendosi al programma sul commercio dell’alimentazione e dell’agricoltura promosso dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, la sovranità alimentare prevede un legame essenziale tra alimentazione, agricoltura ecosistemi e culture, valorizzando la diversità e il lavoro legato alla produzione alimentare nel mondo. E dunque differenziando produzione e distribuzione, il solo modo per  conservare la varietà dei cibi e dei modelli alimentari.

Pertanto le nazioni, in base alla sovranità alimentare, devono poter definire una propria politica agricola caratterizzata da specifiche necessità, alle ragioni organiche che motivano le scelte alimentari, alle abitudini contratte da secoli rapportandosi tanto al mercato quanto alle esigenze  degli agricoltori, degli allevatori  e dei consumatori.

È inaccettabile che la globalizzazione metta i piedi nel piatto e per giunta senza lavarseli. Con il cibo, insomma, non si scherza. Ed è una forma di totalitarismo estremo imporre linee nutrizionali soltanto perché bisognerebbe sfamare più gente naturalmente per guadagnare di più.

L’imperatore Adriano nelle sue Memorie, per il tramite di Marguerite Yourcenar, solennizza il cibo con parole che restano scolpite nell’animo: «Impinzarsi nei giorni di festa è stata sempre l’ambizione, la gioia, e l’orgoglio naturale dei poveri. Mi piaceva l’aroma delle carni arrostite, il rumore delle marmitte raschiate, nelle festività militari, e che i banchetti al campo (o ciò che nel campo costituiva un banchetto) fossero ciò che dovrebbero essere sempre, un compenso rozzo e festoso, alle privazioni dei giorni di lavoro; tolleravo discretamente l’odor di fritto nelle pubbliche piazze al tempo dei Saturnali. Ma i conviti di Roma m’ispiravano ripugnanza e tedio tanto se alle volte – durante un’esplorazione o una spedizione militare – ho visto la morte vicina, per farmi coraggio mi son detto che almeno sarei liberato dei pranzi».

Il cibo è così: ha un’anima per chi la sa scorgere e per chi non ne è capace rimane riposta nella gioia che crea, nel privatissimo mondo di sensazioni che, comunque, trasfigura tutti noi che ne beneficiamo in piccoli sacerdoti di un rito antico quanto è antico il mondo. La tavola è un altare laico sulla quale s’affollano gesti lievi e misurati che la tradizione ha consacrato, una sorta di riti ancestrali dedicati alla cura umile di una pietanza sapendo che il corpo la custodirà come una reliquia. Mangiare, insomma, è una preghiera. Come l’ultimo pasto di Gesù.

La battaglia per la sovranità alimentare, come quella dell’acqua e delle identità culturali segneranno il XXI secolo, come nessuno, al suo debutto, ventitré anni fa, poteva immaginarselo.

Autore

Giornalista, saggista e poeta. Ha diretto i quotidiani “Secolo d’Italia” e “L’Indipendente”. Ha pubblicato circa trenta volumi e migliaia di articoli. Ha collaborato con oltre settanta testate giornalistiche. Ha fondato e diretto la rivista di cultura politica “Percorsi”. Ha ottenuto diversi premi per la sua attività culturale. Per tre legislature è stato deputato al Parlamento, presidente del Comitato per i diritti umani e per oltre dieci anni ha fatto parte di organizzazioni parlamentari internazionali, tra le quali il Consiglio d’Europa e l’Assemblea parlamentare per l’Unione del Mediterraneo della quale ha presieduto la Commissione cultura. È stato membro del Consiglio d’amministrazione della Rai. Attualmente scrive per giornali, riviste e siti on line.