• 14 Giugno 2024
Cultura

La pubblicazione del libro del filosofo Eugen Fink, “Moda. Un gioco seduttivo” (Einaudi), mi ha riportato alla mente quanto mi disse lo scrittore Andrea Giovene, l’autore del romanzo storico e di formazione “L’autobiografia di Giuliano di Sansevero” (da poco ripubblicato da Elliot). Scendeva le scale del suo palazzo in Sant’Agata dei Goti e venendomi incontro tenendosi al corrimano mi disse: “Ah, ecco qua il mio filosofo elegante; scusami, ma io sono vestito come un trappano”. Si riferiva alla mia cravatta e al suo abbigliamento veramente improbabile: una tuta ampia, larga, grigia e delle scarpe che sembravano pantofole. Eppure, anche così combinato don Andrea – come lo chiamavo secondo un’antica tradizione meridionale – aveva una sua eleganza, perché, in fondo in fondo, l’eleganza è un portamento che viene direttamente dall’anima. Si può sostenere in questo modo che tutti gli scrittori o letterati o uomini di pensiero siano eleganti? Beh, indubbiamente i filosofi hanno anche un loro fascino esteriore e già il filosofo greco Aristippo dava importanza al portamento, al decoro, alla raffinatezza, insomma, al piacere di piacere ma sempre con un certo distacco secondo la massima: “Possedere il piacere, ma non esserne posseduti”. Invece, non pochi scrittori di oggi – senza fare nomi – son così combinati che ricordano proprio il trappano evocato da Andrea Giovene.

Domenico Rea, lo scrittore di “Spaccanapoli” e di “Ninfa plebea” – libri che quanto ad eleganza sono semplicemente poesia –, aveva un debole per la signorilità. Scrisse anche un libro – “L’ultimo fantasma della moda” (Leonardo) – in cui ricordando i tempi in cui ci si sapeva vestire diceva che tutto era fatto a mano e confezionare un buon abito significava rispettare dei rituali come la scelta della stoffa, la prima prova, quindi la seconda, poi la terza dal sarto personale e una volta fatto l’abito si trovava il difetto: “Ma era il tempo in cui un vero signore non avrebbe mai indossato un vestito che non avesse almeno un piccolo difetto, poiché la perfezione era considerato un fenomeno di massa”. Insomma, roba da trappano che si abbiglia per un matrimonio. La moda, dice Fink, è un gioco di apparenza e illusione che mira alla seduzione. E lui, allievo di Husserl e in dialogo con Heidegger, con il pensiero come Gioco voleva proprio sedurre. Ma anche con cappelli, cappotti, abiti di buona fattura. In fondo, come diceva non ricordo più chi, c’è più filosofia nel nodo della cravatta che in un trattato di metafisica. Cosa che non era ben chiara ad Heidegger che scrisse “Kant e il problema della metafisica” invece di “Kant e il problema del nodo della cravatta”.

Autore

Saggista e centrocampista, scrive per il Corriere della Sera, il Giornale e La Ragione. Studioso del pensiero di Benedetto Croce e creatore della filosofia del calcio.